Molte giovani rinviano la maternità: vedono nelle madri stanchezza, sacrifici, difficoltà lavorative e minore autonomia

Il calo delle nascite riflette lavoro precario, sostegno insufficiente, pochi servizi e maternità percepita come costo personale

Sintesi

In Italia la scelta di diventare madri appare sempre più rinviata poiché le giovani donne osservano nelle generazioni precedenti fatica, carichi familiari, penalizzazioni professionali e perdita di autonomia. I dati Istat (Istituto nazionale di statistica) confermano che nel 2024 solo il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni intendeva avere un figlio nei 3 anni successivi, mentre nel 2025 le nascite sono scese a 355mila e la fecondità a 1,14 figli per donna. Save the Children (Salvate i bambini) segnala che lavora appena il 58,2% delle madri con figli in età prescolare, mentre l’Ispettorato nazionale del lavoro rileva che nel 2024 le lavoratrici madri rappresentavano il 69,5% delle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali. Le ricerche più recenti descrivono una motherhood penalty (penalizzazione della maternità) che colpisce occupazione, salario, carriera e pensione, mentre per molti uomini la paternità resta neutra o persino vantaggiosa. Le misure pubbliche, dal congedo obbligatorio di paternità di 10 giorni al Bonus mamme 2025 da 40 euro mensili, appaiono utili ma insufficienti senza servizi per l’infanzia universali, congedi più equilibrati, lavoro stabile e una diversa distribuzione della cura.

Articolo

Le figlie osservano le madri e spesso ciò che vedono non le avvicina alla maternità, ma le induce a rimandarla. La fatica quotidiana, gli orari spezzati, il lavoro tenuto insieme con difficoltà, la cura dei bambini, l’assistenza ai genitori anziani e la mancanza di tempo personale trasformano molte donne in un ammortizzatore sociale invisibile. Il risultato è un esaurimento che non resta individuale, ma diventa un segnale collettivo: se diventare madre significa perdere autonomia, reddito e prospettive, la scelta di avere figli non viene cancellata sempre per convinzione, ma spesso sospesa per difesa.

I numeri confermano questa frattura. Secondo l’Istat (Istituto nazionale di statistica), nel 2024 solo il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni dichiarava di voler avere un figlio nei 3 anni successivi, contro il 25% del 2003, mentre oltre 10,5 milioni di persone affermavano di non volerne né a breve né in futuro. Tra le ragioni indicate compaiono motivi economici, condizioni lavorative inadatte e assenza di un partner, ma dietro queste risposte si legge una valutazione più ampia della qualità di vita possibile.

Il quadro demografico è ancora più netto. Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024, e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. L’Istat segnala che la popolazione resta sostanzialmente stabile solo grazie al saldo migratorio, mentre l’età media al parto continua a collocarsi su livelli elevati.

La maternità pesa soprattutto sul lavoro. Save the Children (Salvate i bambini), nel rapporto “Le equilibriste”, rileva che il tasso di occupazione delle madri tra 25 e 54 anni con almeno un figlio in età prescolare si ferma al 58,2%, mentre tra le donne senza figli piccoli è più alto. Lo squilibrio diventa ancora più evidente se confrontato con gli uomini: i padri con figli minori risultano occupati in misura molto superiore, confermando che la genitorialità continua a produrre effetti opposti per madri e padri.

Questa distanza viene definita motherhood penalty (penalizzazione della maternità), cioè perdita di reddito, continuità professionale e possibilità di carriera dopo la nascita di un figlio. Il suo contrario è il fatherhood bonus (premio di paternità), che in molti contesti rafforza l’immagine lavorativa degli uomini diventati padri. Per molte donne, invece, la maternità coincide ancora con part-time (tempo parziale) spesso non scelto, incarichi meno qualificati, progressioni rallentate e pensioni future più basse.

Anche le dimissioni raccontano la stessa asimmetria. La relazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro sulle convalide 2023-2024 indica che nel 2024 le lavoratrici madri rappresentavano il 69,5% del totale (o circa 7 su 10) del totale delle convalide di dimissioni e il 69,6% delle dimissioni volontarie, segnalando che l’uscita dal lavoro dopo la nascita dei figli resta soprattutto femminile.

Il problema nasce anche dalla distribuzione del lavoro gratuito di cura. L’Eige (European Institute for Gender Equality, Istituto europeo per l’uguaglianza di genere) segnala che in Italia le donne sono più coinvolte degli uomini sia nella cura familiare sia nelle attività domestiche quotidiane, ricevono meno sostegno esterno e dispongono di meno tempo libero.

A questo si aggiunge la fragilità dei servizi. L’Italia continua ad avere forti differenze territoriali nell’accesso agli asili nido, nel costo dell’abitare e nella stabilità lavorativa. Quando manca una rete pubblica solida, il sostegno dei nonni resta decisivo, ma diventa meno disponibile per chi si sposta per studio o lavoro. Il rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) e Save the Children “Un Paese, due emigrazioni” ricorda che dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 (sotto i 35 anni) hanno lasciato il Mezzogiorno verso il Centro-Nord, impoverendo le reti familiari nei territori di partenza e rendendo più difficile conciliare lavoro e figli nei luoghi di arrivo.

Sul piano delle misure pubbliche, il congedo di paternità obbligatorio resta fissato a 10 giorni, fruibili dai padri lavoratori dipendenti da 2 mesi prima della data presunta del parto fino a 5 mesi dopo la nascita. È un diritto importante, ma ancora limitato rispetto all’obiettivo di redistribuire davvero la cura.

Nel 2025 è stato introdotto anche il Nuovo Bonus mamme, disciplinato dall’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), con un contributo mensile di 40 euro per lavoratrici con almeno 2 figli, potenziato a 60€ al mese (fino a 720€ totali) per il 2026, erogato secondo i requisiti previsti dal decreto-legge 95/2025, convertito nella legge 118/2025. Viene previsto per almeno due figli, con il più piccolo di età inferiore a 10 anni. Se si hanno tre o più figli, il limite di età del più piccolo sale a 18 anni. Va a lavoratrici dipendenti (anche a tempo determinato) o autonome (incluse gestione separata),  con reddito da lavoro annuo non superiore a €40.000, sono escluse le lavoratrici domestiche. Non spetta alle lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato con 3+ figli, per le quali è già previsto l’esonero contributivo totale. La misura offre un sostegno economico, ma non modifica da solo le cause strutturali della denatalità: precarietà, salari bassi, carichi di cura diseguali e servizi insufficienti.

Nel frattempo cresce l’attenzione verso il social freezing (congelamento degli ovociti per ragioni sociali), cioè la possibilità di conservare la fertilità in vista di una gravidanza futura. In Puglia è stato avviato un contributo pubblico fino a 3.000 euro per donne tra 27 e 37 anni, mentre la Toscana nel 2026 ha stanziato 350mila euro per rafforzare la procreazione medicalmente assistita e le misure di preservazione della fertilità. Si tratta però di strumenti individuali, utili in alcuni casi, ma incapaci di sostituire politiche familiari, occupazionali e sociali più ampie.

Le voci autorevoli convergono su un punto: i bonus economici possono attenuare il peso immediato, ma non bastano a far ripartire le nascite. Servono congedi più equilibrati tra madri e padri, servizi per l’infanzia accessibili, lavoro stabile, salari adeguati, case sostenibili e aziende capaci di non penalizzare chi si prende cura. In assenza di queste condizioni, le giovani donne non rifiutano necessariamente la maternità: chiedono che non diventi una perdita obbligata di sé, del lavoro, della dignità e della libertà.