Sintesi
Il debito pubblico, ha origini lontane: è nato con l’unificazione italiana ed è aumentato quando le spese hanno superato stabilmente le entrate, soprattutto dagli anni Ottanta. Non dipende quindi da un unico Governo o Parlamento oppure da una coalizione specifica. Hanno tutti analoghe responsabilità scaricate sulle nuove generazioni.

Il debito pubblico ha raggiunto a giugno 2026 il massimo storico di 3.207,247 miliardi di euro, con un aumento di 26,184 miliardi a maggio e di 135,880 miliardi in 1 anno. La quota della Banca d’Italia è scesa al 16,7%, mentre a maggio quella dei non residenti è salita al 35,9% e quella degli altri residenti (soprattutto famiglie e imprese non finanziarie) è diminuita al 14,5%. Lo Stato italiano ha dovuto rifinanziarsi su una montagna di passività più alta e con una presenza estera maggiore.

Nello stesso mese le entrate tributarie contabilizzate sono scese a 43,213 miliardi, ma nei primi 6 mesi sono aumentate a 260,958 miliardi. Nel secondo trimestre il PIL è cresciuto dello 0,2% in Italia, dello 0,4% nell’Eurozona e dello 0,5% nell’UE, mentre il saldo commerciale europeo di giugno è rimasto positivo ma il semestre si è chiuso in disavanzo. Alcuni indicatori sono migliorati senza descrivere un’economia uniformemente in crescita.

La procedura europea sul disavanzo è stata aperta nel 2024 e il risultato del 2025 è stato finora stimato al 3,1% del PIL. Il rapporto tra debito e prodotto è previsto al 138,6% nel 2026, nonostante il miglioramento dei conti annuali. Lo Stato può ridurre la differenza annuale tra quanto incassa e quanto spende, riportandola sotto il limite europeo del 3%, ma il debito accumulato negli anni rimane molto elevato. Continuerà quindi a produrre interessi e a limitare le risorse disponibili per servizi, investimenti e riduzione delle imposte.
Il rapporto ILO ha descritto l’espatrio come una scelta razionale per molti giovani italiani e ha rilevato la perdita di 367.000 persone tra 25 e 34 anni dal 2014 al 2023, quasi il 40% laureate. I NEET sono diminuiti, ma restano diffusi contratti a termine, lavoro involontariamente parziale, divari territoriali e impieghi esposti all’IA. In sostanza, più occupati non significa automaticamente lavoro stabile, ben pagato e capace di trattenere competenze.
Articolo
La storia del debito italiano è iniziata con lo Stato unitario. Nell’estate del 1861 sono stati unificati nel Gran libro i debiti degli ordinamenti preesistenti: poco più di 3 miliardi di lire, circa un terzo del prodotto dell’epoca. Le guerre, le infrastrutture e uno squilibrio iniziale fra entrate e spese lo hanno fatto aumentare rapidamente, come ricostruisce la storia della finanza pubblica italiana. Negli anni Ottanta lo Stato ha speso ogni anno molto più di quanto incassasse, anche senza considerare gli interessi sul debito. Di conseguenza, il rapporto tra debito pubblico e ricchezza prodotta dall’Italia è salito da oltre il 60% nel 1982 a più del 120% nel 1994. Questo enorme debito non è stato provocato da un solo Governo, partito o provvedimento, ma si è accumulato attraverso le scelte compiute per decenni da maggioranze e Parlamenti diversi, anche se con responsabilità non necessariamente uguali. Il costo è stato trasferito alle generazioni successive sotto forma di interessi, imposte e minori risorse disponibili per servizi, investimenti e sviluppo.
A giugno 2026 il debito pubblico italiano ha superato 3.207 miliardi di euro, raggiungendo il livello più alto mai registrato. È cresciuto di oltre 26 miliardi in 1 mese e di quasi 136 miliardi rispetto a giugno 2025. L’aumento non è dipeso soltanto dal fatto che lo Stato ha speso più di quanto ha incassato. Dei 26,184 miliardi aggiuntivi, 13,259 sono serviti a coprire il fabbisogno dello Stato, 9,776 sono rimasti come maggiore liquidità disponibile nelle casse del Tesoro e la parte restante è derivata da variazioni del valore dei titoli e da altri aggiustamenti contabili.
La Banca d’Italia possiede una quota sempre minore del debito, mentre il 35,9% è detenuto da investitori stranieri e il 14,5% soprattutto da famiglie e imprese italiane. Avere più investitori esteri può facilitare la vendita dei titoli, ma espone maggiormente l’Italia alle reazioni dei mercati internazionali: se diminuisce la fiducia, lo Stato può essere costretto a offrire interessi più elevati. Il debito non deve essere restituito tutto contemporaneamente. Quando un titolo scade, normalmente lo Stato ne emette uno nuovo per ottenere il denaro necessario a rimborsare quello precedente. Il problema principale è quindi riuscire a rinnovare continuamente il debito e pagare gli interessi senza sottrarre troppe risorse a sanità, scuola, pensioni, servizi e investimenti.
I circa 54.413 euro per singolo abitante, rappresentano soltanto il debito totale diviso per il numero dei residenti. Non significa che ogni cittadino debba versare personalmente quella somma, ma indica quanto sia elevato il peso complessivo che ricade nel tempo sulla collettività attraverso interessi, imposte e minori possibilità di spesa pubblica.
A giugno 2026 lo Stato ha registrato 575 milioni di euro di tasse in meno rispetto a giugno 2025. Considerando però tutto il periodo da gennaio a giugno, ha incassato complessivamente 3,6 miliardi in più rispetto ai primi 6 mesi dell’anno precedente. Il momento in cui le entrate vengono inserite nei conti pubblici può non coincidere con quello in cui i contribuenti hanno effettuato i pagamenti. Per questo un mese in calo non significa necessariamente che le entrate stiano diminuendo nel complesso. Inoltre, maggiori incassi non indicano automaticamente un aumento delle aliquote: possono dipendere anche da più occupazione, redditi o profitti più elevati, inflazione, recupero dell’evasione oppure differenti scadenze e tempi di contabilizzazione.
Tra aprile e giugno 2026 l’economia italiana è cresciuta soltanto dello 0,2% rispetto ai primi 3 mesi dell’anno, mentre ha prodotto l’1% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita acquisita dello 0,8% significa che, anche se l’economia rimanesse ferma per il resto del 2026, il PIL annuale risulterebbe comunque superiore dello 0,8% a quello del 2025. A sostenere il risultato sono stati soprattutto i servizi e la spesa interna di famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche, mentre agricoltura, industria e scambi con l’estero hanno rallentato l’economia.
L’Italia è cresciuta meno della media dell’Eurozona, pari allo 0,4%, e dell’Unione europea, pari allo 0,5%. Ha ottenuto lo stesso risultato di Germania, Francia e Slovacchia, superando soltanto i Paesi rimasti fermi e restando dietro quelli con una crescita maggiore.
L’Irlanda ha registrato un forte aumento rispetto al trimestre precedente, ma la sua economia è diminuita del 5,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Inoltre, il dato trimestrale è ancora sperimentale. In sostanza, le cifre mostrano una modesta crescita italiana, ma potranno essere corrette con le successive revisioni statistiche.
Nel solo mese di giugno l’Unione europea ha venduto all’estero merci per 3,9 miliardi di euro in più rispetto a quelle acquistate. Con gli Stati Uniti ha guadagnato 11,2 miliardi negli scambi, mentre dalla Cina ha comprato merci per 35,1 miliardi in più di quante ne abbia vendute. Gli scambi con gli altri Paesi hanno compensato parte di questa differenza.
Considerando però l’intero periodo da gennaio a giugno, la situazione è peggiorata: nel 2025 l’Unione aveva venduto 74,1 miliardi in più di quanto aveva acquistato, mentre nel 2026 ha comprato 14,9 miliardi in più di quanto ha venduto. In parole povere, giugno è stato positivo, ma non è bastato a compensare il risultato negativo dei primi 6 mesi dell’anno.
Giorgia Meloni (presidente del Consiglio e guida politica di Fratelli d’Italia, partito di destra) ha sostenuto che l’economia italiana sia cresciuta più di quanto previsto e che il miglioramento dei conti pubblici possa consentire all’Italia di uscire dalla procedura europea avviata perché lo Stato spendeva troppo rispetto alle proprie entrate. Si tratta, però, di un obiettivo ancora da verificare e non di un risultato già raggiunto.
I citato aumento di quasi 4.500 euro del PIL per abitante, non significa che ogni cittadino abbia ricevuto o guadagnato quella somma. In sostanza si prende il valore totale di ciò che il Paese ha prodotto e lo si divide per il numero degli abitanti. Inoltre non essendo corretto per l’inflazione, può aumentare anche soltanto perché sono cresciuti i prezzi, senza che le persone siano diventate realmente più ricche o abbiano acquistato maggiore potere d’acquisto.
La diminuzione da circa 240 punti dello spread, indicata dalla Premier, evidenzia in positivo che si è ridotta la differenza fra gli interessi pagati sui titoli italiani e quelli tedeschi. I mercati considerano oggi meno rischioso prestare denaro all’Italia rispetto al momento precedente l’insediamento dell’attuale Governo di centrodestra, anche se il calo è dipeso da diversi fattori e non soltanto dall’azione governativa.
Infine, Giorgia Meloni ha indicato in 174 miliardi il costo complessivo del Superbonus, sostenendo che questa misura abbia aggravato i conti pubblici e reso più difficile ridurre il debito. È una valutazione politica fondata sull’elevato costo dell’agevolazione, ma non dimostra da sola quale sarebbe stato l’andamento del debito in sua assenza.
Nel 2023 lo Stato italiano ha speso molto più di quanto ha incassato: la differenza è stata pari al 7,4% di tutta la ricchezza prodotta dal Paese, ben oltre il limite europeo del 3%. Per questo l’Unione europea ha sottoposto l’Italia a un controllo più rigoroso, chiedendole di ridurre il disavanzo entro il 2026 e di contenere l’aumento della spesa pubblica.
Nel 2025 il disavanzo è sceso al 3,1%. Inoltre, senza considerare gli interessi sul debito, lo Stato ha incassato più di quanto ha speso, con un avanzo dello 0,8%. Il debito complessivo, però, è rimasto molto elevato, al 137,1% della ricchezza prodotta.
Se il dato del disavanzo venisse corretto sotto il 3%, l’Italia si avvicinerebbe all’uscita dalla procedura. Tuttavia, non basterebbe superare la soglia una sola volta: Commissione e Consiglio europei dovrebbero accertare che il miglioramento sia stabile e non dipenda da circostanze temporanee.
il Governo prevede che nel 2026 lo Stato spenderà più di quanto incasserà per una somma pari al 2,9% della ricchezza prodotta dal Paese. Il debito resterà però molto elevato: raggiungerà il 138,6% del PIL e dovrebbe diminuire soltanto lentamente, fino al 136,3% nel 2029. Gli avanzi primari aiuterebbero a ridurre il debito di 6,9 punti. Significa che lo Stato, senza considerare gli interessi, dovrebbe incassare più di quanto spende e utilizzare questa differenza per contenere l’indebitamento.
Una parte del miglioramento verrebbe però annullata dagli interessi sul debito, che inciderebbero per 3,4 punti, e da altri 2,6 punti legati alla differenza tra il momento in cui una spesa viene registrata e quello in cui viene realmente pagata. Su quest’ultimo aspetto hanno pesato soprattutto i crediti fiscali edilizi, come quelli del Superbonus, i cui effetti finanziari dovrebbero ridursi dopo il 2027. Insomma, per abbassare davvero il debito non basta limitare le nuove spese: lo Stato deve continuare a incassare più di quanto spende al netto degli interessi e l’economia deve produrre di più. Se la crescita resta debole, il peso del debito diminuisce molto lentamente.
Il lavoro ha mostrato un’altra frattura. L’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro), agenzia dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), ha calcolato che tra il 2014 e il 2023 l’Italia ha perso 367.000 persone tra 25 e 34 anni, delle quali il 39,7% laureate. Il rapporto ha giudicato razionale l’espatrio quando salari, stabilità e prospettive professionali risultano migliori altrove. Nello stesso tempo la quota dei NEET (giovani che non lavorano, non studiano e non seguono formazione) è scesa dal 25,7% al 13,3% nell’ultimo decennio. Nel 2025 il 31,3% dei dipendenti tra 15 e 29 anni ha avuto un contratto a termine e il 61,4% dei giovani già occupati a tempo parziale ha dichiarato di non aver trovato un impiego a tempo pieno. La disoccupazione nella stessa fascia è stata del 14,4%, contro l’11,6% europeo.
Sukti Dasgupta (direttrice responsabile per occupazione, competenze e imprese sostenibili presso l’agenzia) ha avvertito che perdere giovani qualificati significa rinunciare a capacità necessarie per innovazione e produttività. Il problema italiano è dunque doppio: pochi varchi iniziali di qualità e una mobilità verso l’estero che, senza rientri sufficienti, impoverisce il capitale umano.
L’Italia ha ridotto il numero dei giovani che non studiano e non lavorano, ma continua a offrire troppe occupazioni precarie, involontariamente part-time e meno vantaggiose di quelle disponibili all’estero. Per questo molti giovani qualificati partono. Se i laureati emigrano e non rientrano, il Paese perde competenze indispensabili per innovazione e produttività.
La valutazione conclusiva è quindi duplice. Il Governo può rivendicare il calo del disavanzo, il minore differenziale sui titoli e la crescita acquisita, ma non dovrebbe trasformare dati medi o nominali in una fotografia completa del benessere. Regioni e Comuni vanno osservati perché è lì che servizi, tariffe e investimenti diventano esperienza quotidiana. Allo stesso tempo i conti devono restare distinti: il debito statale, il bilancio regionale e il PEF comunale non sono un’unica cassa. Proprio questa separazione rende possibile individuare responsabilità e controllare se i 20 milioni siciliani hanno davvero ridotto il costo dei rifiuti oppure hanno soltanto rimborsato anticipazioni già sostenute legittimamente dagli enti.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









