Sintesi
L’emergenza di Niscemi, comune nella piana di Gela in provincia di Caltanissetta in Sicilia, evidenzia una sequenza di avvisi tecnici e indicazioni istituzionali rimaste in larga parte inascoltate nel corso di 25 anni, a partire dagli studi successivi alla frana del 1997 fino alle analisi più recenti avviate nel 2025. La presenza simultanea di un’inchiesta penale della Procura di Gela, di un approfondimento parlamentare e di una valutazione tecnica voluta dal ministro della Protezione civile Nello Musumeci dimostra la complessità del quadro. I dati nazionali sul dissesto idrogeologico, richiamati dal presidente della commissione nazionale Pino Bicchielli, collocano il caso di Niscemi in un contesto più ampio di fragilità diffusa. Le valutazioni dei geologi confermano che il fenomeno è ancora in evoluzione e che una stabilizzazione definitiva appare difficilmente praticabile senza una conoscenza approfondita del sottosuolo. Intanto l’emergenza abitativa, la viabilità e le ricadute economiche sull’agricoltura aggravano una situazione che impone scelte rapide ma fondate su basi scientifiche e amministrative solide. In Italia sono censite 63.600 frane e il 94,5 percento dei comuni risulta esposto a rischio idrogeologico

Articolo
Niscemi torna al centro dell’attenzione nazionale per una frana che, pur manifestandosi in modo improvviso, affonda le sue radici in un contesto noto e studiato da decenni. La vicenda si sviluppa su più livelli di analisi e responsabilità, con tre percorsi distinti ma intrecciati: l’indagine penale aperta dalla procura di Gela, l’approfondimento parlamentare promosso dalla Commissione nazionale per il dissesto idrogeologico e la valutazione tecnica affidata a un gruppo di esperti nominato dal ministro della Protezione civile nazionale Nello Musumeci. Un’articolazione che riflette la gravità dell’evento e la necessità di comprendere non solo cosa sia accaduto, ma perché.

Il primo momento operativo è stato il sopralluogo aereo effettuato dai tecnici ministeriali sul costone interessato dal movimento franoso, a bordo di un elicottero della Capitaneria di Porto. Questo passaggio preliminare ha preceduto l’avvio formale dello studio sulle cause e sull’evoluzione del fenomeno, confermando come la lettura del territorio debba precedere qualsiasi ipotesi di intervento. Parallelamente, il presidente della commissione nazionale per il dissesto idrogeologico, Pino Bicchielli (laurea in scienze dell’economia, consulente aziendale, giornalista, di Forza Italia), ha delineato l’impostazione del lavoro parlamentare, richiamando un dato che supera il singolo caso: in Italia sono censite 63.600 frane e il 94,5 percento dei comuni risulta esposto a rischio idrogeologico. Numeri che hanno motivato l’istituzione di una commissione d’inchiesta con l’obiettivo dichiarato di modificare l’approccio con cui viene affrontato un tema strutturale per la sicurezza del Paese.

Nel corso del sopralluogo nella cosiddetta “zona rossa”, Bicchielli ha annunciato ulteriori audizioni e l’analisi degli atti amministrativi per individuare i punti di blocco della macchina pubblica e verificare se dall’esperienza di Niscemi possano emergere modelli replicabili altrove. L’intento, esplicitato anche in chiave legislativa, è comprendere come accelerare le procedure di spesa, evitando sovrapposizioni di competenze che spesso rallentano gli interventi, pur in presenza di risorse disponibili. Non è esclusa, in questo contesto, la richiesta formale di documentazione agli enti coinvolti.
Sul fronte tecnico-scientifico, l’arrivo in Municipio del gruppo guidato dal rettore dell’Università di Catania, Enrico Foti, ha aggiunto elementi di cautela. Foti ha definito il fenomeno “estremamente complesso”, sottolineando la percezione che il movimento non sia ancora concluso. A rafforzare questa lettura è intervenuto il presidente nazionale dei geologi, Roberto Troncarelli, secondo cui ogni pianificazione seria deve partire dalla conoscenza dettagliata della geologia del sottosuolo, considerata un presupposto non negoziabile. In questa prospettiva, una stabilizzazione definitiva della frana viene descritta come un’operazione di elevata difficoltà.
Troncarelli ha inoltre chiarito che, nel caso specifico, il contributo delle precipitazioni è stato marginale, poiché gli afflussi meteorici nei giorni precedenti erano limitati. L’innesco del movimento sarebbe quindi riconducibile soprattutto all’assetto geologico predisponente, più che all’azione dell’acqua, fattore che in altri contesti rappresenta spesso l’elemento scatenante. Questa valutazione riduce ulteriormente le possibilità di un intervento risolutivo e orienta verso misure di mitigazione mirate, da definire solo dopo studi approfonditi sulla configurazione morfologica, geologica e idrogeologica dell’area.
Il richiamo al passato è inevitabile. Nel 2000, un documento firmato dall’ingegnere Castiglione, allora presidente della commissione tecnica della Protezione civile nazionale, indicava la necessità di interventi di stabilizzazione, la riduzione delle perdite delle reti idriche e fognarie e l’avvio progressivo della delocalizzazione dell’abitato. Da allora sono trascorsi 25 anni. Nel frattempo, la rete idrica è stata sostituita, mentre la questione del depuratore ha visto l’avvio dei lavori solo lo scorso anno. La gestione della rete fognaria è affidata a Caltaqua, soggetto su cui la struttura commissariale non ha competenza diretta. Un nuovo incontro è previsto a breve per fare il punto sull’avanzamento, mentre i tecnici della società continuano a operare in varie zone della città, comprese quelle prossime all’area interdetta.
Il lavoro dei geologi prosegue anche sul piano istituzionale. Troncarelli è giunto in Sicilia con il vicepresidente Filippo Cappotto e il consigliere Giovanni Pantaleo, incontrando all’elisuperficie il presidente della commissione tecnica, Enrico Foti, che aveva già effettuato un primo sopralluogo nei giorni precedenti. L’obiettivo è redigere una nuova relazione tecnica, analoga a quella consegnata nel 2000, con l’auspicio che le indicazioni fornite vengano questa volta recepite e tradotte in azioni concrete.
Nel frattempo, l’emergenza abitativa resta uno dei nodi più urgenti. Gli incontri coordinati dalla prefettura di Caltanissetta continuano a concentrarsi sulla gestione degli sfollati. Al Comune sono pervenute oltre 170 istanze per la disponibilità di immobili in affitto o in vendita, un numero ritenuto insufficiente rispetto agli edifici destinati a essere dichiarati inagibili. Il dato ufficiale degli sfollati è stato aggiornato a 1539 persone. Sul piano infrastrutturale, la viabilità attorno al centro abitato dovrebbe essere ripristinata in pochi giorni, mentre il libero consorzio di Caltanissetta prosegue i lavori di adeguamento della strada provinciale 11, unico collegamento diretto tra Niscemi e il capoluogo provinciale.
Le ricadute economiche non sono marginali. Gli imprenditori agricoli hanno sollecitato interventi urgenti su due arterie provinciali per garantire l’accesso alla piana di Gela, area in cui operano centinaia di aziende specializzate nella produzione di carciofi. Anche questo aspetto conferma come il dissesto idrogeologico non sia solo una questione ambientale, ma un fattore capace di incidere sulla tenuta sociale ed economica di un territorio. Niscemi, in questo senso, diventa un caso emblematico di come la mancata valorizzazione della conoscenza accumulata nel tempo possa trasformare un rischio noto in una crisi conclamata.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









