Like politici e algoritmi: i social premiano le reti schierate e lasciano ai margini le fonti indipendenti

Nei social e media dominati da algoritmi e appartenenze, le reti politiche possono moltiplicare like e visibilità, mentre l’indipendenza resta una virtù civile che spesso si paga con maggiore isolamento

Sintesi

Prima i social erano luoghi per informarsi, commentare e fare propaganda, poi partiti, movimenti, gruppi militanti, aziende, influencer e in ultimo con le holding di social, hanno compreso che like, visualizzazioni, commenti e condivisioni non sono soltanto reazioni spontanee, ma segnali capaci di aumentare la circolazione di un contenuto. Gli studi sulle campagne coordinate mostrano che pagine, gruppi e profili possono agire insieme per amplificare notizie politiche, talvolta presentandosi come canali neutri, di intrattenimento o di informazione generica. Nel 2026 il quadro è ancora più delicato perché l’Informazione passa sempre più da piattaforme, video brevi, creator e sistemi di Ia, mentre in Italia la fiducia nelle news resta fragile e le fonti percepite come politicamente schierate vengono spesso credute soprattutto da chi condivide la stessa area. Questo non dimostra automaticamente che ogni successo sui social ma anche media, dipenda da ordini di partito, gruppi assoldati o reti occulte, ma rende plausibile che un sito d’informazione, un’azienda, un blogger o un profilo allineato a una cerchia politica riceva più sostegno dal proprio campo e più ostilità da quello opposto. Le fonti indipendenti, non essendo stabilmente sostenute da uno schieramento, possono rimanere fuori da entrambe le macchine di consenso e subire minore visibilità, minore traffico e maggiore isolamento.

Articolo

La domanda postaci da un lettore sul rapporto tra politica, visibilità digitale e indipendenza dell’informazione, riguardava il numero dei like sotto un post dall’evidente sfondo politico ma ritenuto inverosimile. A detta di esperti, sui social come pure sui media, un contenuto non circola più soltanto perché è interessante, utile o ben scritto. Circola anche perché riceve presto interazioni, perché viene rilanciato da profili collegati tra loro, perché suscita appartenenza, rabbia, consenso o contrapposizione, e perché il sistema interpreta quelle reazioni come segnali da mostrare ad altri utenti.

Il like, in apparenza, è un gesto minimo. In realtà può diventare un indicatore di gradimento, una spinta simbolica e, in alcuni casi, un moltiplicatore di visibilità. Quando una comunità politica, sindacale, associativa, imprenditoriale o ideologica si muove in modo compatto, anche senza una regia formalmente dimostrabile, può generare un vantaggio iniziale per i contenuti ritenuti vicini e un freno per quelli giudicati estranei, scomodi o avversi. Il risultato non è sempre una manipolazione illecita, ma può produrre un effetto concreto: chi appartiene a un gruppo riconoscibile viene sostenuto più facilmente, chi resta autonomo rischia di essere ignorato da tutti.

La dinamica non riguarda soltanto i partiti. Può coinvolgere un sito d’informazione, un’azienda che assume posizioni, un professionista, un blogger, un’associazione o un influencer ma anche un quotidiano o un sito online di news. L’allineamento politico, diretto o indiretto, può favorire reazioni positive da parte della propria cerchia, commenti di sostegno, condivisioni ripetute, inviti a seguire una pagina e visualizzazioni concentrate in poco tempo. Al contrario, chi è percepito come vicino all’area opposta può essere contestato nei commenti, segnalato, ridicolizzato.

Questo meccanismo diventa più forte quando alla simpatia spontanea si aggiunge una struttura organizzata. Un conto è che militanti, lettori o simpatizzanti decidano liberamente di sostenere un contenuto. Un altro conto è che vi siano indicazioni dall’alto, gruppi chiusi, chat, campagne coordinate, profili fittizi, compensi non dichiarati o accordi opachi per simulare consenso. In questo secondo caso non si parla più solo di partecipazione politica, ma di alterazione della percezione pubblica, in quanto l’utente comune può scambiare un consenso costruito per un interesse reale e diffuso.

La ricerca internazionale definisce questi fenomeni con l’espressione coordinated inauthentic behavior (comportamento coordinato non autentico). La formula indica azioni sincronizzate, spesso compiute da profili veri, falsi o duplicati, finalizzate a ingannare il pubblico o gli algoritmi. Non ogni coordinamento è scorretto, perché anche una campagna civile, una mobilitazione culturale o una protesta possono organizzarsi legittimamente. Il problema nasce quando la regia viene nascosta, quando l’identità dei promotori non è chiara, quando i contenuti vengono spinti artificialmente o quando la discussione pubblica viene occupata da reti che fingono spontaneità.

Questa pratica mostra perché la sola lettura dei numeri può essere ingannevole. Un contenuto con molti like non è necessariamente più autorevole di uno con pochi. Può essere solo più integrato dentro una rete organizzata, più emotivo, più polarizzante o più utile a una parte.

Nel 2026 la questione è aggravata dal fatto che il pubblico non raggiunge più le notizie soltanto attraverso la pagina principale di un giornale o la ricerca diretta. Sempre più spesso le incontra su piattaforme video, applicazioni social, anche media, notifiche, gruppi privati e risposte generate da AI. Questo sposta potere dagli editori ai sistemi di distribuzione. Chi controlla il canale, decide le regole tecniche e orienta il feed può incidere sul successo di una fonte più di quanto riesca a fare la qualità del singolo articolo.

La polarizzazione politica incide anche sulla fiducia. Un lettore tende a credere più facilmente a una fonte percepita come vicina, mentre guarda con sospetto quella associata al campo contrario. Così un giornale indipendente, che critica ora una parte e ora l’altra, può non essere adottato stabilmente da nessuna comunità militante. Per alcuni diventa troppo severo verso la propria area, per altri non abbastanza schierato contro l’avversario. In questo spazio intermedio, che dovrebbe essere quello più utile al controllo democratico, il contenuto rischia invece di ricevere meno sostegno, meno condivisioni e meno protezione.

La stessa logica può colpire le imprese. Un’azienda apertamente vicina a un ambiente politico può ottenere attenzione, inviti, relazioni, commenti favorevoli e sostegno digitale da quella rete, ma può anche perdere clienti, credibilità o rapporti con chi la percepisce come parte di uno schieramento. Se l’appartenenza è nascosta, il rischio cresce, perché il pubblico può sentirsi ingannato quando scopre che una comunicazione apparentemente neutra era in realtà collegata a una strategia politica o a un interesse organizzato.

Per i blogger e gli influencer il confine è ancora più fragile. Una persona che comunica online può essere seguita per competenza, simpatia o stile personale, ma può anche diventare terminale di una comunità politica. Se il rapporto è dichiarato, il pubblico può valutare il contenuto con maggiore consapevolezza. Se invece l’allineamento è mascherato, il consenso appare più spontaneo di quanto sia realmente. La trasparenza, in questo campo, non è un dettaglio formale, ma una condizione per capire chi parla, da quale posizione e con quale interesse.

Il punto, quindi, non è sostenere che tutti i like politici siano falsi o pilotati. Sarebbe una semplificazione. Molte interazioni sono autentiche, molti lettori condividono davvero ciò che apprezzano e molte comunità si mobilitano senza violare regole. Tuttavia, è altrettanto errato fingere che il numero di reazioni sia sempre una misura neutrale della qualità. I social, come anche i media e ormai pure i quotidiani e i siti d’Informaznone online, premiano spesso ciò che attiva il gruppo, conferma un’identità, produce conflitto o genera permanenza sulla piattaforma. La fonte indipendente, meno incline a servire una tifoseria, parte spesso svantaggiata.

Nel 2026, AGCOM ha chiesto alla Commissione europea una valutazione sui servizi di Ia collegati alle ricerche online, dopo le preoccupazioni sollevate dagli editori per la possibile riduzione della visibilità dei contenuti giornalistici. Il punto più rilevante, per le fonti indipendenti, è proprio questo: se il traffico viene assorbito da piattaforme, motori di ricerca, risposte automatiche e reti politiche organizzate, chi non appartiene a una coalizione stabile rischia di parlare con rigore ma di essere visto poco.

La risposta finale richiede una precisazione necessaria. L’appartenenza politica, esplicita o implicita, può influire sul numero di like, visualizzazioni e commenti, poiché attiva comunità, appartenenze, reti di rilancio e ostilità contrapposte. Non basta però a provare, caso per caso, l’esistenza di ordini dall’alto, pagamenti o manipolazioni. Per dimostrarli servono elementi concreti: tempi di pubblicazione anomali, profili collegati, messaggi identici, campagne coordinate, rapporti economici non dichiarati, istruzioni interne o comportamenti ripetuti. Resta però un dato politico e informativo evidente: in un ecosistema dominato da algoritmi, cerchie militanti e attenzione misurata a colpi di like, l’indipendenza può diventare una virtù civile ma anche una debolezza digitale. Sicché di fatto l’appartenenza, specialmente politica, ha finito con il favorire la diffusione, mentre l’indipendenza informativa rischia di tradursi spesso in marginalizzazione. D’altra parte come in modo coiciso ma sinfificativo ci diceva il lettore: appartenere fa vivere senza pensieri, fare gli indipendenti crea mille pensieri.

Immagine realizzata con Ia.