Sicilia. Donne abat-jour: il limite tra scena e oggetto

Una lettrice indignata ci invia un video social di una nota località turistica siciliana che riapre il nodo della figura femminile usata come arredo vivente negli eventi mondani

Sintesi

Un video pubblicato sui social e inviatoci da una indignata lettrice, inerente un evento internazionale in una rinomata località turistica siciliana, mostra 2 figuranti femminili con abiti scenografici e copricapi illuminati simili ad abat-jour. Il tema non è nuovo. Nel 2021, in una città siciliana della costa orientale, una festa privata molto commentata sui social, aveva già acceso la polemica sulle “donne lampadario”, con accuse di oggettificazione e difese fondate sull’idea di performance, termine inglese che significa esibizione artistica. Lungi dal criticare l’evento che genera promozione turistica e indotto economico, tuttavia ci si domanda quale sia stato in questo 21 secolo il messaggio culturale nel mostrare il corpo femminile collocato come muto decorato paralume posto ai lati di un passaggio Vip (acronimo inglese di “very important person”, cioè persona molto importante). Sul piano giuridico non ogni figurazione scenica è automaticamente illecita, poiché contano consenso, contratto, sicurezza, retribuzione, finalità artistica e contesto. Ma il quadro normativo e deontologico italiano ed europeo spinge nella direzione del rispetto della dignità, della parità e del contrasto agli stereotipi di genere. La Costituzione tutela pari dignità e pone limiti all’iniziativa economica quando lede la dignità umana, il Codice delle pari opportunità vieta discriminazioni tra donne e uomini, persino il Codice della strada vieta pubblicità sessiste su strade e veicoli, l’IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) impone alla comunicazione commerciale di evitare discriminazioni di genere, la legge 168/2023 rafforza il contrasto alla violenza sulle donne e la direttiva UE (Unione europea) 2024/1385 colloca prevenzione e tutela delle vittime in un quadro comune europeo. Queste rappresentazioni rischiano di compromettere, anche sul piano psicologico, il lavoro personale e collettivo necessario per superare alcune forme di patriarcato e discriminazione di genere. Il messaggio che ne deriva, infatti, può apparire in contrasto con il percorso educativo, sociale e culturale orientato al rispetto della figura femminile e alla moderna parità.

Articolo

Una lettrice ha segnalato un video pubblicato sui social nel quale, durante il passaggio di un noto ospite internazionale in una località turistica siciliana, compaiono 2 ragazze vestite come abat-jour, con copricapi luminosi assimilabili a lampade decorative. Mon si conoscono le identità delle due ragazze, il rapporto contrattuale, l’eventuale consenso, il compenso, l’organizzatore materiale della scena o la precisa finalità artistica. Il punto di questo articolo non è infatti esporre immagini o nomi, bensì affrontare un tema generale: quando una presenza femminile viene trasformata in cornice ornamentale, il pubblico può leggerla non come spettacolo, ma come riduzione della donna a oggetto scenico ?

Il precedente più vicino nel dibattito italiano risale all’agosto 2021, quando alcune immagini di una festa privata in una città siciliana alle pendici di un vulcano, mostrarono figuranti con paralume in testa e provocarono una forte reazione online. Le critiche parlarono di ruolo degradante e di corpo femminile ridotto a elemento d’arredo, mentre le difese sostennero che si trattasse di lavoro scenografico e coreografico, legato a un tema estetico della serata. Quel caso è utile perché mostra l’analoga frattura interpretativa: da un lato la libertà di lavorare nello spettacolo, dall’altro il rischio che la libertà creativa riproponga stereotipi antichi sotto forma di eleganza mondana.

La distinzione appare decisiva. Una performer, cioè un’artista o lavoratrice dello spettacolo, può accettare liberamente un ingaggio anche eccentrico, purché siano rispettati dignità, sicurezza, compenso, orari, tutela dell’immagine e condizioni contrattuali. Tuttavia la libertà di esibirsi non cancella l’effetto culturale dell’immagine prodotta. Se la figura umana è attiva, riconoscibile come parte di una regia, dotata di gesto, movimento e senso artistico, la lettura può essere quella dello spettacolo. Se invece resta immobile, laterale, muta, simmetrica e funzionale al passaggio di un VIP, l’impressione dominante diventa quella dell’arredo vivente. È qui che si ritiene nasce l’indignazione della lettrice, poiché il problema non riguarda soltanto 2 ragazze bardate a paralume, ma il modo in cui una società abituata a parlare di parità continua talvolta a rappresentare il femminile come cornice decorativa, un oggetto da salotto o altro.

La questione tocca anche le nuove generazioni. Un’immagine del genere, soprattutto se rilanciata da social, video brevi e pagine di intrattenimento, comunica più velocemente di un discorso educativo. Può dire, anche senza volerlo, che la bellezza femminile vale quando illumina, abbellisce e resta al proprio posto. È un messaggio ambiguo, perché si presenta come lusso, festa e creatività, ma rischia di indebolire il lavoro quotidiano di famiglie, scuole, associazioni e istituzioni, ma anche soggetttivo, contro stereotipi secolari. Non si tratta di censurare ogni costume scenografico, ma di chiedere agli organizzatori un criterio più maturo: non basta che un’immagine sia bella, costosa o virale, occorre domandarsi quale idea di donna consegni al pubblico.

Sul piano normativo, la Costituzione italiana offre il primo parametro, poiché l’articolo 3 riconosce pari dignità sociale senza distinzione di sesso e l’articolo 41 stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla dignità umana. Il decreto legislativo 198/2006, cioè il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, raccoglie le norme contro le discriminazioni fondate sul sesso. Il divieto di pubblicità sessista su strade e veicoli, introdotto nell’articolo 23 del Codice della strada, riguarda in modo specifico comunicazioni pubblicitarie, ma segnala un orientamento pubblico chiaro contro messaggi sessisti o stereotipi offensivi. L’IAP, nel proprio Codice di autodisciplina, afferma inoltre che la comunicazione commerciale deve rispettare la dignità della persona ed evitare discriminazioni, compresa quella di genere.

Anche gli atti deontologici e istituzionali seguono la stessa direzione. Il Manifesto di Venezia del 2017, promosso nell’ambito giornalistico per un’informazione rispettosa della parità di genere, invita a evitare stereotipi, pregiudizi e immagini lesive. Nel 2021 ANCI (Associazione nazionale comuni italiani) e IAP hanno rinnovato il protocollo contro la pubblicità sessista, chiedendo modelli comunicativi rispettosi della dignità della donna. Nel 2023 è entrata in vigore la legge 168 contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Nel 2024 la direttiva UE 2024/1385 ha rafforzato il quadro europeo di prevenzione e contrasto. Nella giurisprudenza sovranazionale, la sentenza CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo) J.L. contro Italia del 27 maggio 2021 ha richiamato il dovere di evitare stereotipi sessisti, sia pure in un diverso contesto giudiziario, perché linguaggio e rappresentazioni possono incidere sulla dignità e sulla fiducia delle persone nelle istituzioni.

Sorprende quindi, e forse appare anche indicativo di una certa convenzionalità ancora presente nel mondo degli eventi e dello spettacolo, che lo stridore di quella rappresentazione non sia stato colto neppure dalle donne coinvolte nell’organizzazione e nella conduzione della manifestazione. Allo stesso modo, lascia perplessi il silenzio dei rappresentanti comunali, della Regione Siciliana e del mondo dell’informazione, pure ampiamente presenti, che avrebbero potuto rilevare la contraddizione tra l’immagine proposta e la sensibilità ormai richiesta sui temi della dignità femminile e del rispetto di genere.

La conclusione che si ritiene più equilibrata da dare alla nostra lettrice, è che le “donne abat-jour” non possono essere liquidate né come semplice scandalo né come innocua coreografia. Se erano lavoratrici regolarmente ingaggiate, il loro lavoro va rispettato. Se però la regia le ha rese lampade umane, ferme e decorative, la critica è fondata quanto meno sul piano culturale e della sinsibilità civile. Il turismo, il cinema, la moda e gli eventi internazionali portano visibilità e ricchezza alla Sicilia, ma proprio per questo dovrebbero offrire immagini più consapevoli. La bellezza non perde forza quando rinuncia all’oggettificazione. Al contrario, diventa più moderna quando illumina la scena senza spegnere la dignità di chi la abita.

Immagine parzialmente realizzata con Ia.