34 anni dopo via D’Amelio: mafia viva, permeabilità, verità incomplete, giustizia lenta, scarsi controlli

La struttura mafiosa non è scomparsa, continua a intrecciare affari, protezioni, corruzione e fragilità istituzionali e sociali

Sintesi

Le prime testimonianze documentate della mafia siciliana risalgono alla prima metà dell’Ottocento, mentre il termine è entrato nell’uso pubblico e istituzionale negli anni Sessanta dello stesso secolo. Il 23 maggio 1992 la strage di Capaci ha ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e 3 agenti della scorta. Dopo 57 giorni, il 19 luglio, l’attentato di via D’Amelio ha provocato la morte di Paolo Borsellino e di altri 5 poliziotti, lasciando un solo sopravvissuto. I processi successivi hanno accertato responsabilità mafiose e fatto emergere la falsa ricostruzione fondata sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, mentre la scomparsa dell’agenda rossa e altri passaggi investigativi sono rimasti senza una spiegazione definitiva. La cattura di Matteo Messina Denaro, avvenuta nel 2023, non ha dissolto il sistema criminale, che le indagini più recenti descrivono come una struttura reticolare capace di coordinare famiglie, traffici, estorsioni e attività economiche. Nel 2025 è stata archiviata l’ipotesi di un coinvolgimento dell’eversione neofascista nella strage di Capaci. Nel 2026 è proseguito a Caltanissetta il processo sulle presunte falsità e omissioni collegate al depistaggio di via D’Amelio, mentre l’anniversario ha riacceso il confronto tra i familiari delle vittime e il Governo. Il dibattito si è esteso alla lentezza della giustizia, alla vulnerabilità della politica e delle amministrazioni, alla trasformazione dei diritti in favori e alla necessità di impedire che mediatori criminali o clientelari occupino gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni.

Articolo

Cosa nostra (organizzazione criminale di origine siciliana fondata sul controllo territoriale, sull’omertà, sull’intimidazione e sulla gestione clandestina di affari e relazioni di potere) non è nata con le stragi del 1992. Le sue origini storiche vengono collocate nell’Ottocento, durante la trasformazione economica e amministrativa successiva alla fine del sistema feudale. Una lettera del 3 agosto 1838 del procuratore generale di Trapani viene spesso indicata come uno dei primi documenti che descrivono associazioni capaci di condizionare la sicurezza e l’economia. La parola “mafia” ha acquistato notorietà nel 1863 con la rappresentazione teatrale “I mafiusi de la Vicaria” ed è comparsa nel 1865 in una relazione ufficiale del prefetto di Palermo. Il riferimento ai 188 anni di presenza del fenomeno, utilizzato nelle analisi contemporanee, deriva quindi dal periodo compreso tra il 1838 e il 2026.

Il passaggio più drammatico della guerra dichiarata allo Stato si è aperto il 23 maggio 1992. Alle 17:58, lungo l’autostrada A29, una carica composta da circa 500 kg di miscela esplosiva è stata azionata a distanza da un cunicolo di drenaggio nel territorio di Isola delle Femmine (comune della Città metropolitana di Palermo), vicino allo svincolo di Capaci (comune della stessa area metropolitana). Il progetto criminale è stato deciso dal vertice corleonese guidato da Totò Riina (capo mafioso condannato per numerosi omicidi e stragi) ed eseguito dal gruppo coordinato da Giovanni Brusca (esponente mafioso successivamente diventato collaboratore di giustizia). Il Magistrato simbolo del pool antimafia viaggiava sulla seconda delle 3 Fiat Croma blindate, accanto a Francesca Morvillo (magistrata e sua moglie), dopo essere atterrato all’aeroporto di Punta Raisi da Ciampino (scalo di Roma, capitale d’Italia, nel Lazio). L’esplosione ha ucciso anche Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro (poliziotti addetti alla protezione), mentre Giuseppe Costanza (autista giudiziario seduto sul sedile posteriore) e gli altri componenti del dispositivo sono rimasti feriti.

Paolo Borsellino (magistrato antimafia e procuratore aggiunto del capoluogo siciliano) è sopravvissuto al collega e amico per 57 giorni, durante i quali ha continuato il proprio lavoro e ha cercato di comprendere ragioni, contesto e responsabilità dell’attentato precedente. Una parte delle sue riflessioni veniva annotata su un’agenda dalla copertina rossa, sparita dalla borsa recuperata nell’area dell’esplosione e mai ritrovata. Domenica 19 luglio 1992 il Giudice è andato a trovare la madre nell’abitazione di via Mariano D’Amelio 21. Alle 16:58 una Fiat 126 rubata, caricata con circa 90 kg di esplosivo e parcheggiata sotto il palazzo, è stata fatta saltare mediante un comando a distanza.

Con lui sono stati assassinati: Agostino Catalano (caposcorta di 42 anni, vedovo e padre di 3 figli), Emanuela Loi (agente di 24 anni e prima poliziotta italiana uccisa in servizio), Vincenzo Li Muli (agente di 22 anni entrato nel Corpo pochi mesi prima), Walter Eddie Cosina (poliziotto di 30 anni, nato in Australia da una famiglia triestina e presente nel turno al posto di un collega) e Claudio Traina (agente di 26 anni che aveva iniziato il servizio alle 15). Antonino Vullo (componente della protezione e unico sopravvissuto) stava manovrando una delle automobili quando l’onda d’urto lo ha scaraventato fuori dal sedile. Nel suo racconto ha descritto una fiammata improvvisa, la blindata sollevata dallo scoppio e una scena di devastazione nella quale non aveva percepito in precedenza rumori o movimenti sospetti.

Le sentenze hanno ricostruito la matrice mafiosa dell’eccidio, ma il percorso giudiziario è stato contaminato dalle dichiarazioni false di un collaboratore costruito come protagonista della fase esecutiva. Il processo “Borsellino quater” si è concluso definitivamente l’8 novembre 2021 con la conferma della decisione d’appello, facendo emergere la gravità della deviazione investigativa fondata sul racconto inattendibile. Rimangono tuttavia aperte le domande sull’origine del depistaggio, sui soggetti che lo hanno alimentato, sulla scomparsa del diario personale e sull’urgenza con cui venne organizzato il secondo attentato. Nell’aprile 2026 è risultato ancora in corso davanti al Tribunale di Caltanissetta il procedimento “Depistaggio bis”, nel quale 4 appartenenti alla Polizia sono accusati, a diverso titolo, di false dichiarazioni e omissioni. Le contestazioni devono essere provate nel processo e gli imputati sono considerati innocenti sino a un’eventuale condanna definitiva.

L’arresto di Matteo Messina Denaro (capo mafioso trapanese rimasto latitante per 30 anni), avvenuto il 16 gennaio 2023 in una clinica del capoluogo regionale, ha chiuso una stagione ma non ha sciolto la rete di interessi che gli ha consentito di nascondersi. Maurizio De Lucia (Procuratore della Repubblica del capoluogo siciliano) ha riferito che le indagini hanno raccolto elementi nei confronti di 18 persone coinvolte nei circuiti di favoreggiamento. Diversi procedimenti hanno già prodotto condanne, alcune arrivate sino al giudizio di legittimità, mentre le verifiche su una cerchia più estesa sono proseguite. Il Magistrato ha respinto la rappresentazione di una criminalità ridotta a un insieme disordinato di bande isolate. I mandamenti e le famiglie continuano a dialogare, a scambiarsi uomini e servizi, a raggiungere accordi sul traffico di stupefacenti e a mantenere un’organizzazione orizzontale, diversa dalla frammentazione spesso attribuita alla camorra della Campania (regione dell’Italia meridionale).

Questa trasformazione è stata esaminata nel volume “La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin”, pubblicato il 16 luglio 2026 e scritto con Salvo Palazzolo (giornalista specializzato in cronaca giudiziaria). Il quadro comprende telefoni cifrati, conversazioni digitali, bitcoin (valuta digitale), estorsioni, commercio di droga, imprese formalmente regolari e rapporti con professionisti o settori della borghesia disponibili a svolgere funzioni di collegamento. Al tradizionale principio investigativo follow the money (seguire il denaro) si è aggiunto follow the data (seguire i dati), perché comunicazioni, pagamenti elettronici e tracce informatiche possono rivelare relazioni che il controllo territoriale tenta di nascondere. La mancanza di una direzione centrale paragonabile a quella del 1992 non equivale quindi alla scomparsa del fenomeno.

Nel 34º anniversario, Salvatore Borsellino (ingegnere, fratello del Magistrato e promotore del movimento Agende Rosse) ha rivolto un’accusa severa a Giorgia Meloni (presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia), sostenendo che l’Esecutivo starebbe indebolendo gli strumenti lasciati in eredità dai 2 giudici. Ha richiamato il regime carcerario previsto dall’articolo 41-bis, che limita i contatti esterni dei detenuti mafiosi, l’ergastolo ostativo, che subordina l’accesso ad alcuni benefici a condizioni particolarmente rigorose, la disciplina dei collaboratori di giustizia e le intercettazioni. Si tratta di una valutazione politica, non della descrizione di una soppressione integrale e già accertata di tali istituti. La Premier ha replicato rivendicando il lavoro della Commissione parlamentare antimafia e affermando di non voler arretrare nella ricerca della verità.

Il confronto deve tenere conto anche delle decisioni adottate nello stesso periodo. Il 15 luglio 2026 il Parlamento ha approvato definitivamente e all’unanimità il disegno di legge “Liberi di scegliere”, destinato a proteggere minorenni e adulti di riferimento che intendono allontanarsi da contesti familiari legati alla criminalità organizzata. Norma che ancora non risulta pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale è entrata pienamente in vigore.

Oggi 19 luglio 2026 le commemorazioni hanno previsto la deposizione di corone da parte della Polizia, incontri con giovani e associazioni, le iniziative del movimento civile nel luogo dell’attentato e il minuto di silenzio delle 16:58. Alla memoria istituzionale si sono affiancati manifestazioni, incontri politici e una fiaccolata serale. Questo pluralismo mantiene alta l’attenzione, ma espone le vittime anche al rischio di appropriazioni simboliche contrapposte, nelle quali il richiamo ai morti sostituisce il confronto sui risultati concreti.

La questione tuttavia non riguarda soltanto gli apparati repressivi. Una giustizia lenta, costosa e imprevedibile può ridurre la fiducia del cittadino, scoraggiare la tutela dei diritti e rendere più appetibile l’intervento di mediatori politici, clientelari o criminali. L’interpretazione giudiziaria conserva margini di valutazione, ma resta sottoposta alla legge, alla motivazione dei provvedimenti e ai successivi gradi di impugnazione. Il problema concreto nasce quando ottenere una decisione richiede anni, nuovi ricorsi, consulenze tecniche di parte, spese elevate e un deterioramento della salute o della situazione economica. Gli obiettivi del PNRR fissavano entro il 30 giugno 2026 una riduzione del 40% del disposition time (tempo teorico di definizione) civile e del 25% di quello penale rispetto al 2019, oltre al taglio del 90% dell’arretrato civile più risalente. Alla data dell’anniversario odierno, la misurazione definitiva del raggiungimento di tutti i risultati richiedeva ancora dati ufficiali consolidati.

La relazione della Commissione antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, approvata il 24 giugno 2026 e riferita all’attività del 2025, ha indicato vulnerabilità negli appalti, nella sanità, nella gestione dei beni confiscati, nei controlli amministrativi e nei sistemi anticorruzione. Il documento ha descritto organizzazioni più flessibili, capaci di sfruttare carenze di personale, ritardi, opacità procedurali e rapporti con aree dell’economia legale. In questo contesto, il clientelismo trasforma il diritto in una concessione personale e crea dipendenza da chi promette di accelerare una pratica, trovare un lavoro, risolvere una controversia o garantire un servizio.

Il ricordo delle 2 stragi conserva perciò una funzione attuale soltanto quando si traduce in indagini indipendenti, processi comprensibili, personale sufficiente, controlli effettivi, protezione dei collaboratori e opportunità sociali sottratte al ricatto. La mafia non è invincibile, ma non diventa debole perché perde un capo. Si riduce quando lo Stato evita che una sentenza tardiva, un diritto trasformato in favore, un’amministrazione permeabile o una politica ambigua restituiscano alle reti criminali il ruolo di arbitro che la democrazia deve riservare esclusivamente alle proprie istituzioni.