
Sintesi
Nel 2025 la cassa integrazione aumenta per il secondo anno consecutivo superando i 559,9 milioni di ore autorizzate dall’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), con un incremento del 10,45% rispetto al 2024. Un segnale significativo delle persistenti criticità industriali che colpiscono soprattutto meccanica, metallurgia, trasporti e comunicazioni. Cala la cassa integrazione ordinaria mentre cresce quella straordinaria, riflesso delle crisi aziendali strutturali, con un impatto rilevante su occupazione e redditi, in particolare nei territori a forte vocazione manifatturiera come il Piemonte e l’area torinese. Accanto a questo quadro critico emerge però un nucleo ristretto di imprese ad alta crescita che, pur rappresentando solo l’1% del totale, genera la maggior parte dei nuovi posti di lavoro, indicando la necessità di politiche industriali più mirate e selettive. Le province con la più alta quota di imprese ad alta crescita rispetto al totale delle aziende sono: Arezzo, Reggio Emilia, Vicenza, Brescia, Bergamo, Milano, Pesaro e Urbino, Teramo, Pordenone e Modena. In valori assoluti, le province con più imprese ad alta crescita sono Milano (2.936, 9,7% del totale italiano), Roma (2.236, 7,4%) e Napoli (1.510, 5%), seguite da Bari (708, 2,3%) come unica altra realtà del Mezzogiorno tra le prime 10.

Articolo
Nel 2025, per il secondo anno consecutivo, aumenta il ricorso alla cassa integrazione, con oltre mezzo miliardo di ore autorizzate dall’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), pari a 559,9 milioni di ore e a un incremento del 10,45% rispetto al 2024. A incidere maggiormente sono le difficoltà dell’apparato industriale, dove la meccanica registra una crescita del 17%, la metallurgia del 20% e i settori dei trasporti e delle comunicazioni addirittura del 124%. Nel mese di dicembre si osserva una flessione complessiva del 9,79% rispetto a novembre e del 12,99% su dicembre 2024, determinata dalla forte contrazione della cassa integrazione ordinaria, che cala del 38,49% su base annua, mentre continua l’espansione della cassa integrazione straordinaria, in aumento del 57,94% rispetto al 2024, chiaro indicatore delle situazioni di crisi che attraversano molte imprese industriali.

La differenza principale tra Cassa Integrazione Ordinaria (CIGO) e Straordinaria (CIGS) sta nelle causali di attivazione e nella durata: la CIGO interviene per eventi transitori e imprevedibili (es. meteo, fine cantiere), ha una durata più breve (massimo 52 settimane in 2 anni), mentre la CIGS è per situazioni di crisi aziendali strutturali (riorganizzazione, crisi grave, fallimento) e ha una durata maggiore (fino a 24 mesi in un quinquennio), richiedendo un piano aziendale specifico per il rilancio.
Il quadro emerge dal rapporto di Cesare Damiano (Cesare Damiano, ex sindacalista, precedente deputato del centrosinistra e ministro del lavoro) del Centro studi Lavoro&Welfare (una realtà italiana nata nel 2008 per promuovere la centralità del lavoro e dello Stato sociale attraverso analisi, report e formazione), elaborato da Giancarlo Battistelli, che evidenzia come la Cigo (Cassa integrazione guadagni ordinaria) e la Cigs (Cassa integrazione guadagni straordinaria) coprano insieme oltre il 97% delle ore autorizzate nel 2025. Il comparto con il maggior volume di ore richieste è quello meccanico con oltre 261 milioni di ore, in crescita del 17,35%, seguito dal settore metallurgico con più di 50 milioni di ore e un aumento del 20,26%, dalle pelli e cuoio con oltre 33 milioni di ore in calo del 6,91%, dal chimico con oltre 32 milioni di ore in diminuzione del 5,80% e dai trasporti e comunicazioni con oltre 28 milioni di ore, segnando un balzo del 124,40%. Sul piano territoriale, le Regioni con il maggior numero di ore di cassa integrazione sono la Lombardia con 102,9 milioni di ore e un aumento del 4,40%, il Veneto con 68,5 milioni di ore in calo del 2,80% e il Piemonte con 62,8 milioni di ore e una crescita del 19,76%.
Le ore complessive di cassa integrazione equivalgono a una sospensione totale dell’attività produttiva per oltre 261mila lavoratori, di cui più di 125mila in Cigs, 214 in Cigd (Cassa integrazione in deroga, un ammortizzatore sociale straordinario che estende la tutela del reddito, pari all’80% della retribuzione, a imprese e lavoratori non coperti dagli strumenti ordinari, CIGO/CIGS o che hanno esaurito tali tutele), oltre 136mila in Cigo e più di 6.400 nel Fis (Fondo di integrazione salariale). L’impatto economico è significativo, con una perdita stimata di oltre 1,7 miliardi di reddito netto, pari in media a 6mila euro annui per ciascun lavoratore in cassa integrazione a zero ore da gennaio a dicembre. Considerando il “tiraggio”, cioè l’effettivo utilizzo delle ore autorizzate, pari al 24,94%, il numero dei lavoratori coinvolti si ridimensiona a circa 65mila unità, restando comunque un dato rilevante. In termini più semplici: Le aziende avevano l’autorizzazione per tante ore di cassa integrazione, ma ne hanno usate davvero solo il 25% circa (cosiddetto “tiraggio” basso”). Per questo il numero reale di lavoratori coinvolti si abbassa moltissimo: da un numero molto più alto si arriva a circa 65.000 persone.
Nel periodo compreso tra gennaio e dicembre, le ore autorizzate di Cigo sono state 284,2 milioni, in calo del 13,27% rispetto al 2024, mentre quelle di Cigs hanno raggiunto 261,8 milioni, con un aumento del 58,18%. Si registra la riattivazione di numerosi decreti di Cigs precedentemente sospesi, tornati operativi nelle aziende, per un totale di 2.666 provvedimenti, in crescita del 18,54%, di cui 1.930 relativi a contratti di solidarietà con riduzione dell’orario di lavoro, in aumento del 21,08%. Crescono anche i decreti di sospensione temporanea della Cigs, che passano da 259 a 308, con un incremento del 18,92%. Questo strumento, pur avendo nell’immediato un effetto positivo, rappresenta un’incertezza per il futuro occupazionale dei lavoratori coinvolti, poiché riguarda soprattutto imprese che sospendono i decreti di Cigs e ricorrono a una maggiore flessibilità oraria per evitare i licenziamenti.
Aumentano inoltre i decreti con causale di crisi per cessazione, che salgono da 174 a 234 con un incremento del 34,48%, e quelli per crisi aziendale, che passano da 245 a 293, in crescita del 19,59%, mentre diminuiscono i decreti per riorganizzazione aziendale, che scendono da 216 a 193, con un calo del 10,65%. Nel 2025 cresce il numero delle aziende coinvolte, che raggiunge quota 2.666 con un aumento del 18,54%, mentre diminuiscono le singole unità produttive, che passano da 4.519 a 4.280 siti, registrando una flessione del 5,29%.
Secondo Cesare Damiano, nel consuntivo 2025 si conferma un calo strutturale delle ore lavorate, con uno spostamento dalla manifattura ai servizi che ridefinisce il profilo produttivo del Paese. Questo andamento desta preoccupazione perché la perdita di occupazione e di ore lavorate nell’industria manifatturiera comporta una riduzione del lavoro nei settori caratterizzati da retribuzioni più elevate e maggiore stabilità, determinando un peggioramento della qualità dell’occupazione e alimentando il rischio di una progressiva deindustrializzazione.
La crisi dell’automotive incide in modo particolare sulle Regioni storicamente votate alla produzione di veicoli. Il Piemonte è la terza Regione italiana per volume di ore di cassa integrazione richieste e Torino si conferma la provincia con il maggior ricorso agli ammortizzatori sociali, superando i 39 milioni di ore nel 2025, secondo l’Osservatorio Uil (Unione italiana del lavoro). La forte concentrazione di imprese dell’indotto automobilistico nel territorio torinese espone l’intero tessuto industriale a oscillazioni legate ai volumi produttivi del settore auto, non solo di Stellantis ma anche dei costruttori tedeschi, che nel tempo hanno assunto un peso crescente nei fatturati delle aziende locali della componentistica. Il consistente ricorso alla cassa integrazione nei settori della meccanica e della metallurgia grava sull’industria torinese, spingendo le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici, Fim (Federazione italiana metalmeccanici), Fiom (Federazione impiegati operai metallurgici) e Uilm (Unione italiana lavoratori metalmeccanici), insieme a Fismic, Ugl e Associazione Quadri, ad avviare una fase di mobilitazione a difesa del comparto, con una manifestazione programmata per il 14 febbraio e l’impegno del presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ad avviare un Osservatorio permanente sullo stato dell’industria e dell’automotive in provincia.
L’ultima rilevazione dell’Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica) evidenzia che a novembre, secondo i dati Istat (Istituto nazionale di statistica), in attesa della pubblicazione di quelli di dicembre, la produzione complessiva dell’industria automotive italiana, comprendente assemblaggio di autoveicoli e produzione di componenti, registra un calo del 5% rispetto a novembre 2024, mentre nei primi 11 mesi del 2025 la diminuzione raggiunge l’11,7%. Analizzando i singoli comparti, la fabbricazione di autoveicoli segna una variazione tendenziale negativa del 7,6% a novembre e una riduzione del 17,8% nei primi 11 mesi dell’anno rispetto al 2024, la produzione di carrozzerie per autoveicoli, rimorchi e semirimorchi registra una flessione del 16,7% nel mese e rimane stabile nel cumulato, mentre la fabbricazione di parti e accessori per autoveicoli e motori cresce lievemente dello 0,3% a novembre ma cala del 5,2% nel periodo gennaio-novembre.
Secondo le stime sindacali, nonostante una ripresa dei volumi produttivi negli stabilimenti italiani di Stellantis, oltre la metà degli addetti risulta coinvolta da cassa integrazione e contratti di solidarietà. La situazione interessa anche poli industriali come quello di Termoli (comune della provincia di Campobasso in Molise), destinato alla produzione di motori diesel, e realtà storiche dello stampaggio come la Teksid di Carmagnola. L’ultima crisi industriale che ha colpito la provincia di Torino riguarda i 160 addetti della Primotecs di Avigliana, per i quali è stato raggiunto un accordo di cassa integrazione per area di crisi complessa e non per cessazione, una scelta definita di responsabilità dalla Regione, finalizzata a tutelare l’occupazione e a creare le condizioni per esplorare possibili scenari di rilancio industriale e per attivare politiche attive del lavoro mirate.
Accanto a questo scenario critico, emerge però un dato in controtendenza. In Italia esiste un’avanguardia composta da 30.171 imprese, pari all’1% del totale delle aziende attive, che cresce a ritmi elevati, fino al 20% annuo, ed è in grado di generare l’80% dell’incremento complessivo dell’occupazione nazionale. Questo elemento evidenzia come le politiche industriali, per essere più efficaci, dovrebbero concentrarsi con maggiore attenzione su questo segmento dell’imprenditoria, puntando al tempo stesso ad ampliarne la base.
Uno studio condotto da Luhnip (Luiss hub for new industrial policy), inserito nel Report on Italy’s industrial policy (Rapporto sulla politica industriale italiana), analizza in profondità consistenza e caratteristiche delle high-growth firms, ovvero le imprese che, secondo la definizione Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), registrano una crescita media degli occupati o del fatturato superiore al 20% annuo per un periodo di tre anni e che contano almeno 10 addetti all’inizio dell’osservazione. Su un totale di 3,13 milioni di imprese censite tra manifattura e servizi, in Italia se ne contano 30.171 e nel triennio 2019-2022 queste aziende hanno contribuito alla creazione di 632mila posti di lavoro sui 780mila complessivi registrati a livello nazionale.
Le imprese ad alta crescita risultano distribuite in modo abbastanza equilibrato tra manifattura e servizi, ma la loro incidenza sul totale, pari al 19,5%, è più elevata nelle aree manifatturiere a medio-bassa intensità tecnologica, in particolare in quelle tradizionali del made in Italy. L’85% di queste aziende rientra nella fascia dimensionale tra 10 e 49 addetti e oltre la metà opera da più di 10 anni.
Rispetto alle altre imprese italiane, le high-growth firms presentano una quota più elevata di brevetti nelle catene del valore strategiche per le politiche industriali europee e una maggiore incidenza di lavoratori laureati in discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics, cioè Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). La loro distribuzione territoriale mette in luce aree di potenzialità da valorizzare in specifiche Regioni o province, assecondando specializzazioni diffuse o nicchie produttive locali. In termini generali, il Nord concentra una quota prevalente, ma il quadro si ribalta a favore del Sud se si escludono le microimprese dal calcolo.
In valori assoluti, le prime tre province per numero di imprese ad alta crescita sono Milano con 2.936 aziende, pari al 9,7% del totale italiano, Roma con 2.236 imprese e il 7,4%, e Napoli con 1.510 aziende, pari al 5%. Tra le prime 10 province figura solo un’altra realtà del Mezzogiorno, Bari con 708 imprese, pari al 2,3% del totale. Se si considera invece il rapporto tra imprese ad alta crescita e numero complessivo di aziende registrate sul territorio, le prime dieci province risultano Arezzo, Reggio Emilia, Vicenza, Brescia, Bergamo, Milano, Pesaro e Urbino, Teramo, Pordenone e Modena.
Immagine generata con Ia (intelligenza artificiale)

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









