Giustizia lenta e mafia arbitro. La Sicilia tra Pnrr al tramonto e sfiducia

Dalle stragi del 1992 alla fase finale del PNRR, il nodo resta lo stesso: senza giustizia credibile, economia sana e cultura della legalità, la mafia può tornare a proporsi come scorciatoia violenta dentro le crisi civili, commerciali e istituzionali

Sintesi

Nel 1992 Palermo fu il centro delle stragi mafiose e, 37 anni dopo, la ferita resta politica, sociale e giudiziaria. Negli anni successivi l’azione di Polizia, Magistratura e Giudici ha indebolito Cosa nostra, che però, almeno sotto gli occhi di chi ancora può e vuole vedere, non è scomparsa e ha spostato il proprio interesse verso droga, estorsioni, appalti, turismo, locazioni, forniture e settori economici opachi. Dal 2021 il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) ha immesso nell’Italia risorse eccezionali, ma a giugno 2026 la fase decisiva sta chiudendosi e rischia di lasciare strutture, spese e manutenzioni sulle spalle di un sistema pubblico già pesante. Più volter il Procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, ha ricordato che la repressione da sola non basta e che la battaglia contro la mafia si vince soprattutto fuori dai palazzi di giustizia, con cultura, sviluppo e fiducia nello Stato. Nel 2026 Lia Sava Procuratrice generale della Corte d’appello di Palermo, ha ribadito che l’organizzazione criminale è ancora viva, capace di riorganizzarsi e di controllare territori e affari anche senza ricorrere alla stagione delle stragi. Il ricorso di alcuni imprenditori ai boss per risolvere controversie commerciali non è solo un cedimento morale, ma una delega di sovranità all’antistato, favorita anche dalla lentezza dei processi, dai costi legali, dall’incertezza delle decisioni e dalla percezione di una giustizia distante. Le norme offrono strumenti di tutela, tra processo civile, mediazione, arbitrato, gratuito patrocinio, ricusazione, astensione, controlli disciplinari e legislazione antimafia, tuttavia nessuna architettura istituzionale sembra possa garantire il rischio zero di corruzione o abuso. Dopo il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, che ha respinto la riforma della separazione delle carriere, il problema resta intero: Parlamento, Magistratura, Avvocatura, Imprese e Società civile devono affrontare insieme il divario tra legalità formale e giustizia realmente accessibile.

Sintesi

Ci sono temi che scivolano fuori dal confronto pubblico, non perché siano secondari, ma perché disturbano la narrazione più comoda. Tra feste, spettacoli, consenso comprato con spesa pubblica e panem et circenses (pane e giochi), il Paese rischia di non accorgersi che la stagione straordinaria del PNRR sta arrivando al suo snodo finale. La dotazione complessiva italiana è stata enorme, ma non infinita. Quando l’afflusso eccezionale rallenta, restano opere da completare, edifici da gestire, servizi da finanziare, personale da mantenere e una macchina pubblica che, se non viene resa più efficiente, finisce per pesare ancora su tasse, imposte e debito.

In questo quadro di distrazione collettiva rientrano anche 2 questioni quotidiane e decisive: sanità e giustizia. La prima riguarda il diritto a curarsi senza essere schiacciati da liste d’attesa, disuguaglianze territoriali e migrazioni sanitarie. La seconda riguarda la possibilità di ottenere una decisione in tempi compatibili con la vita delle persone e delle imprese. Nel caso di quest’ultima, quando un cittadino o un imprenditore percepisce il tribunale come un percorso lungo, costoso e incerto, cresce la tentazione della scorciatoia. In Sicilia questa frattura è ancora più pericolosa, perché dove lo Stato appare lento o lontano può insinuarsi la vecchia offerta criminale: protezione, mediazione, intimidazione e comando.

Il punto di partenza resta il 1992. Le stragi di Capaci e via D’Amelio non furono soltanto attacchi contro Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte, ma un’aggressione frontale allo Stato. Dopo oltre tre decenni anni da quella stagione, Maurizio De Lucia ha ricordato di aver vissuto quei giorni da Sostituto procuratore a Palermo e ha spiegato che Cosa nostra non è più quella stragista, anche grazie all’azione coordinata di Polizia, Procura, Giudici, Corte d’appello e Cassazione. Questo non significa che sia estinta. Significa che è cambiata, si è adattata, ha ridotto l’esposizione militare e ha rafforzato la propria vocazione economica.

Oggi l’organizzazione cerca potere e denaro nei settori dove può condizionare scelte pubbliche e private. Le estorsioni non sono soltanto una rapina continuata ai danni di commercianti e imprese, ma un modo per marcare il territorio. Il traffico di stupefacenti resta centrale. L’economia legale diventa campo di infiltrazione quando cresce in modo disordinato, come accade in alcune aree del turismo, tra affitti brevi, fornitori, locali che aprono e chiudono rapidamente, ristorazione, subappalti e servizi collegati. Dove il mercato è opaco, la mafia trova varchi. Dove l’impresa è fragile, il clan offre una falsa stabilità che poi diventa dipendenza.

Il problema più grave emerge quando alcuni imprenditori si rivolgono ai boss per risolvere crediti, liti societarie, forniture non pagate o contrasti commerciali. Questa scelta appare come una semplice deviazione pratica. È la consegna di una funzione pubblica all’antistato. Il capo mafia diventa arbitro, giudice privato, garante armato e regolatore economico. In apparenza chi lo chiama ottiene rapidità. In realtà perde autonomia, accetta una gerarchia criminale, altera la concorrenza e rafforza un sistema che poi chiederà restituzione sotto forma di favori, denaro, silenzio o disponibilità.

La sfiducia verso la giustizia ordinaria non nasce dal nulla. I processi civili e commerciali possono essere troppo lunghi rispetto ai tempi dell’economia reale. Le spese vive, le parcelle, il contributo unificato, le consulenze e il rischio di soccombenza possono scoraggiare soprattutto il ceto medio, che spesso non rientra nel patrocinio a spese dello Stato. L’incertezza interpretativa delle norme, la moltiplicazione delle riforme e la percezione di decisioni non sempre prevedibili alimentano un senso di impotenza. Tuttavia, rivolgersi alla mafia non corregge il difetto. Lo trasforma in soggezione permanente.

La giustizia italiana, agli occhi di molti cittadini, appare ancora come un sistema difficile da attraversare. Da un lato c’è chi la descrive come un corpo chiuso, segnato da correnti, lentezze e autoreferenzialità. Dall’altro c’è la contrapposizione politica, con una parte del centrodestra accusata dagli avversari di volerla controllare e una parte del centrosinistra accusata dai critici di difenderla quando colpisce gli avversari e di usarne il peso nel conflitto pubblico. In mezzo resta il cittadino, che non cerca teorie costituzionali astratte, ma una risposta comprensibile, rapida, imparziale e sostenibile.

La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti è stata uno dei momenti più accesi di questo confronto. Il testo prevedeva 2 percorsi distinti per giudici e pubblici ministeri, 2 organi di autogoverno e una nuova Alta Corte disciplinare. Dopo l’approvazione parlamentare senza la maggioranza dei 2 terzi, si è arrivati al referendum confermativo del 22 e 23 marzo 2026. Il No ha prevalso e la riforma non è entrata in vigore. Carlo Nordio ha preso atto dell’esito popolare, mentre Nicola Gratteri ha letto il voto come difesa dell’indipendenza della magistratura. Ma la bocciatura del testo non ha cancellato la domanda di fondo: come rendere la giustizia più credibile per chi non ha potere, denaro o “relazioni” ?

Il cittadino non può avere la certezza assoluta che nessun giudice, magistrato onorario, componente laico o professionista inserito in funzioni giudiziarie possa sbagliare, abusare del ruolo o corrompersi. Il rischio zero non esiste in nessuna istituzione umana salvo delirare come purtroppo storicamente accade spesso nelle trasversali alte sfere e ultimamente in crescendo. La garanzia non sta nell’infallibilità dei singoli, ma nella rete dei controlli. Esistono regole di incompatibilità, obblighi di astensione, possibilità di ricusazione, motivazione scritta dei provvedimenti, impugnazioni, controllo disciplinare, responsabilità penale e, nei casi più delicati, decisioni collegiali. Sono barriere importanti, ma funzionano solo se vengono applicate con rigore e se il cittadino è messo nelle condizioni economiche e culturali di usarle.

Per i giudici non togati il tema è ancora più sensibile, perché il confine tra professione privata e funzione pubblica può apparire meno netto agli occhi dell’utente della giustizia. Un avvocato, un docente, un esperto o un magistrato onorario che entra in un meccanismo giudiziario deve essere percepito come indipendente non solo formalmente, ma anche sostanzialmente. Per questo incompatibilità, conflitti di interesse, astensione e ricusazione non sono dettagli tecnici. Sono presìdi minimi di fiducia. Se il cittadino avverte intrecci locali, rapporti professionali opachi o vicinanze non chiarite, la sfiducia cresce anche quando non vi è prova di illecito.

Sul piano degli strumenti alternativi, la risposta legale alle liti non passa solo dal processo ordinario. La mediazione, la negoziazione assistita, l’arbitrato e i servizi delle Camere di commercio possono offrire percorsi più rapidi per le controversie civili e commerciali, purché restino imparziali, trasparenti e accessibili. Le ADR (Alternative Dispute Resolution, risoluzione alternativa delle controversie) non devono diventare giustizia minore per chi non può permettersi un processo, ma canali seri per evitare che ogni conflitto finisca in tribunale o, peggio, nelle mani di chi usa minaccia e intimidazione. In Sicilia questo passaggio ha anche un valore antimafioso.

La risposta civile esiste e va rafforzata. Addiopizzo, un movimento antimafia nato in Sicilia nel 2004, famoso per la campagna “Pago chi non paga”, ha costruito una rete di consumo critico fondata su commercianti e imprenditori che rifiutano il pizzo, cioè l’estorsione organizzata imposta dai clan. Gli sportelli antiracket, le Associazioni, le Prefetture, le Forze dell’ordine e gli strumenti di sostegno alle vittime possono aiutare chi denuncia a non restare solo. Ma la denuncia deve essere accompagnata da protezione concreta, tempi ragionevoli e percorsi economici di sopravvivenza. Chiedere coraggio senza garantire continuità aziendale, sicurezza familiare e tutela patrimoniale rischia di trasformare la legalità in una predica.

Sul piano normativo, l’articolo 416-bis del codice penale punisce l’associazione di tipo mafioso e riconosce il metodo dell’intimidazione, dell’assoggettamento e dell’omertà come tratto qualificante. Il decreto legislativo 159/2011, noto come Codice antimafia, disciplina misure di prevenzione, sequestri, confische e documentazione antimafia. La legge 44/1999 ha istituito il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura. La legge 108/1996 ha previsto strumenti contro l’usura. Il decreto legislativo 149/2022, collegato alla riforma Cartabia, ha rafforzato anche mediazione e negoziazione assistita. Il decreto ministeriale 22 aprile 2025 ha aggiornato a 13.659,64 euro la soglia di reddito per l’accesso al patrocinio a spese dello Stato, ma quella soglia continua a lasciare scoperta una parte rilevante del ceto medio. Il PNRR ha fissato per la giustizia obiettivi misurabili, tra cui la riduzione del disposition time (tempo stimato di definizione dei procedimenti) del 40% nel civile e del 25% nel penale entro il 30 giugno 2026, rispetto ai valori del 2019. I dati ministeriali indicano miglioramenti, ma non cancellano la percezione di un sistema ancora diseguale per territori, uffici e condizioni economiche delle parti. La vera riforma, oltre le sigle e gli slogan, dovrebbe tenere insieme 3 esigenze: indipendenza reale della magistratura, responsabilità effettiva di chi esercita funzioni pubbliche e accesso umano ed economico alla giustizia per cittadini e imprese.

In Sicilia la posta in gioco è ancora più alta. Se lo Stato non riesce a risolvere una controversia in tempi credibili, se una famiglia teme di rovinarsi per una causa, se un imprenditore pensa che il tribunale arrivi quando l’azienda è già fallita, allora la mafia può ripresentarsi come servizio illegale. È questa la trappola da spezzare. Non basta dire agli imprenditori di non rivolgersi ai boss, anche se quel divieto morale e giuridico resta assoluto. Bisogna rendere più forte, più vicina e più conveniente la via legale.

Il confronto tra Parlamento e Magistratura dovrebbe uscire dalla logica della guerra di posizione. La politica non deve cercare Giudici addomesticati. La Magistratura non deve apparire come una corporazione impermeabile. L’avvocatura non può essere ridotta a costo insostenibile. Il cittadino comune e l’impresa non possono essere lasciati soli davanti a crediti, fallimenti, minacce e burocrazia. La legalità non si difende soltanto con commemorazioni, cerimonie e parole solenni. La giustizia si difende facendo funzionare lo Stato prima che arrivi il boss o illegali intermediari a offrire una soluzione. Ed è qui che giustizia, antimafia, economia e democrazia tornano a essere la stessa questione.

Immagine realizzata con Ia.