La Corte d’Appello di Caltanissetta attribuisce all’allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, un ruolo centrale nel depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Lo hanno scritto ieri nel depositare le motivazioni della sentenza con cui, a maggio del 2024, aveva dichiarato prescritta l’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito la mafia, contestata a tre funzionari di Polizia ritenuti consapevoli, finiti sotto processo per il depistaggio delle indagini sulla strage costata la vita al Giudice Paolo Borsellino e ai 5 agenti della scorta. Sotto la supervisione del loro capo, Arnaldo La Barbera, poi deceduto, avrebbero, tra l’altro, costruito a tavolino falsi pentiti come Vincenzo Scarantino. I Giudici parlano di direttive impartite per costruire la falsa collaborazione del falso pentito, ritenuto inattendibile ma accreditato artificialmente, con l’obiettivo di sostenere accuse contro soggetti estranei. Le anomalie riguardano anche la gestione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e la trasmissione incompleta dei tabulati telefonici, come segnalato da Gioacchino Genchi. La Corte descrive La Barbera come capace di muoversi tra apparati istituzionali, servizi di sicurezza e ambienti criminali, ipotizzando che il depistaggio abbia tutelato interessi ulteriori rispetto a quelli strettamente mafiosi.

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Le motivazioni della sentenza del giugno 2024 dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, depositate ieri, ricostruiscono in ordine cronologico la genesi e lo sviluppo del depistaggio seguito alla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino insieme agli agenti della scorta. Secondo i Giudici, la regia dell’alterazione investigativa sarebbe riconducibile all’allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, indicato come “dominus” delle prime attività istruttorie.

All’indomani dell’attentato, le indagini furono coordinate da un gruppo investigativo impegnato anche sui fatti di Capaci. In quel contesto maturò la scelta di valorizzare le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, presentato come collaboratore di giustizia, ossia soggetto appartenente a organizzazioni criminali che decide di cooperare con l’autorità giudiziaria. La Corte ha ritenuto che il falso pentito Scarantino fosse privo di attendibilità e che attorno alla sua figura sia stata costruita artificiosamente un’aura di credibilità, al fine di sostenere accuse poi rivelatesi infondate nei confronti di persone estranee all’eccidio.

La decisione del 2024 ha confermato la prescrizione del reato di calunnia aggravata dall’aver favorito l’associazione mafiosa contestato ai funzionari di polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. La prescrizione estingue il reato per decorso del tempo senza una pronuncia definitiva di condanna o assoluzione nel merito. Tuttavia i Giudici affermano che gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera con la consapevolezza di orientare un collaboratore inattendibile, rafforzandolo nelle sue dichiarazioni calunniose.
Le anomalie, secondo la ricostruzione giudiziaria, si manifestarono fin dalle prime fasi. Tra queste viene richiamato il mancato immediato ritrovamento dell’agenda rossa di Borsellino, divenuta simbolo dei misteri irrisolti della strage, e la rapida affermazione circa la sua definitiva distruzione. A tali elementi si aggiunge la questione dei tabulati telefonici. Il consulente informatico Gioacchino Genchi riferì che i dati relativi alle utenze del Magistrato erano stati trasmessi all’Autorità giudiziaria in modo incompleto, limitando le informazioni al traffico in uscita ed escludendo quello in entrata, circostanza ritenuta atipica sotto il profilo tecnico-investigativo.
La Corte descrive La Barbera come figura capace di tessere relazioni estese non solo negli ambienti delle Forze dell’ordine e degli uffici giudiziari, ma anche tra appartenenti ai servizi di sicurezza nazionale e in contesti riconducibili alla criminalità organizzata. I Giudici ipotizzano che il depistaggio non sia stato finalizzato esclusivamente a proteggere l’associazione mafiosa responsabile dell’attentato, ma a salvaguardare assetti di potere e interessi più ampi e articolati rispetto al solo sodalizio criminale che eseguì materialmente la strage.
La sentenza e le indagini sul depistaggio della strage di via D’Amelio hanno accertato che si trattò di un’operazione consapevole e strutturata, non di semplici errori investigativi: i tre poliziotti imputati aderirono consapevolmente alle direttive dell’allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera (deceduto a dicembre 2002), pur sapendo che il (falso) “pentito” Vincenzo Scarantino, descritto come un calunniatore seriale privo di attendibilità, le cui accuse derivavano da notizie di stampa e radio anziché da reali conoscenze, stava accusando innocenti, contribuendo così a costruire false prove che portarono all’ergastolo di sette persone poi riconosciute innocenti.
Sul piano normativo, la vicenda si inserisce nel quadro dell’evoluzione legislativa in materia di depistaggio e frode processuale. La legge 133 del 2016 ha introdotto nel codice penale il delitto di depistaggio, prevedendo specifiche aggravanti per i pubblici ufficiali che alterino o occultino prove in procedimenti per reati di particolare gravità, tra cui quelli di mafia e terrorismo. Le pronunce degli ultimi anni, incluse quelle relative ai processi cosiddetti “Borsellino quater”, hanno consolidato l’accertamento giudiziario circa l’inattendibilità delle dichiarazioni di Scarantino e l’esistenza di un grave sviamento investigativo nelle fasi iniziali.
Il quadro che emerge dalle motivazioni del 2024 conferma dunque una lettura critica delle prime indagini su via D’Amelio, evidenziando responsabilità individuali ormai coperte da prescrizione, ma delineando, sul piano storico-giudiziario, una ricostruzione che attribuisce all’allora capo della Polizia La Barbera un ruolo centrale nella deviazione del percorso investigativo, con effetti che hanno inciso per anni sulla ricerca della verità giudiziaria.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









