Dalla Chiesa 44 anni dopo: la borsa e le carte scomparse come per Borsellino dieci anni più tardi

“Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli” disse Dalla Chiesa il 2 giugno 1982 incontrando gli studenti. Nota

Sintesi

Il 3 settembre 2026 ricorrono 44 anni dall’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa, di Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo.

La sera del 3 settembre 1982, intorno alle 21, l’Autobianchi A112 guidata da Emanuela Setti Carraro venne assalita in via Isidoro Carini. Dalla Chiesa e la moglie morirono nell’agguato, mentre Russo, colpito sulla vettura di scorta, morì il 15 settembre. Le sentenze hanno ricondotto l’azione a Cosa Nostra e alla decisione dei suoi vertici.

Come mandanti sono stati condannati all’ergastolo Salvatore “Totò” Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Giuseppe “Pippo” Calò, Bernardo Brusca e Antonino “Nenè” Geraci. Nel processo agli esecutori del 2002 sono stati condannati all’ergastolo Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia e a 14 anni, con i benefici previsti per la collaborazione, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.

Ma la stessa Corte d’assise di Palermo ha scritto nel 2002 che sull’omicidio persistono “ampie zone d’ombra”, richiamando il modo in cui Dalla Chiesa venne mandato in Sicilia, “praticamente da solo e senza mezzi”, e la possibile coesistenza di interessi “anche all’interno delle istituzioni” alla sua eliminazione. La Corte, però, non ha trasformato queste considerazioni nell’accertamento di mandanti politici o istituzionali esterni a Cosa Nostra.

A mantenere aperto il dibattito sono rimasti anche i documenti scomparsi, la borsa del generale ritrovata vuota nel 2013 e le successive audizioni della Commissione parlamentare antimafia. Alcune dichiarazioni hanno prospettato interessi esterni alla mafia, ma nei documenti pubblici consultabili non emerge una sentenza che abbia individuato e condannato un mandante politico dell’eccidio.

Quasi 10 anni dopo l’eccidio del generale, anche dalla borsa di Paolo Borsellino scomparve l’agenda rossa, mai più ritrovata. Sono 2 vicende diverse, senza un collegamento giudiziariamente accertato, ma accomunate dalla sparizione di documenti potenzialmente delicati dopo l’assassinio di due uomini dello Stato.

L’eredità di Dalla Chiesa non si è fermata al 1982. Il metodo investigativo sviluppato contro il terrorismo, fondato su conoscenza delle organizzazioni, controllo del territorio, pedinamenti, intercettazioni e condivisione sistematica delle informazioni, è divenuto patrimonio dell’Arma e viene indicato tra le radici operative del Raggruppamento Operativo Speciale. Dalla Chiesa aveva inoltre scelto i giovani come interlocutori privilegiati nella lotta alla mafia.

Articolo

L’anniversario e la verità dei processi

Il 3 settembre 2026 sono trascorsi 44 anni dall’eccidio di via Isidoro Carini.

La sera del 3 settembre 1982

La ricostruzione più solida è quella contenuta negli atti giudiziari pubblicati dal Tribunale di Palermo. La sentenza della Corte d’assise del 22 marzo 2002 colloca l’attentato “verso le ore 21.00 circa”. Carlo Alberto dalla Chiesa (generale dei Carabinieri e prefetto di Palermo) viaggiava sull’Autobianchi A112 guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro (infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana). Dietro di loro procedeva l’Alfetta guidata da Domenico Russo (agente della Polizia di Stato assegnato alla tutela del prefetto).

Il gruppo di fuoco utilizzò anche AK-47, comunemente conosciuti come Kalashnikov. Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro morirono nell’agguato. Russo rimase gravemente ferito e morì il 15 settembre 1982, dopo 12 giorni di agonia. Era nato a Santa Maria Capua Vetere (Comune della provincia di Caserta, in Campania) ed aveva 31 anni.

Quell’episodio è entrato nella memoria collettiva come “strage di via Carini”. C’è però una precisazione giuridica poco ricordata: nel processo del 2002 la Corte ha ritenuto che non ricorressero gli elementi tecnici del delitto di strage previsto dall’articolo 422 del Codice penale e ha qualificato l’azione come omicidio plurimo volontario. Gli imputati sono stati quindi assolti dal capo relativo alla strage perché “il fatto non sussiste”, restando condannati per gli omicidi. La denominazione storica “strage di via Carini” rimane dunque corretta nel linguaggio pubblico, ma non coincide con la qualificazione penale adottata in quella sentenza.

I mandanti mafiosi

Su un punto gli atti non lasciano spazio all’equivoco: l’assassinio è stato deciso ed eseguito nell’ambito di Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa siciliana. Il lungo percorso processuale ha attraversato il maxiprocesso, l’appello, gli annullamenti della Cassazione e il successivo giudizio di rinvio. La responsabilità della decisione è stata ricondotta ai vertici dell’organizzazione e alla sua Commissione, l’organismo attraverso il quale i principali capi mafiosi assumevano le decisioni strategiche.

La ricostruzione storica ufficiale dell’Arma dei Carabinieri indica come mandanti condannati all’ergastolo Salvatore “Totò” Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Giuseppe “Pippo” Calò, Bernardo Brusca e Antonino “Nenè” Geraci. I mandanti mafiosi sono stati individuati e condannati. Ciò che rimane controverso è l’eventuale esistenza di ulteriori interessi, concorrenti o sollecitazioni provenienti dall’esterno di Cosa Nostra.

Gli esecutori e la sentenza del 2002

Le nuove collaborazioni con la giustizia hanno permesso negli anni Novanta di ricostruire più dettagliatamente il gruppo operativo. La Corte d’assise di Palermo ha dichiarato colpevoli Francesco Paolo Anzelmo, Vincenzo Galatolo, Calogero Ganci e Antonino Madonia. Galatolo e Madonia sono stati condannati all’ergastolo, mentre Anzelmo e Ganci hanno ricevuto 14 anni ciascuno, tenuto conto della collaborazione e delle attenuanti riconosciute.

La sentenza ricostruisce anche i ruoli: Madonia ha materialmente sparato dall’auto guidata da Calogero Ganci contro l’A112, Galatolo ha avuto compiti organizzativi e di copertura, mentre Anzelmo ha partecipato all’azione su un’altra vettura. I procedimenti indicati dal Tribunale di Palermo sono giunti alla conclusione definitiva in Cassazione, rispettivamente il 10 giugno 1996 per il filone sui mandanti e il 22 giugno 2004 per quello sugli esecutori.

Le “ampie zone d’ombra” scritte in una sentenza

È proprio la sentenza del 2002, tuttavia, a impedire che la vicenda venga raccontata come completamente chiusa sul piano storico. Dopo avere ritenuto credibile il movente “ufficiale” interno a Cosa Nostra; eliminare preventivamente un uomo considerato pericoloso per le capacità dimostrate contro il terrorismo; la Corte ha osservato che potevano esistere “altre inconfessabili ragioni”.

La motivazione parla espressamente di “ampie zone d’ombra” riguardanti sia le modalità con le quali il generale era stato inviato in Sicilia, “praticamente da solo e senza mezzi”, sia la “coesistenza di specifici interessi, anche all’interno delle istituzioni, all’eliminazione del pericolo” rappresentato dalla sua determinazione e capacità. È un passaggio giudiziario autentico e di enorme rilievo.

Occorre però leggere anche ciò che viene subito dopo. La stessa Corte ha spiegato che ulteriori valutazioni sarebbero andate oltre il fine di quel processo, dedicato soprattutto agli esecutori. In altri termini, i Giudici hanno registrato l’esistenza di interrogativi e circostanze anomale, ma non hanno identificato in quelle pagine un mandante politico o istituzionale esterno a Cosa Nostra. Trasformare le “zone d’ombra” in una prova giudiziaria di un ordine proveniente dallo Stato significherebbe attribuire alla sentenza qualcosa che essa non dice.

Le carte scomparse

Nella stessa motivazione compare un altro passaggio significativo. La Corte richiama precedenti risultanze relative a fogli prelevati dalla residenza dei coniugi e mai più ritrovati, a documenti che Dalla Chiesa avrebbe affidato alla moglie perché fossero resi pubblici qualora gli fosse accaduto qualcosa e ad altre “singolari coincidenze”. Il dato della sparizione di documenti, dunque, non nasce soltanto da ricostruzioni giornalistiche successive, ma compare negli atti giudiziari.

A questa storia si è aggiunto nel 2013 il ritrovamento della borsa di pelle del prefetto nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo, 31 anni dopo l’assassinio. La borsa risultò vuota. La documentazione dell’epoca riferì che la Polizia l’aveva trasmessa alla Procura pochi giorni dopo l’eccidio, senza che negli atti fosse indicato il contenuto dei documenti che avrebbe potuto custodire. Il ritrovamento ha quindi confermato l’esistenza del reperto, ma non ha chiarito chi abbia eventualmente sottratto quelle carte, quando ciò sia avvenuto e per quale ragione.

A rendere ancora più inquietante il quadro è il parallelismo con quanto accadde quasi 10 anni dopo, il 19 luglio 1992, dopo la strage di via D’Amelio: anche la borsa del magistrato Paolo Borsellino venne prelevata dalla sua automobile dopo l’esplosione e passò per diverse mani prima di essere consegnata quella stessa sera alla Squadra mobile. Da quella borsa, tuttavia, scomparve l’agenda rossa sulla quale Borsellino annotava appunti e considerazioni riservate e che non è mai stata ritrovata. La Commissione parlamentare antimafia ha rilevato ancora nel 2025 che, se l’agenda si trovava effettivamente nella borsa, la sua sparizione potrebbe essere avvenuta sul luogo della strage oppure successivamente negli uffici della Squadra mobile o della Procura di Palermo, osservando che, in tale ipotesi, sarebbe più appropriato parlare di sottrazione. Due vicende differenti, dunque, che non consentono di affermare l’esistenza di una medesima regia, ma presentano un’assonanza difficilmente ignorabile: dopo l’assassinio di 2 uomini dello Stato impegnati contro Cosa Nostra, documenti ritenuti particolarmente delicati sono scomparsi senza che sia mai stato definitivamente chiarito chi li abbia presi e perché.

Il “favore” e l’audizione di Gianfranco Donadio

Un elemento ulteriore è emerso il 29 novembre 2017 durante l’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia di Gianfranco Donadio (magistrato, già procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia). Nel resoconto ufficiale la presidente della Commissione Rosy Bindi ha richiamato una frase intercettata attribuita al boss Giuseppe Guttadauro: “Abbiamo dovuto fare il favore a quelli lì”.

Donadio ha collegato quella conversazione all’omicidio Dalla Chiesa e al “contestuale e sincronizzato intervento a Villa Pajno” e ha risposto: “il favore fu fatto a chi voleva riprendersi le carte”. È un passaggio contenuto in un resoconto parlamentare ufficiale e pertanto merita di essere riportato. Ma la sua natura deve rimanere chiara: si tratta della valutazione investigativa espressa da un magistrato in Commissione antimafia, non di una sentenza che abbia individuato penalmente il destinatario di quel presunto favore.

Scarpinato e la frase sull’ordine da Roma

Un’attenzione ancora maggiore richiede l’affermazione attribuita a Roberto Scarpinato (all’epoca procuratore generale presso la Corte d’appello di Palermo) secondo cui “l’ordine di eliminare Dalla Chiesa arrivò a Palermo da Roma”. La frase è stata pubblicata nel 2017 da fonti giornalistiche e associative.

Il problema documentale è che il resoconto stenografico pubblico dell’audizione dell’8 marzo 2017 non contiene quella dichiarazione. Scarpinato ha annunciato di dover riferire fatti delicati e “ipotesi ricostruttive” con margini di soggettività e ha chiesto la secretazione. Da quel momento la parte sostanziale dell’audizione non compare nel testo pubblico. Non è quindi corretto presentare quella frase come se fosse oggi direttamente verificabile nel resoconto parlamentare aperto al pubblico. Esiste l’attribuzione pubblicata successivamente, ma manca nel documento pubblico consultabile la possibilità di verificarne integralmente contesto, formulazione e fondamento.

La differenza tra un sospetto e un fatto accertato

È questa la linea che consente di affrontare la vicenda senza propaganda politica e senza cancellarne i misteri. Le sentenze hanno accertato Cosa Nostra, i suoi vertici e gli esecutori. Le stesse sentenze hanno riconosciuto zone d’ombra e circostanze non chiarite. Audizioni parlamentari e successive indagini hanno prospettato interessi ulteriori. Ma, negli atti pubblici consultati per questo approfondimento, non emerge una pronuncia che abbia condannato un esponente politico, un funzionario dello Stato o un soggetto esterno a Cosa Nostra quale mandante del triplice omicidio.

Dalla Sicilia al terrorismo

La storia di Dalla Chiesa era cominciata molto prima di Palermo. Nato a Saluzzo (Comune della provincia di Cuneo, Piemonte) il 27 settembre 1920, figlio dell’ufficiale dei Carabinieri Romano dalla Chiesa, durante la Seconda guerra mondiale è entrato nell’Arma e ha partecipato alla Resistenza. Nel dopoguerra è arrivato in Sicilia nel quadro dell’azione dello Stato contro il banditismo.

A Corleone (Comune della provincia di Palermo) ha lavorato anche sul caso di Placido Rizzotto (dirigente sindacale socialista assassinato nel 1948). Negli anni successivi è tornato più volte nell’Isola e ha maturato una conoscenza del fenomeno mafioso fondata non soltanto sui singoli delitti, ma sulle reti di relazioni, sui territori e sui collegamenti tra persone e organizzazioni.

Nel 1974, durante gli anni di piombo, ha costituito a Torino un Nucleo speciale di polizia giudiziaria di 40 uomini, dal quale si è sviluppato un modello investigativo poi utilizzato contro le organizzazioni terroristiche. L’Arma descrive quel metodo come un approccio sistemico: osservazioni, pedinamenti, intercettazioni, coordinamento tra reparti e condivisione delle informazioni servivano non soltanto ad arrestare il singolo autore di un reato, ma a conoscere l’organizzazione per poterla disarticolare.

Palermo e i poteri che non arrivarono

Nel 1982 il Governo guidato da Giovanni Spadolini (allora presidente del Consiglio dei ministri) lo ha scelto per Palermo dopo l’assassinio di Pio La Torre (deputato e dirigente del Partito comunista italiano). Il rapporto ufficiale della Prefettura colloca l’incarico dalla fine di aprile al 3 settembre. La formula del “prefetto dei 100 giorni”, entrata nella memoria pubblica e utilizzata anche dalle istituzioni, è quindi una definizione simbolica: il periodo effettivo tra la fine di aprile e l’assassinio è stato di poco superiore a 4 mesi.

Dalla Chiesa aveva chiesto strumenti e poteri capaci di coordinare l’azione antimafia. Quegli strumenti nella forma da lui auspicata non arrivarono durante la sua vita. La stessa sentenza del 2002 ha fatto della sua sostanziale solitudine istituzionale uno degli elementi da considerare nelle “zone d’ombra”. Anche la più recente ricerca storica pubblicata dall’Arma sottolinea l’insufficienza di risorse e poteri operativi con cui il prefetto affrontò una fase nella quale Cosa Nostra esercitava una violenza eccezionale.

La legge Rognoni-La Torre

Neppure la legislazione antimafia oggi considerata fondamentale era ancora compiutamente disponibile. La proposta di legge di Pio La Torre era stata depositata alla Camera il 31 marzo 1980, dunque più di 2 anni prima dell’omicidio Dalla Chiesa. Il suo iter è documentato nell’Atto Camera 1581.

La legge 13 settembre 1982, n. 646, conosciuta come Rognoni-La Torre, è stata approvata 10 giorni dopo l’uccisione in via Carini ed è entrata in vigore il 29 settembre. L’articolo 1 ha inserito nel Codice penale il 416-bis, cioè il reato di associazione di tipo mafioso, accompagnandolo con un sistema di misure patrimoniali. Non è quindi corretto dire che quella normativa nacque esclusivamente come risposta all’assassinio del generale: la proposta esisteva dal 1980, ma gli omicidi La Torre e Dalla Chiesa ne accelerarono drammaticamente l’approvazione.

Il sistema è stato successivamente riordinato nel decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, entrato in vigore il 13 ottobre 2011 e modificato più volte negli anni successivi.

Il metodo Dalla Chiesa dopo Dalla Chiesa

Quell’impostazione investigativa non è rimasta consegnata agli anni Settanta. Il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri) riconduce ancora oggi le proprie radici operative ai nuclei antiterrorismo creati da Dalla Chiesa. L’idea centrale è raccogliere informazioni distribuite tra territori e reparti, collegarle e farne emergere relazioni che il singolo dato non mostrerebbe.

Dopo la cattura di Matteo Messina Denaro nel gennaio 2023, ufficiali dell’Arma hanno richiamato proprio quel metodo: studio sistematico del fenomeno, attività sul territorio e impiego delle tecnologie contemporanee. Non significa che l’arresto sia stato ottenuto ripetendo tecniche di 50 anni prima, ma che la logica investigativa di Dalla Chiesa continua a essere considerata una delle matrici del moderno contrasto alla criminalità organizzata.

I giovani come antidoto alla mafia

C’è infine un aspetto meno celebrato ma documentato direttamente dal Tribunale di Palermo. Il 2 giugno 1982 Dalla Chiesa incontrò gli studenti del liceo Gonzaga, che pochi giorni prima gli avevano scritto una lettera aperta. Il giorno seguente si presentò al liceo Garibaldi. Nando dalla Chiesa ha ricordato quell’episodio come la prima volta in cui un prefetto scelse apertamente gli studenti come interlocutori e alleati nella lotta alla mafia.

È nello stesso orizzonte che va collocata la sua frase divenuta famosa. La formulazione documentata dall’Arma è: “Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli”. Non “per continuare a guardare i nostri giovani”, come talvolta viene sintetizzato. La differenza non modifica il significato, ma restituisce le parole nella forma attestata.

La speranza dopo via Carini

Nelle ore successive all’agguato, sul luogo dell’assassinio è comparso un cartello destinato a diventare una delle immagini simbolo di quegli anni: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Le fonti non sono perfettamente concordi sul momento esatto della comparsa, per cui è più prudente non attribuirgli un giorno o un’ora non univocamente documentati. Il contenuto, invece, è incontestato ed è rimasto impresso nella memoria nazionale.

A 44 anni di distanza la domanda se quella speranza sia tornata non può ricevere una risposta da una sentenza. I processi hanno dato nomi alla responsabilità mafiosa; non hanno cancellato tutti gli interrogativi sulla solitudine del prefetto, sulle carte scomparse e sugli interessi esterni evocati negli stessi atti giudiziari. Ma la storia successiva ha prodotto strumenti che nel 1982 ancora mancavano: il 416-bis, le misure patrimoniali, strutture investigative specializzate, banche dati e una legislazione antimafia molto più articolata.

Forse è proprio questa la misura meno retorica dell’eredità di Carlo Alberto dalla Chiesa: non trasformare i sospetti in verità senza prove, ma neppure usare ciò che è stato già accertato per chiudere artificialmente le domande rimaste aperte. È lo stesso metodo che aveva applicato alle indagini: raccogliere informazioni, confrontarle e continuare a cercare ciò che ancora non torna.

Nota

Ho scritto questo articolo sull’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa anche perché, qualche settimana fa, parlando con 2 ragazzi di delinquenza, corruzione e mafia, mi sono reso conto che non sapevano chi fosse. Inizialmente avevano perfino associato quel nome a un cantante che si chiama Carlo Alberto. Ho quindi accennato loro che Dalla Chiesa è stato generale dei Carabinieri e prefetto di Palermo, uno dei simboli della lotta dello Stato contro il terrorismo e la mafia, assassinato da quast’ultima nel 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e, nell’agguato, all’agente di scorta Domenico Russo, morto pochi giorni dopo.

Episodi del genere fanno riflettere: se figure così importanti della nostra storia recente diventano sconosciute alle nuove generazioni, significa che qualcosa, nella trasmissione della memoria civile di questo Paese, sta andando storto.

La responsabilità, però, non può essere attribuita ai nostri ragazzi per ciò che non sanno, quanto piuttosto a quella annosa, ipocrita e tronfia incrostazione che attraversa il sistema politico-istituzionale italiano e specialmente siciliano, senza lasciarne davvero indenne alcuna parte: un sistematico intreccio di feudi, grandi e piccoli, troppo spesso anche incapace di trasmettere alle nuove generazioni memoria, esempi e senso civico, e invece molto più incline a lasciare loro autoreferenzialità, retorica, commistione, arroganza e omertà.