Liquidazioni giudiziali in aumento: commercio, edilizia e manifattura sotto pressione

Nel 2025 cresce il ricorso alle procedure concorsuali previste dal Codice della crisi d’impresa. I dati nazionali e territoriali mostrano un impatto differenziato tra settori e Regioni, con il Centro-Nord più esposto e un incremento che dura da 4 anni. Segnali da attenzionare

Sintesi

Nel 2025 le liquidazioni giudiziali delle imprese italiane (una procedura concorsuale introdotta dal Codice della Crisi d’Impresa (CCII). Sostituisce il fallimento e si applica agli imprenditori commerciali insolventi) risultano in crescita, con commercio, costruzioni e manifattura come comparti maggiormente colpiti, seguiti da turismo e trasporti, secondo gli open data della Camera di Commercio delle Marche e le elaborazioni Cribis (società leader in Italia nel fornire informazioni commerciali), in un quadro normativo definito dal decreto legislativo 14/2019 che ha sostituito il termine fallimenti con liquidazioni giudiziali. Su 12.093 procedure avviate a livello nazionale emerge una forte concentrazione nel Centro-Nord e un aumento complessivo del 7% rispetto all’anno precedente, con un +38% dal 2022, mentre le differenze territoriali riflettono la struttura produttiva locale, la dimensione delle imprese e la scelta, più frequente nel Mezzogiorno, di cessazioni dirette senza accesso al tribunale (viene interrotto per volontà delle parti o per una causa prevista dalla legge), sullo sfondo di una congiuntura segnata da instabilità geopolitica e aumento dei costi energetici. Segnali da attenzionare: I dati 2025 segnalano un aumento strutturale delle liquidazioni giudiziali, ritorno ai livelli pre-pandemia e fragilità irrisolte: monitorare costantemente la solidità dei partner commerciali è ormai essenziale per contenere il rischio di credito.

Articolo

Nel 2025 si rafforza la tendenza all’aumento delle liquidazioni giudiziali, la procedura che il decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14, noto come Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, ha introdotto in sostituzione del termine fallimenti. A fotografare il fenomeno sono gli open data nazionali della Camera di Commercio delle Marche, che consentono di analizzare tutti gli strumenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza d’impresa attivati in Italia nel corso dell’anno per codice Ateco, ossia la classificazione delle attività economiche.

Il database regionale raccoglie i dati relativi alle sedi delle imprese registrate che hanno avviato una procedura, includendo liquidazioni giudiziali, accordi di ristrutturazione dei debiti, amministrazione straordinaria, liquidazione coatta amministrativa, concordato preventivo omologato, concordato minore, liquidazione controllata, piano di ristrutturazione omologato, impugnazioni concorsuali e concordato semplificato. Le liquidazioni giudiziali risultano la procedura più diffusa, in particolare nel Centro-Nord.

Su un totale di 12.093 procedure iscritte a livello nazionale nel 2025, il 20,2% riguarda imprese del commercio, il 19,7% le costruzioni, il 16,6% le attività manifatturiere, l’8,9% i servizi di alloggio e ristorazione e il 6,4% il trasporto e magazzinaggio. Questa distribuzione settoriale presenta tuttavia marcate differenze territoriali. Nelle Marche l’analisi per codice Ateco evidenzia una netta prevalenza della manifattura, che rappresenta il 34,3% delle imprese coinvolte, con un’incidenza ancora più elevata nella provincia di Fermo, dove il 40% delle procedure, su oltre 60 strumenti censiti, interessa il distretto calzaturiero, penalizzato dalla crisi dell’export.

Nel Lazio il quadro cambia nuovamente. Qui le procedure di liquidazione colpiscono soprattutto il commercio al dettaglio e all’ingrosso, che concentra il 21,5% degli strumenti di regolazione utilizzati dalle imprese del territorio, seguito da un ulteriore segmento del commercio che raccoglie circa il 19% delle procedure. In Lombardia, invece, risultano maggiormente coinvolte le imprese delle costruzioni, che rappresentano il 19,4% delle procedure, seguite da commercio con il 16,9%, attività manifatturiere con il 15,7% e attività immobiliari con l’8,7%.

Le Regioni del Centro-Nord mostrano le percentuali più elevate di imprese che hanno avviato una liquidazione giudiziale nel 2025. Nell’ultimo anno le nuove procedure sono cresciute del 7%, con un incremento più marcato nel Centro pari al 13,3%, seguito dal Nord con il 7,7%, mentre nel Sud il tasso è rimasto sostanzialmente stabile con un +0,1%. A fornire una lettura consolidata del fenomeno sono anche i dati sulle liquidazioni giudiziali avviate presso i tribunali ed elaborate da Cribis (società del Gruppo CRIF -Centrale Rischi di Intermediazione Finanziaria- leader in Italia per aiutare a ridurre i rischi commerciali, trovare nuovi clienti e gestire le forniture).

Secondo queste rilevazioni, nell’ambito delle procedure concorsuali, cioè quelle che affrontano formalmente la crisi d’impresa, le liquidazioni giudiziali rappresentano oltre il 70% del totale, come indicato da Unioncamere-Infocamere, il sistema informatico delle Camere di Commercio. L’aumento prosegue da 4 anni e dal 2022 segna un +38%, evidenziando la difficoltà delle imprese a reggere una fase economica caratterizzata da instabilità geopolitica, conflitti internazionali e crescita dei costi energetici.

Le liquidazioni censite da Cribis sono quelle comunicate dai tribunali al Registro delle Imprese e riflettono quindi crisi maturate nel tempo e divenute manifeste al momento dell’avvio dell’iter giudiziario. Commercio, sia all’ingrosso sia al dettaglio, e costruzioni restano i settori più esposti. Tuttavia la mappa territoriale va letta con cautela, perché le liquidazioni giudiziali rappresentano solo una parte delle difficoltà del tessuto produttivo.

Come sottolinea Marco Preti, amministratore delegato di Cribis, “le liquidazioni giudiziali rappresentano una parte minoritaria delle cessazioni d’impresa; la quota prevalente è riconducibile a chiusure volontarie o fisiologiche, decise direttamente dagli imprenditori”. Nel Mezzogiorno, dove prevalgono imprese di piccole dimensioni e meno strutturate, è più frequente la cessazione diretta senza passaggio in tribunale, spesso legata all’assenza di creditori.

La classifica regionale per numero di procedure avviate ogni 1000 imprese attive vede in testa Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna, territori caratterizzati da una forte presenza di piccole e medie imprese manifatturiere, più vulnerabili alle oscillazioni congiunturali. Nel Lazio, nel 2025, le nuove liquidazioni sono state 2,4 ogni 1000 imprese, in aumento del 25% rispetto all’anno precedente, con una concentrazione significativa a Roma e provincia pari a 2,74 ogni 1000 imprese.

La Lombardia registra il valore assoluto più elevato con 2050 nuove liquidazioni ed è seconda per incidenza rispetto alle imprese attive con 2,17 procedure ogni 1000. Nella sola area di Milano e provincia, nel 2025, sono entrate in liquidazione 964 imprese. Nel Mezzogiorno la Regione con il rapporto più alto tra liquidazioni e imprese attive è l’Abruzzo, con 1,44 procedure ogni 1000 imprese, comunque al di sotto della media nazionale di 1,67. Tutte le Regioni meridionali si collocano sotto questa soglia, mentre quasi tutte quelle del Centro-Nord la superano, con l’eccezione di Veneto, Umbria e Friuli Venezia Giulia.

Analizzando le Province del Sud, i valori più elevati si riscontrano in Puglia, in particolare a Barletta-Andria-Trani con 2,11 liquidazioni ogni 1000 imprese e a Bari con 1,89. Dal punto di vista dell’incremento rispetto al 2024, l’aumento più consistente si registra in Emilia Romagna e in Sardegna, dove in entrambe le Regioni le liquidazioni giudiziali risultano cresciute del 32%, confermando un trend che continua a mettere sotto pressione ampi segmenti del sistema produttivo nazionale.

Marco Preti, Amministratore Delegato di Cribis, ha dichiarato nei report trimestrali e annuali: «l’aumento evidenzia le difficoltà che molte imprese italiane stanno affrontando in un contesto economico ancora fragile, con inflazione alta e nuove tensioni nel commercio globale che creano rischi concreti soprattutto per le PMI legate ai mercati internazionali»; a chiusura dell’anno ha osservato che «i dati del 2025 confermano un aumento strutturale, con ritorno a livelli pre-pandemia che evidenzia fragilità mai risolte, rendendo imperativo monitorare costantemente la solidità dei partner commerciali per prevenire il rischio di credito».

Sul piano della recentissima giurisprudenza, la Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali: con sentenza 17 settembre 2025 n. 25491, la Suprema Corte ha affermato che «la sentenza della Corte d’appello che apre la liquidazione giudiziale è impugnabile in Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. perché si tratta di una sentenza dotata di effetti definitivi», segnando un cambio di orientamento rispetto alla vecchia legge fallimentare; con ordinanza 3 giugno 2025 n. 14835 ha chiarito che «se il fallimento (oggi liquidazione giudiziale) è stato dichiarato prima del 15 luglio 2022, la disciplina applicabile all’esdebitazione resta quella della Legge Fallimentare anche se la richiesta è presentata dopo l’entrata in vigore del CCII»; con sentenza 29 settembre 2025 n. 26370 (Sez. I, Pres. Ferro, Est. Dongiacomo) ha stabilito che «ai fini dell’apertura della liquidazione giudiziale, la legittimazione del creditore ricorrente può essere valutata incidentalmente dal giudice, essendo sufficiente anche un credito contestato, illiquido o sottoposto a termine o condizione, e il tribunale deve accertarne in via incidentale l’esistenza»; infine, con sentenza 4 dicembre 2025 n. 31638 ha ampliato i poteri del Pubblico Ministero ex art. 38 CCII, riconoscendone la legittimazione a ricorrere per l’apertura della liquidazione giudiziale in presenza di rilevanti interessi pubblici.

In termini più semplici, queste sentenze della Cassazione del 2025 chiariscono e rendono più flessibile il funzionamento della liquidazione giudiziale (la procedura che ha sostituito il vecchio fallimento per le imprese insolventi). Con la n. 25491 del 17 settembre 2025 si dice che se la Corte d’Appello decide di aprire la liquidazione, la decisione è “definitiva” e si può impugnare direttamente in Cassazione (art. 111 Costituzione), a differenza di quanto avveniva con la vecchia legge fallimentare. La sentenza n. 26370 del 29 settembre 2025 spiega che un creditore può chiedere l’apertura della liquidazione anche se il suo credito è contestato, non certo o non ancora scaduto: il giudice lo valuta in modo rapido e “provvisorio” senza bisogno di una sentenza definitiva sul credito. Infine, con la n. 31638 del 4 dicembre 2025 si amplia il ruolo del Pubblico Ministero, che può attivare la procedura quando scopre un’insolvenza grave in contesti di interesse pubblico, non solo da procedimenti penali. In sintesi: più tutele per creditori e interessi generali, regole chiare sul passato e maggiore possibilità di accesso alla procedura.

Immagine generata con Ia.