Sintesi
A quasi 34 anni e 2 mesi dalla strage di via D’Amelio, la Cassazione ha reso definitiva la prescrizione dell’accusa di calunnia in concorso nei confronti degli ex poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Sono stati respinti sia il ricorso della Procura generale di Caltanissetta sia quelli delle difese. Il processo si chiude, il nodo no.

La vicenda riguarda la falsa ricostruzione costruita attorno a Vincenzo Scarantino, piccolo pregiudicato trasformato in collaboratore di giustizia e indotto, secondo l’accusa, ad attribuire la strage a persone estranee. Quelle false dichiarazioni hanno sostenuto processi, ergastoli e uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana. La menzogna processuale ha sottratto decenni alla verità.

L’aggravante di avere favorito Cosa nostra non è stata riconosciuta. È così rimasta la contestazione ordinaria di calunnia, ormai estinta per il tempo trascorso. Le motivazioni d’appello hanno tuttavia descritto un depistaggio consapevole, diretto da Arnaldo La Barbera e forse destinato a proteggere interessi più ampi di quelli strettamente mafiosi. La prescrizione spegne la pena, non le domande.

Restano aperti il processo “Depistaggio bis” contro altri 4 ex poliziotti e gli accertamenti sulle ragioni dell’alterazione investigativa, sulla scomparsa dell’agenda rossa e sugli eventuali interessi esterni alla mafia. Dopo solenni discorsi, anniversari e promesse, manca ancora la risposta più semplice: chi doveva essere protetto? La verità resta incompleta.
Dieci anni prima della strage di via D’Amelio, il 3 settembre 1982, nell’agguato in cui furono uccisi Carlo Alberto dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo scomparvero documenti potenzialmente delicati. La borsa del Generale, ritrovata vuota soltanto nel 2013, e le successive audizioni della Commissione parlamentare antimafia hanno alimentato interrogativi su possibili interessi esterni alla mafia, senza che una sentenza abbia individuato un mandante politico. Come ha già ricostruito Mediterranea24 confrontando la scomparsa delle carte di dalla Chiesa con quella dell’agenda rossa di Borsellino, si tratta di vicende differenti e prive di un collegamento giudiziariamente accertato, ma unite da un’anomalia inquietante: dopo l’assassinio di 2 uomini dello Stato sono spariti documenti che avrebbero potuto aiutare a comprenderne attività, conoscenze e preoccupazioni. Due borse svuotate, due verità rimaste incomplete.
Articolo
La decisione definitiva
Il 16 settembre 2026 la Sesta sezione penale della Corte di cassazione ha rigettato tutti i ricorsi e ha confermato la sentenza pronunciata nel giugno 2024 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta. Per Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, ex appartenenti al gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, è diventata definitiva la prescrizione dell’accusa di calunnia in concorso. La Procura generale chiedeva il riconoscimento dell’aggravante mafiosa e pene fino a 11 anni e 10 mesi; le difese puntavano invece a un proscioglimento pieno nel merito. La Cassazione ha respinto entrambe le impostazioni e ha lasciato ferma la decisione d’appello. La prescrizione è dunque definitiva.
La pronuncia arriva a quasi 34 anni e 2 mesi dall’eccidio del 19 luglio 1992 e dopo quasi 8 anni dall’inizio, il 5 novembre 2018, del processo contro i 3 investigatori. Non contiene condanne definitive e non equivale a un’assoluzione nel merito. Chiude il procedimento penale in quanto il reato contestato non può più essere punito, ma lascia in piedi la ricostruzione di una deviazione investigativa che ha condizionato per anni i processi sulla strage.
La strage e l’agenda scomparsa
Il 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita di esplosivo è stata fatta saltare in via Mariano D’Amelio, a Palermo, mentre Paolo Borsellino si recava a trovare la madre. Sono stati uccisi il Magistrato e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo è stato l’unico componente della scorta sopravvissuto. Erano trascorsi appena 57 giorni dall’attentato di Capaci nel quale avevano perso la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Nelle ore successive è scomparsa dalla borsa di Borsellino l’agenda rossa sulla quale il Magistrato annotava incontri, riflessioni e informazioni riservate. La borsa è stata recuperata, ha seguito passaggi mai completamente chiariti e non risulta sottoposta nell’immediatezza a un regolare sequestro e a una completa ispezione verbalizzata. Mediterranea24 ha ricostruito il percorso della borsa, delle agende e dei processi ancora aperti.
10 anni prima la singolare coincidenza
Carlo Alberto dalla Chiesa è stato assassinato il 3 settembre 1982, esattamente 10 anni prima di Paolo Borsellino, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. La borsa del Generale, ritrovata vuota nel 2013, ha riaperto il nodo delle carte scomparse, poi affrontato anche nelle audizioni della Commissione parlamentare antimafia. Alcune testimonianze hanno prospettato interessi ulteriori rispetto a quelli degli esecutori mafiosi, ma nessuna sentenza consultabile ha individuato e condannato un mandante politico dell’eccidio.
Il parallelismo con la borsa di Borsellino, dalla quale sparì l’agenda rossa dopo la strage del 19 luglio 1992, non dimostra l’esistenza di un’unica regia, ma pone una domanda difficilmente eludibile: i killer e gli uomini incaricati dell’appoggio materiale avevano autonomamente l’interesse e le competenze per riconoscere, selezionare e sottrarre documenti istituzionali riservati oppure agirono su indicazione di soggetti informati e interessati al loro contenuto ? All’epoca non esistevano copie digitali, archivi remoti o servizi cloud (spazi informatici accessibili tramite Internet). Sottrarre gli originali poteva significare cancellare definitivamente informazioni, appunti e collegamenti. Appare quindi significativa la circostanza, già approfondita da Mediterranea24 a 44 anni dall’omicidio dalla Chiesa, che in entrambi i delitti alla violenza mafiosa sia seguita la scomparsa di documenti forse capaci di compromettere interessi più vasti.
La falsa pista Scarantino
Le prime indagini hanno concentrato l’attenzione su Vincenzo Scarantino, piccolo pregiudicato del quartiere Guadagna, indicato come coinvolto nel furto della Fiat 126 impiegata per l’attentato. Scarantino è stato trasformato in collaboratore di giustizia e ha fornito una ricostruzione risultata falsa, chiamando in causa persone estranee alla preparazione dell’autobomba e all’esecuzione della strage.
Le sue dichiarazioni hanno alimentato il “Borsellino 1”, iniziato nel 1994, e hanno continuato a produrre conseguenze nei successivi giudizi. Nel 1998 Scarantino ha ritrattato, negando il proprio coinvolgimento e denunciando pressioni, suggerimenti e maltrattamenti. La ritrattazione non è stata inizialmente ritenuta attendibile: nel 2002 è stato condannato a 8 anni per avere calunniato magistrati, poliziotti, agenti penitenziari e il collaboratore Francesco Andriotta.
La svolta Spatuzza e gli innocenti condannati
La falsa costruzione ha cominciato a crollare nel 2008, quando Gaspare Spatuzza, appartenente alla famiglia mafiosa di Brancaccio, ha iniziato a collaborare con la giustizia. Spatuzza ha riferito di avere partecipato personalmente al furto e alla preparazione della Fiat 126, fornendo una versione incompatibile con quella di Scarantino. Le sue dichiarazioni hanno trovato riscontri e hanno aperto la strada alla revisione delle condanne pronunciate contro persone estranee alla fase esecutiva dell’attentato.
Nel 2017 la Corte d’appello di Catania ha revocato gli ergastoli inflitti a 7 innocenti. Nello stesso anno il processo “Borsellino quater” ha accertato che la falsa collaborazione non era nata da un semplice errore o dall’invenzione autonoma di un inattendibile pentito, ma era stata alimentata con informazioni che potevano provenire da fonti qualificate. Una versione preconfezionata aveva preso il posto dell’indagine, trasferendo nei verbali dati che Scarantino non avrebbe potuto conoscere direttamente.
Il 15 novembre 2019 la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta ha confermato l’impianto del “Borsellino quater”. Il 5 ottobre 2021 la Cassazione ha reso definitive le condanne all’ergastolo per Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e quelle per calunnia inflitte a Calogero Pulci e Francesco Andriotta. La paternità mafiosa dell’eccidio è stata confermata, ma le sentenze hanno lasciato aperte le ragioni della sua accelerazione, i possibili interessi esterni e la finalità ultima del depistaggio.
Il 30 maggio 2026 la Corte d’appello di Perugia ha inoltre revocato la condanna per calunnia inflitta a Scarantino nel 2002. Mediterranea24 ha approfondito la revisione che ha cancellato quella condanna già interamente scontata. La decisione non ha trasformato Scarantino in una fonte affidabile, ma ha riconosciuto il peso delle pressioni che aveva denunciato.
Il ruolo attribuito a La Barbera
Al vertice del gruppo investigativo sulle stragi del 1992 si trovava Arnaldo La Barbera (allora capo della Squadra mobile di Palermo, morto nel 2002). Le motivazioni della sentenza d’appello depositate il 2 marzo 2026 gli hanno attribuito la direzione della falsa pista, descrivendolo come il dominus (figura dominante) dell’operazione costruita attorno a Scarantino.
La Corte ha ritenuto che Bo, Mattei e Ribaudo avessero seguito direttive illecite e contribuito, con ruoli diversi, a consolidare la falsa collaborazione. Le motivazioni hanno richiamato anche i rapporti di La Barbera con ambienti istituzionali e dei servizi di sicurezza, ipotizzando che la deviazione potesse servire a tutelare assetti di potere e interessi più articolati di quelli appartenenti alla sola organizzazione mafiosa. Mediterranea24 aveva già esaminato la regia attribuita a La Barbera e la consapevolezza degli investigatori sull’inattendibilità di Scarantino.
Proprio questa ricostruzione ha prodotto il passaggio più controverso. I Gudici hanno escluso che fosse stata dimostrata la specifica finalità di favorire Cosa nostra, pur ritenendo che il depistaggio avesse concretamente allontanato le indagini dalla verità. La possibilità che l’obiettivo fosse proteggere interessi differenti o più ampi non è stata considerata sufficiente per applicare l’aggravante mafiosa. Venuta meno l’aggravante, il termine di prescrizione della calunnia era ormai decorso.
Perché non è stato contestato il reato di depistaggio
Il delitto specifico di depistaggio è stato introdotto nell’articolo 375 del codice penale soltanto dalla legge 11 luglio 2016, n. 133. Non poteva essere applicato retroattivamente a condotte contestate come avvenute negli anni Novanta, perché una norma penale più sfavorevole non può colpire fatti precedenti alla sua entrata in vigore. Gli investigatori sono stati quindi processati per calunnia aggravata, contestazione che presentava termini di prescrizione differenti.
Il 12 luglio 2022 la Corte d’assise di Caltanissetta ha dichiarato prescritta l’accusa per Bo e Mattei, dopo avere escluso l’aggravante mafiosa, e ha assolto Ribaudo perché il fatto non costituisce reato. Il 4 giugno 2024 la Corte d’assise d’appello ha confermato la prescrizione per i primi 2 e l’ha dichiarata anche per Ribaudo, modificando sul punto il verdetto di primo grado. Il 16 settembre 2026 la Cassazione ha reso definitiva questa conclusione.
Il procedimento “Depistaggio bis”
La chiusura non riguarda l’intera vicenda. Davanti al Tribunale di Caltanissetta è ancora in corso il processo denominato “Depistaggio bis” contro Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli, altri ex appartenenti al gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”. L’accusa sostiene che avrebbero reso dichiarazioni false o reticenti durante il primo processo sul depistaggio. Le contestazioni devono ancora essere provate e gli imputati sono considerati innocenti sino a un’eventuale condanna definitiva.
Il procedimento, dopo il rinvio a giudizio disposto nel novembre 2024, è ripartito il 25 marzo 2026 davanti a un nuovo collegio. Nel corso delle udienze sono tornati al centro la gestione di Scarantino, i passaggi della borsa di Borsellino e le dichiarazioni degli investigatori presenti nelle prime fasi. La Presidenza del Consiglio e il Ministero dell’Interno sono stati chiamati nel processo quali responsabili civili, mentre i figli del Magistrato si sono costituiti parti civili.
Le indagini che non si chiudono
La decisione della Cassazione non definisce gli altri filoni sulle stragi del 1992. Restano distinti gli approfondimenti sulla scomparsa dell’agenda rossa, sulle ragioni dell’accelerazione dell’attentato, sugli eventuali interessi esterni e sul rapporto con l’inchiesta mafia-appalti. Nell’aprile 2026 la Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione di uno specifico procedimento contro ignoti, ma l’archiviazione parziale non ha cancellato le altre piste.
La matrice mafiosa della strage è stata accertata. Ciò che continua a mancare è una risposta definitiva su chi abbia concepito la falsa pista, perché sia stato scelto Scarantino, quali interessi dovessero essere protetti e come una ricostruzione così fragile abbia superato per anni i controlli di investigatori, pubblici ministeri e giudici. Affermare genericamente che tutto lo Stato sia stato complice sarebbe ingiusto verso chi ha smontato il depistaggio. Sarebbe però altrettanto ingiusto ridurre quanto accaduto a una concatenazione di errori individuali.
Magniloquenza e silenzi
Ogni 19 luglio l’Italia pronuncia discorsi solenni, depone corone, invoca Paolo Borsellino e promette verità. Poi i processi arrivano alla prescrizione, i protagonisti muoiono, i documenti scompaiono e le responsabilità si dissolvono. È in questa distanza tra la magniloquenza delle commemorazioni e il silenzio sulle responsabilità che riemerge la parte più oscura del Paese: uno Stato capace di celebrare i propri servitori quando non può più proteggerli e incapace, per oltre 30 anni, di indicare tutti coloro che ne hanno tradito il lavoro.
La prescrizione tutela un principio essenziale dell’ordinamento e non può essere trasformata in una condanna morale automatica. In una vicenda simile, però, segnala anche il fallimento del tempo giudiziario. Una verità riconosciuta quando non è più possibile punire nessuno resta una verità mutilata. Come ricordato da Mediterranea24 nel richiamare le parole della magistrata Annamaria Frustaci, la forza della mafia può trovarsi anche fuori dalla mafia, negli ambienti che tacciono, proteggono, orientano o lasciano trascorrere gli anni.
Mediterranea24 ha seguito nel corso del 2026 le motivazioni sul depistaggio, la revisione della condanna di Scarantino, la gestione della borsa di Borsellino e i 34 anni trascorsi senza una verità completa. La sentenza della Cassazione aggiunge l’ultimo atto processuale, non l’ultima risposta.
Nell’immagine di copertina, Paolo Borsellino; Albero della pace nel luogo della strage di via D’Amelio; il Palazzo di Giustizia di Roma, sede della Corte di cassazione.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









