Sintesi
La Commissione Antimafia dell’Ars, istituita dalla legge regionale 14 gennaio 1991 n. 4, ha approvato il 24 giugno 2026 la relazione sull’attività svolta nel 2025, presentata poi alla stampa a Palazzo dei Normanni. Il documento ricostruisce una mafia meno rigida ma più adattabile, capace di rigenerarsi nei territori, approfittando di Amministrazioni permeabili, controlli lenti e prevenzione anticorruzione insufficiente. Nel corso del 2025 l’organismo ha proseguito le indagini avviate negli anni precedenti, ha approfondito nuovi filoni e ha svolto audizioni con istituzioni, prefetture, Forze dell’ordine, magistrati, giornalisti e amministratori locali. Tra i temi principali emergono il ritorno sul territorio di vecchi boss scarcerati, le difficoltà nella gestione dei beni confiscati, le criticità dell’elisoccorso, i rischi negli appalti sanitari, la diffusione del crack oltre Palermo e Catania, il caso dell’Istituto zooprofilattico, le concessioni demaniali e la crescita di una cultura del favore che, secondo Antonello Cracolici, indebolisce la politica e apre spazio alla corruzione. La relazione dovrebbe essere portata all’esame dell’Aula entro la fine di luglio 2026, con l’obiettivo dichiarato di provocare una reazione istituzionale e civile.

Articolo
La nuova relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia dell’Ars fotografa un quadro più grave rispetto all’anno precedente. Il documento, approvato nella seduta n. 173 del 24 giugno 2026, riguarda l’attività svolta nel 2025 ed è stato redatto ai sensi dell’articolo 7 della legge regionale 14 gennaio 1991 n. 4, cioè la norma che disciplina l’organismo regionale di indagine e vigilanza sul fenomeno mafioso e corruttivo.

La vicenda nasce dalla programmazione dei lavori definita all’inizio del 2025, quando la Commissione ha deciso di continuare le inchieste già aperte nel 2024, ampliare il campo d’azione e avviare un nuovo ascolto dei territori per aggiornare i dati raccolti nel 2023. In quella fase è stato anche avviato il percorso per proporre al Parlamento della Repubblica l’istituzione della Giornata nazionale dell’antiracket, fissata simbolicamente al 10 gennaio, anniversario della denuncia pubblica di Libero Grassi.

Il senso politico e istituzionale del rapporto è netto: la mafia non viene descritta come un residuo del passato, ma come un sistema ancora vitale, meno centralizzato e più flessibile, capace di cambiare linguaggio, usare nuovi strumenti di consenso e riempire gli spazi lasciati scoperti da istituzioni deboli. Il documento dovrebbe essere discusso in Aula entro la fine di luglio 2026, non solo per l’approvazione formale, ma per stimolare una risposta dentro e fuori il Palazzo.
Nel 2025 l’attività ha toccato numerosi fronti. Uno dei primi riguarda i beni confiscati alla criminalità organizzata, settore già seguito dal 2023 e proseguito nel 2024, con attenzione alla mappatura, alla gestione e alla restituzione sociale dei patrimoni sottratti ai clan. La Commissione ha ascoltato il direttore dell’Anbsc (Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) il 17 giugno 2025 e ha sollecitato un ruolo più attivo dei Comuni, anche attraverso consorzi per condividere risorse, responsabilità e competenze.
Un altro passaggio centrale riguarda il giornalismo d’inchiesta. Nel 2025 è stato audito Salvo Palazzolo sul reinserimento di molti boss tornati liberi nei rispettivi territori, tema poi approfondito con forze dell’ordine e Procure distrettuali. Le intimidazioni verso cronisti impegnati contro mafia e corruzione hanno portato a una seduta specifica, il 25 febbraio 2025, nella sede dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, ospitata in un bene confiscato.
Sul fronte sanitario, la relazione insiste sulle criticità dell’elisoccorso di emergenza. L’approfondimento è partito nel luglio 2025 da una segnalazione della deputata Margherita La Rocca e si è concluso, dopo audizioni e analisi documentale, con una relazione finale approvata nel 2026. Le criticità segnalate hanno riguardato l’incarico di Rup (Responsabile unico del procedimento), il supporto legale esterno, il ricorso alla procedura negoziata senza bando, la proroga contrattuale allo stesso operatore, la qualificazione della stazione appaltante e il sistema regionale di prevenzione della corruzione.
Proprio da questo filone è derivato un passaggio normativo recente. La Commissione aveva chiesto più personale e competenze per la Cuc (Centrale unica di committenza), un rafforzamento dell’Ufficio anticorruzione e regole più incisive sulla rotazione degli incarichi. Una parte di queste indicazioni è poi confluita nell’articolo 18 della legge regionale 28 maggio 2026 n. 13, sugli obblighi di comunicazione nei procedimenti relativi ai contratti pubblici regionali.
La relazione affronta anche il rischio di infiltrazioni mafiose nei beni demaniali in concessione. L’inchiesta è partita nel settembre 2025 da una segnalazione sul lido di Mondello, a Palermo, affidato alla Società Mondello Immobiliare Italo Belga S.A., e si è poi allargata a una valutazione generale sul rapporto tra concessioni pubbliche, controlli antimafia e possibili condizionamenti indiretti.
Tra gli elementi più allarmanti compare la diffusione del crack. Secondo la relazione, rispetto al primo ciclo di audizioni la sostanza non risulta più concentrata quasi esclusivamente a Palermo e Catania, ma appare presente in modo massiccio in molte aree e capillare sull’intero territorio regionale. A questa emergenza si aggiungono la carenza di polizia municipale, la difficoltà di presidiare comuni estesi nelle ore notturne e la pressione sulle forze dell’ordine, spesso chiamate a occuparsi anche di attività che dovrebbero competere ai vigili urbani.
Il nodo politico della relazione resta però la corruzione. Cracolici collega la crescita della violenza e delle pratiche corruttive alla perdita di autorevolezza della politica, denunciando una pericolosa assuefazione al favore, percepito come scorciatoia ordinaria e quasi come componente naturale dell’intermediazione pubblica. Da qui il richiamo al cosiddetto “Cuffarismo”, inteso non come semplice riferimento personale, ma come modello culturale fondato sulla ricerca del favore e sulla trasformazione del bisogno in dipendenza politica.
Nel complesso, il rapporto consegna l’immagine di una Sicilia in cui la mafia non ha bisogno soltanto della violenza per espandersi, in quanto trova varchi nelle lentezze amministrative, nelle debolezze dei controlli, negli appalti opachi, nei vuoti di personale, nella gestione incerta dei beni pubblici e nella sparsa carente etica della rappresentanza politica. La Commissione avverte che limitare l’antimafia alla memoria storica o agli anniversari rischia di oscurare la riorganizzazione concreta dei clan nelle città e nei territori, proprio mentre vecchi boss provano a rientrare nei circuiti criminali e nuove forme di consenso si muovono con linguaggi più rapidi, meno visibili e più penetranti.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









