Sintesi
Negli ultimi 10 anni la popolazione detenuta minorile è cresciuta del 24% con un aumento ancora più ampio includendo le comunità, mentre parallelamente si rafforza il ricorso a strumenti penali anche a seguito del decreto Caivano. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia evidenziano una crescita degli ingressi nel circuito penale minorile e dei carichi dei servizi sociali, con una prevalenza di reati contro il patrimonio. Nonostante ciò il confronto europeo non segnala un’emergenza strutturale ma una trasformazione del fenomeno. Esperti italiani collegano l’aumento della violenza giovanile a fragilità emotive e carenze educative, mentre le istituzioni introducono nuove norme sulla sicurezza e sul digitale. Il dibattito resta aperto tra approccio repressivo e strategie preventive basate su ascolto, scuola e inclusione.

Articolo
L’analisi più recente del Ministero della Giustizia conferma un incremento progressivo della criminalità minorile nel decennio, accompagnato da una crescita delle misure restrittive applicate ai giovani. Tra il 2016 e il 2025 il numero dei detenuti negli istituti penali per minorenni è passato da 462 a 572 unità, con un aumento del 24%, dato che si avvicina al 40% considerando anche le collocazioni in comunità. La tendenza risulta coerente con l’espansione dei soggetti presi in carico dagli USSM (Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni), cresciuti da 21.848 a 23.932 nella fascia tra 18 e 24 anni, segnalando un ampliamento del controllo giudiziario e sociale.

Il sistema della giustizia minorile si struttura su un circuito articolato in cui la detenzione rappresenta la misura più afflittiva. Gli istituti penali per minorenni (IPM) intervengono nelle fasi più critiche, mentre gli USSM (Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni) operano lungo l’intero iter processuale, dalla segnalazione iniziale fino alla conclusione del percorso giudiziario, attraverso strumenti come l’indagine sociale e i progetti educativi disposti dall’autorità giudiziaria.

Dal punto di vista criminologico, i dati del rapporto Associazione Antigone (una ONLUS italiana, nata nei primi anni ’90, impegnata nella tutela dei diritti umani e delle garanzie all’interno del sistema penale e penitenziario) indicano che nel 2025 i reati contestati ai minori entrati negli IPM sono stati 2.302, con una media di circa 2 reati per soggetto. La distribuzione evidenzia una prevalenza dei delitti contro il patrimonio, in particolare furti e rapine, seguiti dai reati contro la persona che rappresentano il 20,8%, dalle violazioni in materia di stupefacenti pari al 10,8% e dai reati legati alle armi al 4,8%. In relazione alla nazionalità, tra i minori autori di omicidio detenuti nel 2025 solo 2 risultano stranieri, mentre nei reati di violenza sessuale e atti persecutori (stalking) si registrano 41 italiani e 24 stranieri, dato che ridimensiona alcune narrazioni emergenziali.
Il confronto con i dati Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione Europea) aggiornati al 2023 mostra che l’Italia presenta un tasso di denunce pari a 363,4 per 100.000 abitanti, inferiore alla media europea di 674,9, elemento che esclude una vera emergenza quantitativa ma segnala una mutazione qualitativa del fenomeno.
Sul piano normativo, negli ultimi anni si è assistito a una successione di interventi di politica criminale rivolti ai minori. Il cosiddetto decreto Caivano ha rappresentato un passaggio significativo, introducendo un abbassamento della soglia di pena da 9 a 6 anni per consentire misure come fermo, arresto in flagranza e custodia cautelare per i maggiori di 14 anni nei reati non colposi, oltre all’estensione di tali strumenti a nuove fattispecie come furto aggravato, porto di armi e spaccio di stupefacenti. L’impatto è stato immediato: la presenza media giornaliera negli IPM è salita da 452 a 556 tra il 2023 e il 2024 con un incremento del 31%, mentre gli ingressi nei centri di prima accoglienza sono passati da 745 nel 2022 a 1.084 nel 2025.
La linea repressiva prosegue con il recente decreto sicurezza, attualmente in iter parlamentare, che introduce il reato di possesso ingiustificato di strumenti con lama fuori dall’abitazione, con pena fino a 3 anni, e prevede sanzioni economiche fino a 1.000 euro per i genitori dei minori coinvolti, oltre al divieto di vendita ai minori di strumenti da punta e taglio. Questo orientamento rafforza l’approccio punitivo nel tentativo di contenere episodi di violenza giovanile sempre più visibili.
Accanto alla dimensione normativa emerge una lettura sociologica e psicologica del fenomeno. Matteo Lancini (psicologo e psicoterapeuta, è presidente della fondazione Minotauro di Milano e insegna presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca) sottolinea come la difficoltà degli adolescenti nel verbalizzare le emozioni rappresenti un fattore centrale, evidenziando una frattura tra giovani e adulti incapaci di ascolto. Secondo questa prospettiva, la repressione rischia di intervenire sugli effetti senza incidere sulle cause profonde legate a disagio emotivo, isolamento e mancanza di riconoscimento.
Sul versante educativo, Antonella Parisi (dirigente scolastico del Liceo scientifico Raffaele Lombardi Satriani di Petilia Policastro e Cotronei e del Liceo delle scienze umane e linguistico di Mesoraca (entrambi della provincia di Crotone in Calabria), richiama il ruolo della scuola come presidio di recupero e non solo di sanzione, sottolineando la necessità di strumenti come supporto psicologico, formazione degli insegnanti e alfabetizzazione relazionale. Una posizione analoga è espressa da Chiara Saraceno (filosofa, insegna Sociologia della famiglia all’Università degli Studi di Torino) che evidenzia come l’assenza di limiti e riferimenti spinga gli adolescenti a cercare riconoscimento nei pari, spesso in contesti online e offline privi di mediazione adulta.
Il contesto europeo aggiunge un ulteriore livello di intervento. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’introduzione di un’app per la verifica dell’età online, misura collegata ai lavori dello “Special panel on child safety online” (gruppo speciale sulla sicurezza dei minori online), con l’obiettivo di rafforzare la protezione digitale. Le statistiche indicano che 1 minore su 6 è vittima di bullismo online e 1 su 8 è autore di comportamenti aggressivi in rete.
Anche sul piano sanitario emergono criticità. Stefano Vicari (professore ordinario di Neuropsichiatria Infantile alla Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma) evidenzia come l’uso intensivo delle piattaforme digitali possa generare dipendenza comportamentale, ansia, depressione e autolesionismo, rafforzando la necessità di affiancare alle restrizioni normative interventi educativi rivolti anche agli adulti.
In Italia, iniziative come la Fondazione Patti Digitali ETS (Ente del Terzo Settore) coinvolgono oltre 20.500 famiglie e più di 240 gruppi locali in 16 regioni, promuovendo un equilibrio tra regolamentazione e formazione digitale. Parallelamente è stata avviata una class action contro piattaforme come TikTok, Facebook e Instagram, con primi sviluppi giudiziari attesi nel 2026.
Il Governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, ha introdotto misure come il divieto di smartphone in classe, sistemi di parental control (controllo parentale), verifica dell’età per contenuti sensibili e programmi di alfabetizzazione digitale, noti come “patentino digitale”. Tuttavia resta ferma in Parlamento, dal 2025, una proposta bipartisan che prevede ulteriori restrizioni per l’accesso dei minori ai social.
Nel complesso, il fenomeno della criminalità minorile appare come il risultato di una combinazione di fattori normativi, sociali e culturali. L’incremento delle misure detentive e delle politiche securitarie si affianca a una crescente consapevolezza della necessità di interventi preventivi, educativi e inclusivi, in un equilibrio ancora instabile tra controllo e comprensione del disagio giovanile.
L’opinione
Aggiungerei al cosiddetto generale disagio giovanile, pure il decennale esempio, di solito autoreferenziale, tronfio, celebrativo, edulcorato, mistificato se non anche dissimulato, della massiva e sparsa doppiezza interiore di parecchi noi adulti, pressocché affetti ormai da smarrito buon senso, cronica dissonanza cognitiva, cantastorie di morale, assenza di coscienza e senso del doveroso dovere, specialmente di tutta evidenza negli ultimi tempi, a iniziare dagli scranni più alti fino all’ultimo strapuntino, alcuna rappresentatività indenne e senza distinzione di età, estrazione, titolo e genere, nella generalizzata politica, istituzioni, ordini e trasversale società.
Il fantastico quanto ancora in parte sconosciuto essere umano, in particolare quando giovane, analogamente ai nostri lontani cugini antropomorfi, ci dice la scienza moderna, emula per sopravvivere e anche per affermarsi, mentre l’altra parte umana parallelamente elabora senza limiti, crea instancabilmente, immagina persino all’infinito.
Se i modelli in cui l’individuo, come anche una comunità, cresce, si forma, si istruisce, sono anacronistici, ipocriti, retorici, manipolati, cinici e ancora peggio, corrotti, delinquenziali, violenti, criminali e mafiosi, cosa si pretende da una giovane mente adolescente, già spesso fragile e impreparata di suo ma anche spugnosa e reattiva, formatasi in un degenerato simile contesto.
Il complesso essere umano, solitamente sin dal suo apparire, è anche ciò che vede e percepisce, al punto che alla nascita, ci dice sempre la scienza moderna, se non osservasse gli altri camminare eretti potrebbe addirittura gattonare a vita. Figurarsi con il recepimento nel suo potente cervello di certe altre informazioni quando fanciullo, adolescente e giovane.
E attenzione, i giovani come da sempre, saranno gli adulti di domani.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.







