Scuola e università: da Milano a Palermo il divario post Covid continua ad allargare le disuguaglianze italiane

Le rilevazioni Invalsi e Teco-Anvur confermano il peggioramento delle competenze e l’aumento di divari territoriali che si accentuano all'università

Sintesi

Le più recenti rilevazioni Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) e Teco-Anvur (Test sulle competenze dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) evidenziano come gli effetti della pandemia continuino a pesare sulla scuola e sull’università italiane con un forte peggioramento nelle competenze linguistiche e matematiche rispetto al periodo precedente al Covid. Nel 2024/25 quasi 1 studente su 2 conclude medie e superiori senza raggiungere i livelli minimi richiesti con differenze territoriali marcate tra Nord e Sud e un progressivo aumento delle disuguaglianze sociali e formative. Anche all’università emergono cali nei test Tolc (Test online Cisia) e Teco con peggioramenti nella comprensione del testo, nella logica matematica e nelle competenze trasversali. Parallelamente il Paese registra una grave crisi demografica, una riduzione costante degli studenti e una percentuale di laureati tra le più basse dell’Unione europea. Le recenti disposizioni ministeriali prevedono l’inserimento dei risultati Invalsi nel Curriculum dello studente e l’estensione dei test universitari ai corsi di laurea per collegare parte dei finanziamenti agli esiti formativi. Esperti, economisti e studiosi chiedono investimenti strutturali, riforme profonde della scuola secondaria, maggiore valorizzazione dei docenti e un modello educativo più unitario per contrastare il declino culturale e produttivo italiano.

Articolo

La pandemia da Covid non ha soltanto lasciato conseguenze sanitarie ed economiche, ma continua a produrre effetti pesanti anche sul sistema scolastico e universitario italiano. Le più recenti rilevazioni Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione), riferite all’anno scolastico 2024/25 e analizzate anche a livello provinciale, mostrano infatti un netto peggioramento nelle competenze fondamentali di italiano e matematica rispetto all’ultimo periodo precedente all’emergenza sanitaria, cioè il 2018/19.

I dati evidenziano che quasi 1 studente su 2 arriva oggi alla licenza media o al diploma senza avere raggiunto i livelli minimi considerati adeguati nelle competenze linguistiche e matematiche. Il divario rispetto al periodo pre Covid oscilla tra 5 e 11 punti percentuali. Alla fine delle scuole superiori, nel 2018/19, gli studenti che raggiungevano livelli adeguati nelle prove di italiano erano il 64,93%, mentre nel 2024/25 il dato è sceso al 52,67%. In matematica il calo è passato dal 61,49% al 50,74%. Anche nelle scuole medie inferiori si registra una diminuzione significativa, con l’italiano passato dal 64,94% al 58,34% e la matematica dal 60,73% al 55,51%.

Secondo le analisi elaborate dagli esperti del settore, il lungo periodo di Dad (Didattica a distanza) introdotto durante gli anni 2019/20 e 2020/21 avrebbe ampliato problemi già esistenti nel sistema educativo italiano. Le difficoltà non riguardano soltanto il Mezzogiorno, storicamente più fragile sul piano degli apprendimenti, ma coinvolgono anche numerose province del Centro-Nord considerate tradizionalmente più avanzate. Milano, ad esempio, ha registrato una discesa particolarmente marcata: nelle prove di italiano gli studenti in linea con i livelli richiesti sono scesi dal 75,68% del 2018/19 al 59,69% del 2024/25. Riduzioni analoghe sono state rilevate anche a Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze e Roma.

Nel quadro delle rilevazioni 2024/25, Palermo si colloca tra le realtà con maggiori difficoltà negli apprendimenti, pur mostrando risultati meno negativi rispetto ad altre aree della Sicilia occidentale. I dati confermano un forte ritardo nelle competenze di italiano e matematica rispetto alla media nazionale, soprattutto nelle scuole superiori, con livelli di preparazione inferiori rispetto al periodo pre Covid e con un marcato divario rispetto alle province del Nord Italia. Anche nei test Teco dell’Anvur, che misurano le competenze trasversali degli universitari, gli studenti siciliani e dell’area palermitana registrano punteggi inferiori rispetto agli atenei settentrionali sia nella literacy (alfabetizzazione e comprensione del testo) sia nella numeracy (capacità matematiche e logico quantitative), confermando un persistente squilibrio territoriale che continua a penalizzare il Mezzogiorno nei percorsi scolastici e universitari.

Pur nonostante le uniche province che mostrano un recupero rispetto al periodo precedente alla pandemia risultano localizzate nel Sud Italia. In italiano emergono miglioramenti a Caserta, Benevento, Reggio Calabria e Agrigento. In matematica si aggiungono anche Vibo Valentia, Cosenza e Crotone. Malgrado ciò il Nord complessivamente risulta mantenere ancora i risultati migliori a livello nazionale con la provincia di Lecco ai vertici sia nelle competenze linguistiche sia in quelle matematiche.

L’Invalsi aveva già segnalato nel luglio 2025 una frenata generale negli apprendimenti rispetto all’anno precedente. In quel contesto il ministro Giuseppe Valditara aveva collegato parte della flessione anche al recupero della dispersione scolastica, favorita dai programmi Agenda Sud e Agenda Nord finanziati con oltre 1 miliardo di euro. Tra il 2023 e il 2025 circa mezzo milione di studenti sarebbe infatti rientrato nei percorsi scolastici. La dispersione scolastica in Italia è scesa all’8,2% nel 2025 rispetto al 9,1% medio europeo, consentendo al Paese di raggiungere con 5 anni di anticipo il target europeo fissato per il 2030.

Le difficoltà scolastiche si riflettono anche nel sistema universitario. I test Tolc (Test online Cisia, Consorzio interuniversitario sistemi integrati per l’accesso), utilizzati per l’ingresso nei corsi universitari, hanno registrato nel 2025 un peggioramento dei punteggi in matematica e comprensione del testo. Parallelamente i test Teco-T dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), che dal 2012 misurano competenze trasversali e disciplinari degli universitari, hanno evidenziato un progressivo declino nelle capacità di literacy (alfabetizzazione), numeracy (competenza matematica), problem solving (risoluzione dei problemi) e civics (educazione civica).

Nel 2024 i Teco-T hanno coinvolto circa 60mila universitari prevalentemente iscritti agli atenei statali. I risultati mostrano che al primo anno il punteggio standard fissato convenzionalmente a 200 viene raggiunto soltanto dagli studenti del Nord. Nei percorsi universitari il divario territoriale tende addirittura ad ampliarsi. Gli studenti del Centro e del Sud, anche al terzo anno, non riescono generalmente a raggiungere i livelli iniziali degli studenti settentrionali.

Nelle prove di comprensione del testo i punteggi passano tra primo e terzo anno da 201 a 208,9 punti nel Nord, da 185,7 a 194,3 nel Centro e da 188,6 a 193,3 nel Mezzogiorno. Nella logica matematica l’area settentrionale cresce da 199,7 a 209,6 punti, il Centro da 186,9 a 194,4 e il Sud da 189 a 191,6. Il confronto con il 2020 evidenzia inoltre un calo quasi generalizzato, particolarmente grave nel Mezzogiorno dove nella comprensione del testo si perdono circa 6 punti e nella matematica fino a 10 punti.

Sul piano normativo il Dm (Decreto ministeriale) 773/2024, emanato dalla ministra Anna Maria Bernini, prevede l’estensione dei test Teco ai corsi universitari per collegare parte dei fondi della programmazione triennale degli atenei ai risultati ottenuti dagli studenti. Parallelamente il Dm n. 2 del 9 gennaio 2026 ha introdotto l’inserimento dei risultati Invalsi nel Curriculum dello studente allegato al diploma di maturità. I dati saranno disponibili attraverso la Piattaforma Unica nell’area EPortfolio digitale personale.

Le criticità italiane vengono aggravate dalla crisi demografica. Secondo le stime Istat (Istituto nazionale di statistica), nel 2025 sono nati 355mila bambini, di cui il 13,4% stranieri. Senza il contributo dell’immigrazione i nuovi nati sarebbero stati poco più di 300mila. Al 1 gennaio 2026 i tredicenni risultano 545mila, con una presenza straniera pari all’11,2%. Trent’anni fa i ragazzi della stessa età erano oltre 600mila.

Il confronto internazionale appare particolarmente critico per l’Italia. La Corea del Sud, che registra uno dei più bassi tassi di natalità mondiali, presenta il 71% dei giovani tra 25 e 34 anni con una laurea o titolo equivalente. Anche il Giappone raggiunge circa due terzi di laureati nella stessa fascia d’età. L’Italia invece supera di poco il 30% e resta penultima nell’Unione europea davanti soltanto alla Romania.

Economisti, pedagogisti e studiosi italiani sostengono da tempo la necessità di una riforma strutturale del sistema educativo nazionale. Tra le proposte più discusse figurano l’accorciamento delle lunghe vacanze estive, l’estensione del tempo scuola, l’aumento degli stipendi degli insegnanti e una scuola secondaria più unitaria almeno fino ai 16 anni, con una selezione degli indirizzi rinviata rispetto all’attuale sistema. Secondo numerose ricerche internazionali, posticipare la divisione tra percorsi scolastici ridurrebbe le disuguaglianze sociali e migliorerebbe i risultati complessivi.

Il dibattito resta fortemente politico oltre che tecnico. A oltre 100 anni dalla riforma Gentile del 1923, molti osservatori ritengono ormai indispensabile una revisione organica dell’intero modello scolastico italiano per evitare che il declino demografico e culturale produca effetti permanenti sulla competitività economica e sociale del Paese.