Referendum sulla riforma della Giustizia. Il Governo conferma il voto e si riaccende lo scontro

Dopo l’ordinanza della Cassazione sul nuovo quesito, l’esecutivo integra il testo ma mantiene la data del 22 e 23 marzo, tra accuse, repliche e possibili ricorsi

Sintesi

Il Governo sceglie di precisare il quesito referendario sulla separazione delle carriere dei Magistrati senza rinviare la consultazione fissata per il 22 e 23 marzo, decisione maturata dopo l’ordinanza della Corte di Cassazione che ha accolto la versione riformulata dal comitato promotore, condivisa dal Presidente della Repubblica e difesa come giuridicamente corretta. La scelta accende però un duro confronto politico e istituzionale, con attacchi alla magistratura respinti dall’Associazione Nazionale Magistrati e dai vertici della Cassazione, mentre restano sullo sfondo ipotesi di ricorso e il dibattito sulla chiarezza del quesito.

Articolo

Il Governo Meloni va avanti e conferma la data del referendum sulla separazione delle carriere dei Magistrati, fissata per il 22 e 23 marzo, limitandosi a precisare il quesito senza modificare il calendario della consultazione. La decisione si è resa necessaria dopo l’ordinanza della Corte di Cassazione, arrivata l’altro ieri, con cui è stato accolto il nuovo quesito referendario nella versione predisposta dal comitato di 15 giuristi promotori della raccolta firme, che ha superato quota 500.000 sottoscrizioni. Rispetto al quesito presentato dai parlamentari e già ammesso dalla stessa Cassazione il 18 novembre, il nuovo testo introduce il richiamo esplicito agli articoli della Costituzione interessati dalle modifiche.

L’esecutivo di centrodestra guidato dalla Premier aveva davanti a sé due opzioni. La prima consisteva nell’integrare il quesito mantenendo invariata la data già stabilita, anche considerando che l’oggetto del referendum resta identico per tutti i proponenti. La seconda prevedeva invece il rinvio del voto, con la conseguente ripartenza del termine di 50 giorni di campagna referendaria previsto dalla normativa vigente prima delle urne. La scelta è caduta sulla prima strada, adottata durante un Consiglio dei ministri convocato a sorpresa nella mattinata di sabato. La decisione, secondo quanto emerso, è stata condivisa dalla presidente del Consiglio con il Capo dello Stato. Fonti del Quirinale hanno confermato che, per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la soluzione individuata rappresenta quella giuridicamente più solida, anche alla luce dell’ordinanza della Cassazione, che lo stesso Capo dello Stato ha invitato a rispettare.

All’interno della Maggioranza si è diffusa la convinzione che la polemica sulla data nasconda il tentativo di far slittare la consultazione a metà aprile, così da concedere più tempo ai contrari alla riforma per rafforzare le proprie posizioni. In questo clima, l’ordinanza della Cassazione che ha accolto il nuovo quesito ha sorpreso e irritato l’esecutivo. Nel breve arco di tempo intercorso tra la decisione della Cassazione e la firma del Quirinale si è acceso uno scontro durissimo, con esponenti della Maggioranza che hanno rivolto accuse dirette alla Magistratura. “È sufficiente osservare i Giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito. Tra questi Alfredo Guardiano (consigliere di Cassazione), che modererà un convegno sulle ragioni del No, e Donatella Ferranti, ex deputata del Partito Democratico e presidente della Commissione Giustizia fino al 2018. Serve altro per capire che non ci si può più attendere per restituire terzietà alla magistratura?” ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami.

Le accuse sono state respinte con fermezza. Guardiano ha parlato di “sospetti di parzialità infondati e molto gravi”, mentre l’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) ha definito gli attacchi “inaccettabili”. Ancora più netto il primo presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola, che ha bollato come “intollerabili le illazioni sul piano personale nei confronti dei Giudici”. Nonostante ciò, la polemica non si è placata. “Come si può essere tranquilli e sereni davanti a un collegio di Cassazione che comprende presenze così apertamente di parte?” ha insistito Giorgio Mulè, responsabile della campagna referendaria per il Sì di Forza Italia. Di segno opposto la posizione della responsabile giustizia del Partito Democratico, Debora Serrachiani, secondo cui le accuse rivolte alla Magistratura dimostrano che “ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni”.

Resta aperta la possibilità di un ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) o alla Consulta per un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Il leader di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani ha tuttavia escluso che vi siano presupposti solidi, sostenendo che “non esiste una base giuridica per un ricorso” sulla data, poiché “la correzione non incide sulla sostanza del quesito”. Il comitato promotore della raccolta firme ha definito “una forzatura” la decisione del Consiglio dei ministri, ma potrebbe anche rinunciare a presentare ricorso, scelta sulla quale è attesa una decisione ufficiale nelle prossime ore, anche perché, come sottolineato dagli stessi promotori, “la battaglia non deve essere sulla data, ma sulle ragioni del No”.

Sul piano giuridico, il costituzionalista Stefano Ceccanti ha invitato a smorzare i toni, affermando che “non ci sono critiche da muovere, né alla Cassazione né al Governo”. Ceccanti ha però aggiunto che, se il problema resta la chiarezza del quesito, che “non appare limpido in nessuna delle due formulazioni”, sarebbe opportuno intervenire sulla legge, prevedendo un dialogo strutturato tra i promotori dei referendum e la Cassazione, così da concordare un testo realmente comprensibile per gli elettori.