Italia: tra corruzione, mafie e azzardo, dalla Lombardia alla Sicilia cresce l’allarme sociale

Dossier, inchieste e analisi sociologiche raccontano un Paese attraversato da criminalità organizzata, clientelismo e corruzione. Le grandi organizzazioni criminali tradizionali come Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra hanno progressivamente ridotto la visibilità militare privilegiando infiltrazioni economiche, relazioni professionali, gestione degli appalti pubblici, riciclaggio di denaro e controllo di interi comparti produttivi

Sintesi

L’Italia continua a confrontarsi con fenomeni diffusi di corruzione, criminalità organizzata, clientelismo politico e infiltrazioni mafiose che attraversano il Paese dalla Lombardia alla Sicilia. Il dossier “Azzardomafie” dell’associazione Libera segnala nel 2024 anche un volume di gioco d’azzardo superiore a 157 miliardi di euro gestito dalla criminalità organizzata con una forte crescita del settore Online (in linea). Le indagini delle Direzioni distrettuali antimafia evidenziano il coinvolgimento di 147 clan mafiosi nel business dell’azzardo tra il 2010 e il 2024. La Campania risulta la regione con il maggior numero di clan coinvolti, seguita da Calabria e Sicilia. Parallelamente cresce il dibattito sul rapporto tra politica, corruzione e mafie dopo nuove inchieste giudiziarie che coinvolgono esponenti istituzionali e dirigenti pubblici. Il sociologo Antonio Vesco nel saggio “Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa“, sostiene che l’indebolimento di Cosa nostra non ha eliminato i meccanismi sociali e clientelari che alimentano consenso, violenza e illegalità. A Palermo aumentano le preoccupazioni per il ritorno di episodi armati e per la presenza di armi da guerra nei quartieri popolari. Magistrati, studiosi e rappresentanti dell’antimafia ribadiscono che la sola repressione penale non basta senza interventi sociali, trasparenza amministrativa e rigenerazione urbana.

Articolo

Dalla Lombardia alla Sicilia emerge il quadro di un’Italia ancora attraversata da corruzione, delinquenza organizzata, clientelismo politico e infiltrazioni mafiose capaci di incidere sull’economia, sulle istituzioni e sul tessuto sociale. A confermarlo sono dossier investigativi, relazioni parlamentari, analisi sociologiche e recenti inchieste giudiziarie che raccontano un sistema criminale mutato rispetto al passato ma ancora profondamente radicato nei rapporti economici e amministrativi del Paese.

Uno dei settori maggiormente esposti agli interessi criminali continua a essere quello del gioco d’azzardo. Secondo il dossier “Azzardomafie”, presentato dall’associazione Libera fondata da don Luigi Ciotti, nel 2024 in Italia il volume complessivo del gioco ha raggiunto circa 157 miliardi e 453 milioni di euro, in forte aumento rispetto ai 147 miliardi e 718 milioni registrati nel 2023. La crescita più consistente riguarda il settore Online (in linea), che ha ormai superato in maniera stabile il gioco fisico tradizionale nelle agenzie e nelle sale scommesse. I dati contenuti nel rapporto evidenziano come oltre 92 miliardi di euro siano transitati attraverso piattaforme digitali di gioco e scommesse.

Il dossier censisce il coinvolgimento di 147 clan mafiosi nel business dell’azzardo tra il 2010 e il 2024 con 25 Procure Antimafia impegnate in indagini distribuite in 16 regioni italiane. La Campania guida la classifica con 40 clan coinvolti, seguita dalla Calabria con 39 e dalla Sicilia con 38. La presidente della commissione speciale Antimafia del Consiglio regionale della Lombardia Paola Pollini ha dichiarato che dal report emerge la presenza sul territorio lombardo di 6 locali di ’ndrangheta direttamente collegati al settore del gioco d’azzardo, confermando la capacità delle organizzazioni criminali di infiltrarsi nelle economie più sviluppate del Nord Italia.

Anche la corruzione in Lombardia continua a occupare un ruolo centrale in numerose inchieste giudiziarie che hanno portato a perquisizioni, arresti e procedimenti legati ad appalti pilotati, presunti fondi illeciti e irregolarità nella gestione delle grandi opere pubbliche. Le principali indagini coordinate dalla Procura di Milano riguardano il settore degli appalti connessi agli eventi sportivi e ai servizi pubblici, dove gli investigatori stanno verificando ipotesi di corruzione, turbativa d’asta e sovrafatturazioni nei servizi digitali. Parallelamente i Magistrati hanno acceso i riflettori su un presunto sistema urbanistico e paesaggistico caratterizzato da mazzette, incarichi orientati e rapporti opachi tra ambienti dell’imprenditoria immobiliare, professionisti e componenti delle commissioni tecniche. L’attenzione delle Procure lombarde si estende inoltre ai reati contro la pubblica amministrazione con indagini e condanne che coinvolgono ex funzionari, dirigenti pubblici e presunti episodi di tangenti collegati anche al comparto dell’edilizia carceraria regionale.

Negli ultimi decenni le mafie hanno modificato strategie e modalità operative. Le grandi organizzazioni criminali tradizionali come Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra hanno progressivamente ridotto la visibilità militare privilegiando infiltrazioni economiche, relazioni professionali, gestione degli appalti pubblici, riciclaggio di denaro e controllo di interi comparti produttivi. Secondo numerose relazioni della DIA (Direzione investigativa antimafia) e della DNA (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo), il fenomeno mafioso contemporaneo si caratterizza soprattutto per la capacità di costruire reti di relazioni con imprenditori, professionisti, funzionari pubblici e segmenti della politica.

In questo contesto si inserisce il recente saggio del sociologo Antonio Vesco intitolato “Criminalità immaginate. Ripoliticizzare la questione mafiosa”, pubblicato nel 2026. Lo studioso sostiene che l’indebolimento militare di Cosa nostra, ottenuto grazie alle operazioni repressive successive alle stragi del 1992 nelle quali furono assassinati i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, rappresenti certamente un risultato importante ma non sufficiente a eliminare le radici sociali, economiche e culturali del fenomeno mafioso. Secondo Vesco, la riduzione della forza militare delle cosche ha messo maggiormente in evidenza il ruolo di altri soggetti presenti nel sistema delle relazioni opache tra politica, affari e pubblica amministrazione.

Il dibattito si è intensificato soprattutto in Sicilia dopo le recenti inchieste giudiziarie che hanno coinvolto amministratori pubblici, dirigenti regionali e figure politiche accusate di reati contro la Pubblica amministrazione. In questo quadro viene richiamata anche la vicenda giudiziaria dell’ex presidente della Regione Siciliana Totò Cuffaro che negli ultimi mesi ha definito tramite patteggiamento una nuova contestazione relativa ad accuse di corruzione e traffico di influenze illecite. Il giudice ha disposto, durante l’esecuzione della misura alternativa alla detenzione, il divieto di intrattenere rapporti con politici e dirigenti pubblici. La vicenda ha riacceso il confronto pubblico sul livello di permeabilità del sistema politico-amministrativo siciliano rispetto a pratiche clientelari e relazioni opache. Parallelamente Palermo, come pure Catania, continuano a fare i conti con nuovi episodi di violenza armata e con il ritorno di segnali di notevole spaccio tensione criminale in alcuni quartieri popolari e borgate periferiche. Negli ultimi mesi diverse operazioni delle Forze dell’ordine hanno portato al sequestro di pistole, fucili e perfino kalashnikov, termine di origine russa che identifica fucili d’assalto automatici di tipo militare. Magistrati e investigatori stanno cercando di comprendere se si tratti di gruppi criminali emergenti oppure di nuove dinamiche interne a Cosa nostra ancora presente, pur in forma ridimensionata, sul territorio siciliano.

Secondo numerosi studiosi, magistrati e rappresentanti dell’antimafia sociale, limitarsi alla sola repressione penale non sarebbe sufficiente a contrastare fenomeni tanto radicati. Il concetto di “pharmakon”, termine greco che significa contemporaneamente medicina e veleno, viene utilizzato per spiegare come la giustizia penale rappresenti uno strumento necessario ma incapace da sola di rigenerare il tessuto sociale. La semplice successione di arresti e operazioni di polizia rischierebbe infatti di non incidere sulle cause profonde che alimentano illegalità, consenso mafioso e marginalità sociale.

Le recenti relazioni della Corte dei conti, dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) e della Commissione parlamentare Antimafia hanno inoltre evidenziato criticità persistenti nella gestione degli appalti pubblici, nel sistema delle consulenze, nella trasparenza amministrativa e nel controllo della spesa sanitaria regionale. Proprio il settore sanitario continua a essere considerato uno degli ambiti maggiormente esposti a fenomeni clientelari e a tentativi di pressione politica nelle procedure di affidamento e nomina.

Sul piano normativo, negli ultimi anni il Parlamento italiano ha approvato diverse riforme contro corruzione e criminalità organizzata. Tra queste figurano la Legge n. 3 del 2019 conosciuta come “Spazzacorrotti”, il rafforzamento delle misure preventive antimafia contenute nel Codice Antimafia aggiornato dal D.Lgs (Decreto legislativo) 159/2011 e le recenti modifiche ai reati contro la pubblica amministrazione inserite nel nuovo Codice degli appalti pubblici approvato con il D.Lgs 36/2023. Parallelamente la giurisprudenza della Cassazione continua a ribadire la centralità delle misure patrimoniali e delle confische preventive nel contrasto alle organizzazioni mafiose e ai sistemi corruttivi.

Resta però aperto (guarda caso) inaffrontato il persistente nodo della rigenerazione sociale nei territori maggiormente esposti alla marginalità economica e all’influenza criminale (forse perché le mafie approtano soldi, tanti soldi e voti, tanti voti). Numerosi esperti ritengono indispensabile rafforzare scuole, servizi sociali, politiche abitative, inclusione lavorativa e recupero urbano delle periferie. A Palermo il dibattito si concentra anche sulla gestione delle case popolari e sulla necessità di procedure più trasparenti e sicure per le assegnazioni degli alloggi pubblici, considerate da anni uno dei terreni storicamente vulnerabili alle pressioni clientelari e mafiose.

Il quadro che emerge descrive quindi un’Italia nella quale mafie, corruzione e criminalità economica non rappresentano soltanto emergenze giudiziarie ma fenomeni strutturali che attraversano da troppo tempo: politica, istituzioni, territori e relazioni sociali. Un contesto nel quale repressione, trasparenza amministrativa, cultura della legalità e interventi sociali vengono indicati da studiosi, magistrati e associazioni civiche come strumenti complementari e indispensabili per evitare che illegalità e consenso criminale continuino a riprodursi nel tempo.