Sintesi
Il credito alle imprese torna a salire in Italia, ma la ripresa riguarda quasi soltanto le aziende più strutturate, pari a circa il 2% del sistema produttivo. Secondo l’indagine del 13 giugno 2026 dell’Ufficio studi della CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre), tra marzo 2025 e marzo 2026 gli impieghi vivi, cioè i prestiti al netto delle sofferenze, sono aumentati di 9,7 miliardi di euro, passando da 643,7 a 653,5 miliardi. La crescita è stata però assorbita dalle imprese con almeno 20 addetti, che hanno ottenuto 14,5 miliardi in più, mentre quelle Piccole imprese con meno di 20 addetti hanno perso 4,7 miliardi, con una riduzione del 4,8%. A livello territoriale 11 regioni su 20 restano in calo, con arretramenti rilevanti in Valle d’Aosta, Liguria, Sardegna e Veneto, mentre gli incrementi più marcati si registrano nel Lazio, in Calabria e in Sicilia. Nell’Isola il credito complessivo sale da 17,3 a quasi 18 miliardi, con 578,9 milioni in più e un incremento del 3,3%, ma il dato cambia per le micro e piccole imprese, che scendono da 4,841 a 4,682 miliardi, perdendo 159,6 milioni. Palermo guida la crescita provinciale complessiva con 338,6 milioni in più, seguita da Catania, Ragusa, Enna e Siracusa, mentre Messina, Caltanissetta e Trapani restano in lieve flessione. La lettura della Banca d’Italia conferma un quadro non lineare, perché nel 1° trimestre 2026 i criteri di offerta sono rimasti stabili, ma la domanda di prestiti delle imprese è diminuita, soprattutto per minori investimenti fissi. Sullo sfondo pesano concentrazione bancaria, regole prudenziali europee, costi di istruttoria e maggiore selezione del rischio, mentre gli strumenti pubblici, dal Fondo di garanzia per le PMI (piccole e medie imprese) alla Nuova Sabatini, restano centrali ma non bastano a impedire la frattura tra imprese grandi e realtà minori.Il credito cresce, ma resta concentrato sulle imprese più grandi. In Sicilia il dato è positivo, ma le attività minori continuano a soffrire.

Articolo
Il credito bancario alle imprese italiane mostra segnali di recupero, ma il miglioramento non raggiunge in modo uniforme il sistema produttivo. L’indagine della CGIA fotografa una ripresa selettiva: gli impieghi vivi, cioè i finanziamenti bancari al netto delle sofferenze, sono cresciuti tra marzo 2025 e marzo 2026 di 9,7 miliardi di euro, con un rialzo dell’1,5%. Il dato complessivo, tuttavia, nasconde una divaricazione marcata, perché le imprese più strutturate hanno assorbito tutto l’incremento e anche oltre, mentre le attività minori hanno continuato a perdere credito.

Il punto centrale è la distribuzione delle risorse. Le aziende con almeno 20 addetti sono passate da 545,2 a 559,8 miliardi di impieghi, con 14,5 miliardi in più e una crescita del 2,7%. Le micro e piccole imprese, invece, sono scese da 98,5 a 93,7 miliardi, con una contrazione di 4,7 miliardi e un calo del 4,8%. È questa la ragione del titolo dell’indagine: il credito aumenta, ma solo per pochi, in quanto chi riesce ad accedere più facilmente ai nuovi finanziamenti rappresenta una quota molto ristretta del tessuto imprenditoriale, mentre sono le Piccole imprese: lavoratori autonomi, artigiani, piccoli commercianti e microaziende; che costituiscono la parte largamente maggioritaria delle attività italiane.

La cronologia dei dati aiuta a comprendere il quadro. Dopo il biennio 2023-2024, segnato dalla contrazione del credito e dalla prudenza legata a tassi elevati, incertezza economica e minori investimenti, dalla metà del 2025 i prestiti alle imprese hanno ricominciato a crescere. Nel 2026, però, la ripartenza appare già più fragile: la Banca d’Italia, attraverso la BLS (Bank Lending Survey, indagine sul credito bancario), ha rilevato che nel 1° trimestre dell’anno i criteri di offerta sui prestiti alle imprese sono rimasti invariati, ma la domanda ha registrato una flessione, soprattutto per il minor fabbisogno destinato agli investimenti fissi. In prospettiva gli intermediari segnalano anche possibili irrigidimenti, collegati agli sviluppi geopolitici e ai mercati energetici.
Il confronto regionale conferma un’Italia a velocità diverse. In dettaglio: la Valle d’Aosta perde 281,3 milioni, pari al -15,2%; la Liguria arretra di 678,4 milioni, con un -5,7%; la Sardegna cala di 231,5 milioni, pari al -2,9%; il Veneto registra la riduzione assoluta più ampia, con quasi 1,5 miliardi in meno e un -2,4%; il Lazio cresce di 7,3 miliardi, pari al +11,5%; la Calabria aumenta di 264,2 milioni, con un +5%; la Sicilia avanza di 578,9 milioni, pari al +3,3%. Nel complesso, 11 regioni su 20 restano in territorio negativo, mentre gli aumenti più consistenti si concentrano in poche aree.
La Sicilia rappresenta una delle eccezioni positive nel quadro nazionale. Il credito destinato all’intera platea delle imprese passa da 17,376 a 17,955 miliardi, con un incremento vicino a 579 milioni. È una delle performance più rilevanti dopo Lazio e Calabria, ma anche qui il miglioramento non è distribuito in maniera omogenea. Il risultato complessivo è trainato soprattutto dalle realtà più solide, mentre le attività minori continuano a subire una stretta.
Il dettaglio provinciale conferma questa doppia lettura. In dettaglio: Palermo cresce di 338,6 milioni, con un +8,5%; Enna aumenta di 27,6 milioni, pari al +6,1%; Ragusa sale di 73 milioni, con un +3,7%; Catania avanza di 138,6 milioni, pari al +3,4%; Siracusa guadagna 16,4 milioni, con un +1,4%; Agrigento cresce di 7,5 milioni, pari al +0,7%; Messina arretra di 3,9 milioni, con un -0,2%; Caltanissetta cala di 4,9 milioni, pari al -0,7%; Trapani perde 13,9 milioni, con un -0,8%. L’Isola, dunque, mostra un saldo positivo, ma non tutte le province partecipano alla crescita.
La fotografia cambia in modo netto quando si osservano le imprese con meno di 20 addetti. In Sicilia questo segmento scende da 4,841 a 4,682 miliardi, con 159,6 milioni in meno e un calo del 3,3%. Tutte le province risultano in diminuzione. In dettaglio: Messina perde 25,2 milioni, pari al -4,3%; Enna cala di 6,2 milioni, con un -4,2%; Ragusa arretra di 22,2 milioni, pari al -4,2%; Catania scende di 36,8 milioni, con un -3,4%; Agrigento perde 13,2 milioni, pari al -3,3%; Trapani cala di 14,9 milioni, con un -3,2%; Caltanissetta arretra di 6,1 milioni, pari al -2,9%; Siracusa perde 10,2 milioni, con un -2,7%; Palermo registra una riduzione di 24,8 milioni, pari al -2,4%. Il dato più evidente è che anche nei territori dove il credito complessivo cresce, le micro e piccole attività continuano a ricevere meno sostegno bancario.
Le cause indicate dalla CGIA sono soprattutto strutturali. Le banche tendono a privilegiare imprese con bilanci più solidi, flussi di cassa più stabili, maggiore patrimonializzazione e volumi di finanziamento più elevati. Per gli istituti, una pratica di piccolo importo comporta costi fissi di istruttoria, valutazione e monitoraggio non molto diversi da quelli necessari per operazioni più grandi. Questo rende meno conveniente seguire il credito di dimensione ridotta, soprattutto quando il profilo di rischio risulta più alto o le informazioni contabili sono meno complete.
A pesare è anche la trasformazione del sistema bancario. Le fusioni, le acquisizioni e la riduzione degli sportelli hanno indebolito il rapporto diretto tra banca e territorio, che in passato consentiva di valutare non solo i numeri di bilancio, ma anche la storia dell’imprenditore, la reputazione locale e la qualità del progetto. Oggi le decisioni passano sempre più spesso da modelli standardizzati, rating interni e procedure automatizzate. Questo metodo aumenta l’efficienza degli intermediari, ma può penalizzare le aziende più piccole, che spesso non dispongono di strutture amministrative evolute o di dati storici completi.
Un ulteriore elemento riguarda la domanda. Molte microimprese hanno ridotto gli investimenti dopo la fase di sostegno pubblico legata alla pandemia e preferiscono utilizzare risorse proprie per coprire esigenze immediate. L’incertezza sui costi dell’energia, sui consumi, sui tassi e sugli scenari internazionali induce molti imprenditori a rinviare programmi di ampliamento, digitalizzazione o rinnovo dei macchinari. Per questo il calo dei prestiti non dipende soltanto da una minore disponibilità delle banche, ma anche da una minore propensione delle imprese a chiedere finanziamenti.
Sul piano degli strumenti pubblici, restano centrali il Fondo di garanzia per le PMI e la Nuova Sabatini. Il primo è la garanzia statale che facilita l’accesso al credito di piccole e medie imprese e professionisti, anche attraverso sezioni speciali regionali, tra cui quella della Sicilia collegata al PR FESR 2021-2027 (Programma regionale del Fondo europeo di sviluppo regionale). La seconda, gestita dal MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), sostiene gli investimenti in macchinari, attrezzature, impianti, beni strumentali, hardware (componenti fisici informatici), software (programmi informatici) e tecnologie digitali, con finanziamenti bancari o leasing e contributi rapportati agli interessi. La legge di bilancio 2026 ha rifinanziato la misura con 650 milioni per il biennio 2026-2027.
Il quadro normativo recente incide anche dal lato delle banche. Il regolamento UE (Unione europea) 2024/1623, noto come CRR III (Capital Requirements Regulation, regolamento sui requisiti patrimoniali), e la direttiva UE 2024/1619, detta CRD VI (Capital Requirements Directive, direttiva sui requisiti patrimoniali), aggiornano la disciplina prudenziale europea collegata a Basilea III, cioè l’insieme di regole internazionali pensate per rafforzare la solidità degli istituti di credito. In Italia il recepimento e l’adeguamento sono avvenuti con il D.Lgs. 208/2025, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 gennaio 2026. Queste norme non impongono alle banche di ridurre i prestiti ai piccoli, ma accrescono l’attenzione verso rischio, capitale assorbito, qualità del credito e controlli, elementi che possono rendere più severa la selezione delle pratiche. La questione non è stabilire un obbligo generalizzato della banca a concedere finanziamenti, ma capire se gli strumenti pubblici e il rapporto tra istituti e territori siano ancora sufficienti a evitare che la ripresa del credito si fermi davanti alle aziende più piccole.
Il commento che attraversa i dati è chiaro: il credito sta tornando, ma non arriva dove il tessuto produttivo è più diffuso e fragile. La crescita degli impieghi complessivi è un segnale positivo, ma diventa parziale se resta concentrata sulle imprese più grandi. Per la Sicilia il quadro è ancora più significativo, perché la regione si muove in controtendenza rispetto a buona parte del Paese, ma nello stesso tempo conferma la difficoltà delle attività minori. La ripresa bancaria, quindi, non basta da sola a sostenere sviluppo e occupazione se non riesce a raggiungere artigiani, commercianti, lavoratori autonomi e microaziende, cioè la parte più capillare dell’economia reale.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









