Sintesi
L’Italia è il Paese dell’Ue con la maggiore incidenza di persone anziane e al 1° gennaio 2026 conta 14,8 milioni di residenti con almeno 65 anni, pari al 25,1% della popolazione. Il rapporto del Censis pubblicato nel 2026 rileva che il 38% degli anziani non riesce a svolgere sempre in piena autonomia le ordinarie attività quotidiane, rispetto al 21,2% registrato nel 2006. L’82,8% teme soprattutto di diventare dipendente dagli altri, mentre soltanto il 16,5% desidererebbe vivere almeno fino a 120 anni, segno che l’obiettivo principale non è prolungare indefinitamente l’esistenza, ma conservarne qualità, salute e autonomia. In caso di necessità il 52,7% fa affidamento sui figli, il 49,6% sul coniuge o convivente e appena l’1,9% sugli operatori domiciliari delle strutture pubbliche. Il 49,9% delle persone con almeno 85 anni vive solo e il 7,8% degli anziani dichiara di non avere nessuno su cui contare. Entro il 2050 gli over 65 potrebbero diventare 18,9 milioni, pari al 34,6% della popolazione, mentre gli ultraottantenni raggiungerebbero 7,5 milioni. In Sicilia gli anziani rappresentano già il 24,2% dei residenti e l’indebolimento delle famiglie, l’emigrazione giovanile e la disomogeneità dei servizi rendono più fragile il sistema di protezione. Negli ultimi mesi lo Spi Cgil Sicilia ha promosso sportelli di prossimità, iniziative sulla non autosufficienza e assistenza per l’accesso ai servizi digitali, mentre la struttura di Messina ha contestato i ritardi delle prestazioni sanitarie, annunciato la raccolta delle segnalazioni dei cittadini e sviluppato attività contro la solitudine, il gioco d’azzardo e l’esclusione delle persone anziane.

Articolo
L’Italia sta comprendendo che la longevità, pur rappresentando una conquista sociale e sanitaria, può trasformarsi in un grave elemento di vulnerabilità quando non è accompagnata da servizi pubblici, assistenza territoriale e relazioni di prossimità capaci di sostenere chi perde gradualmente autonomia. Il rapporto “Invecchiare nell’Italia della longevità”, pubblicato dal Censis (Centro studi investimenti sociali) nel luglio 2026, descrive un cambiamento che non riguarda soltanto la crescita numerica degli anziani, ma anche la maggiore consapevolezza delle difficoltà quotidiane e il timore di dipendere da altre persone.

Al 1° gennaio 2026 le persone di almeno 65 anni residenti nel Paese sono 14.820.500, pari al 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni hanno raggiunto 2.511.000 unità e rappresentano il 4,3% del totale, mentre l’Italia conserva nell’Ue (Unione europea) la maggiore incidenza di anziani e la più bassa percentuale di giovani fino a 14 anni. In Sicilia gli over 65 costituiscono il 24,2% dei residenti, un valore leggermente inferiore alla media nazionale, ma destinato a crescere in una regione nella quale la partenza dei giovani e la riduzione della popolazione attiva indeboliscono ulteriormente le reti familiari.

L’indagine rileva che il 31,7% degli anziani riesce a compiere autonomamente gran parte delle attività, ma in alcuni casi necessita di sostegno, il 4,9% incontra difficoltà più consistenti e l’1,4% si considera non autosufficiente. Complessivamente, quindi, è il 38% delle persone con almeno 65 anni a non sentirsi pienamente autonomo nella vita ordinaria. Nel 2006 queste 3 condizioni interessavano il 21,2% degli intervistati e non esattamente la metà del valore attuale. La quota di chi dichiara di poter fare tutto senza alcun aiuto è infatti scesa dal 78,8% al 62%.
Non emerge soltanto la non autosufficienza propriamente detta, ma una vasta zona intermedia composta da persone ancora autonome che hanno bisogno, con frequenza variabile, di accompagnamento per gli spostamenti, visite mediche, acquisti, pratiche amministrative, attività domestiche e accesso ai servizi digitali. È una fragilità meno visibile rispetto alla disabilità grave, ma sufficientemente estesa da richiedere una rete sociale stabile, diffusa nei quartieri, nei piccoli Comuni e nelle aree interne.
Anche l’idea stessa di longevità sta cambiando. L’82,8% degli intervistati teme di dover dipendere dagli altri, con una percentuale che nel Sud e nelle Isole raggiunge l’88%. Soltanto il 16,5% vorrebbe vivere almeno fino a 120 anni. La durata dell’esistenza non viene dunque considerata un valore assoluto: prevalgono il desiderio di conservare lucidità, relazioni, benessere e capacità di decidere autonomamente come organizzare la propria quotidianità.
La criticità principale riguarda il modello assistenziale, tuttora sostenuto quasi interamente dalle famiglie. In caso di malattia, invalidità o necessità di aiuto, il 52,7% degli anziani conta sui figli, il 49,6% sul coniuge o convivente, il 16% su altri parenti, il 10,8% su amici e conoscenti e il 7% su una badante retribuita. Soltanto l’1,9% indica gli assistenti domiciliari o gli infermieri delle strutture pubbliche, mentre il 7,8% afferma di non avere alcuna persona sulla quale fare affidamento. Il dato originario del 2% è quindi sostanzialmente corretto, ma la percentuale esatta rilevata è dell’1,9%.
Questo assetto rischia di non reggere. Le famiglie sono meno numerose, aumentano le abitazioni occupate da una sola persona e molti figli vivono lontano dai genitori per ragioni di studio o lavoro. Non è raro che anziani ancora autonomi debbano assistere coniugi o parenti più fragili, assumendo il ruolo di caregiver (persona che presta cura e assistenza) pur avendo a loro volta problemi di salute. La solidarietà familiare rimane essenziale, ma non può sostituire una responsabilità pubblica strutturata.
La solitudine diventa più frequente con l’avanzare dell’età. Il 29,5% degli over 65 vive in una famiglia composta da una sola persona, percentuale che sale al 37% tra gli ultrasettantacinquenni e al 49,9% tra quanti hanno almeno 85 anni. La formulazione secondo cui la metà degli ultraottantacinquenni vive sola trova quindi conferma nei dati, che evidenziano l’erosione progressiva della principale rete informale di sostegno.
Nel Mezzogiorno le relazioni familiari e di vicinato conservano spesso una funzione rilevante, ma incontrano servizi sociali, sanitari e di trasporto più deboli. Nelle aree interne, inoltre, distanze, carenza di collegamenti e riduzione dei presidi rendono difficili anche una visita o un accertamento. Nei grandi centri l’offerta sanitaria è generalmente più ampia, ma l’anonimato urbano e la frammentazione dei rapporti possono accentuare l’isolamento.
L’invecchiamento non può pertanto essere affrontato soltanto come un problema pensionistico o ospedaliero. Coinvolge la medicina territoriale, l’assistenza domiciliare, l’urbanistica, la mobilità, l’accessibilità delle abitazioni, i servizi digitali, il volontariato, la sicurezza e la disponibilità di luoghi di socializzazione. Una città costruita con marciapiedi impraticabili, trasporti inadeguati e uffici accessibili quasi esclusivamente mediante procedure telematiche può rendere dipendente anche chi non presenta una grave patologia.
Le previsioni mostrano che non si tratta di una fase temporanea. Nel 2050 le persone con almeno 65 anni potrebbero essere 18.882.824, pari al 34,6% degli abitanti, mentre gli ultraottantenni salirebbero a circa 7,5 milioni e gli ultranovantenni a 1,5 milioni. Nello stesso periodo la popolazione in età lavorativa diminuirebbe dal 63,5% al 54,3%, ampliando la distanza tra bisogni assistenziali, disponibilità di personale e risorse del sistema di welfare (insieme delle politiche e dei servizi di protezione sociale).
Il quadro normativo è stato modificato dalla legge 33 del 23 marzo 2023, che ha delegato il Governo a riorganizzare le politiche in favore delle persone anziane, promuovendo l’invecchiamento attivo, la prevenzione della fragilità e l’integrazione tra servizi sanitari e sociali. Il successivo decreto legislativo 29 del 15 marzo 2024 ha introdotto disposizioni applicative sulla valutazione multidimensionale, sull’assistenza domiciliare e sulla presa in carico delle persone non autosufficienti. La concreta efficacia della riforma dipende però dai finanziamenti, dal personale e dalla capacità delle amministrazioni territoriali di trasformare i principi in prestazioni realmente accessibili.
In tale contesto si colloca l’attività dello Spi Cgil (Sindacato pensionati italiani della Confederazione generale italiana del lavoro). Nel 2026 l’organizzazione nazionale ha avviato la campagna “Avremo cura di te” sulla non autosufficienza, con incontri e iniziative territoriali dedicati ai diritti, all’accesso ai servizi e alla condizione delle persone fragili.
In Sicilia è stato inaugurato a Modica il primo Sportello sociale regionale promosso insieme alla struttura confederale, destinato a offrire orientamento su bonus, agevolazioni, misure assistenziali, SPID (Sistema pubblico di identità digitale), piattaforme telematiche e procedure necessarie per utilizzare i servizi pubblici. L’iniziativa punta a creare presidi di prossimità e a contrastare sia lo spopolamento sia l’esclusione digitale delle persone anziane, estendendo l’azione sindacale oltre la tradizionale tutela pensionistica.
Nella provincia di Messina l’impegno recente dello Spi-Cgil si è concentrato in particolare sulla sanità. Nel marzo 2026 la struttura territoriale ha denunciato visite fissate a distanza di molti mesi o anni, prestazioni annullate, servizi privi di personale e cittadini costretti a ricorrere al privato oppure a rinunciare alle cure. È stata chiesta l’apertura di un confronto pubblico con l’Asp (Azienda sanitaria provinciale), insieme alla raccolta delle segnalazioni e alla possibile promozione di vertenze territoriali. Successivamente, insieme a Federconsumatori, sono state ribadite le criticità delle liste d’attesa e la necessità di tutelare soprattutto anziani e persone economicamente più fragili.
L’organizzazione messinese ha inoltre partecipato a iniziative contro il disturbo da gioco d’azzardo, evidenziando come isolamento, solitudine e difficoltà economiche rendano gli anziani più esposti, e ha richiamato l’attenzione sulle necessità assistenziali delle persone fragili della riviera jonica dopo il ciclone Harry. Queste attività affiancano le vertenze su sanità, pensioni e non autosufficienza con interventi rivolti alla prevenzione sociale e alla continuità delle relazioni comunitarie.
Il messaggio che emerge dai dati è netto: vivere più a lungo non è sufficiente quando gli anni aggiuntivi coincidono con solitudine, rinuncia alle cure o dipendenza esclusiva dai familiari. La longevità diventa una conquista civile soltanto quando ogni persona può invecchiare con dignità, conservare il maggior grado possibile di autonomia e trovare, vicino alla propria abitazione, servizi sanitari, sociali e relazionali capaci di intervenire prima che una fragilità quotidiana si trasformi in esclusione.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









