Sintesi
La crisi nello Stretto di Hormuz nasce dall’offensiva militare avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dalla successiva risposta di Teheran che ha limitato il traffico marittimo nello snodo energetico più importante del pianeta. Il blocco mette a rischio circa il 20% del petrolio mondiale e genera tensioni sui mercati energetici con prezzi del greggio oltre i 100 dollari al barile e timori di inflazione globale. Il presidente Donald Trump propone adesso una coalizione navale con diversi Paesi tra cui Giappone, Corea del Sud, Francia e Regno Unito per garantire la sicurezza della navigazione ma le reazioni internazionali restano caute e divergenti. La Cina rifiuta l’invio di navi militari ma tenta una mediazione con Teheran per proteggere le proprie importazioni energetiche. L’Europa valuta l’estensione della missione navale Aspides (unità che scortano i mercantili) mentre in Italia il Governo discute interventi economici per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. Le alternative terrestri agli approvvigionamenti petroliferi non sono sufficienti a sostituire i volumi che transitano nello stretto di Hormuz e l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha annunciato l’utilizzo di riserve strategiche per contenere in atto gli effetti della crisi.

Articolo
Lo Stretto di Hormuz, corridoio marittimo tra Iran e Oman e punto di passaggio obbligato per una parte decisiva delle forniture energetiche mondiali, è tornato al centro della geopolitica globale dopo l’escalation militare iniziata il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani. La risposta di Teheran non si è limitata al piano militare ma ha riguardato soprattutto la sicurezza della navigazione nello stretto, uno dei più delicati “colli di bottiglia” del commercio mondiale. Da queste acque transita infatti circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto, il cosiddetto LNG (Liquefied Natural Gas, gas naturale liquefatto), destinato ai mercati asiatici ed europei.

La conseguenza immediata è stata il rallentamento del traffico navale. Numerose petroliere sono rimaste ancorate in attesa di condizioni più sicure e alcune compagnie di navigazione hanno sospeso il passaggio nello stretto. Secondo stime diffuse da analisti energetici internazionali circa 1000 navi risultano ferme nell’area mentre solo poche imbarcazioni, spesso dirette verso la Cina, tentano il transito attraverso il Golfo Persico.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reagito proponendo la creazione di una coalizione internazionale incaricata di garantire la sicurezza della navigazione. L’invito è stato rivolto a diversi Paesi, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia e Regno Unito. L’obiettivo dichiarato è scortare le petroliere e neutralizzare mine navali o attacchi con droni che potrebbero essere lanciati dalle forze iraniane o da gruppi alleati.
La proposta americana non ha però prodotto un consenso immediato. Tokyo e Seul, fortemente dipendenti dal petrolio che transita da Hormuz, hanno mostrato una cauta disponibilità ma senza impegni concreti. Francia e Regno Unito hanno indicato la possibilità di supporti tecnologici e operazioni di sorveglianza ma non l’invio immediato di portaerei o grandi unità navali. Il risultato appare più simile a una coalizione esitante che a un’alleanza militare compatta.
La posizione più delicata è quella della Cina. Pechino dipende in larga misura dalle forniture energetiche provenienti dal Golfo Persico e circa il 45% delle sue importazioni petrolifere attraversa proprio lo Stretto di Hormuz. Nonostante questo interesse strategico, il Governo cinese ha escluso l’invio di navi militari a supporto dell’operazione proposta dagli Stati Uniti. La leadership cinese ritiene infatti che l’origine della crisi risieda nell’azione militare statunitense e che Washington non possa ora pretendere il coinvolgimento diretto del suo principale rivale geopolitico.
Il presidente cinese Xi Jinping ha invece scelto una strategia diplomatica. Pechino ha avviato contatti con i governi del Golfo Persico e con Teheran nel tentativo di favorire una de-escalation e mantenere aperto il traffico marittimo. L’inviato speciale per il Medio Oriente, Zhai Jun, è stato incaricato di svolgere colloqui nella regione mentre l’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha dichiarato che la Cina “svolgerà un ruolo costruttivo per la riduzione delle tensioni”.
La crisi di Hormuz ha anche effetti immediati sui mercati energetici. Dopo l’inizio del conflitto il prezzo del petrolio Brent è salito oltre i 100 dollari al barile e in alcuni momenti ha superato i 120 dollari prima di stabilizzarsi temporaneamente intorno ai 98-100 dollari. Secondo stime dell’International Energy Agency (IEA), i governi dei Paesi membri hanno deciso di rendere disponibili circa 271,7 milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche per attenuare lo shock sui mercati.
Nonostante questi interventi, gli analisti sottolineano che le alternative terrestri al passaggio nello Stretto di Hormuz sono limitate. L’Arabia Saudita può utilizzare l’oleodotto est-ovest Petroline che collega i giacimenti della Provincia Orientale al porto di Yanbu sul Mar Rosso con una capacità tra 5 e 7 milioni di barili al giorno. Gli Emirati Arabi Uniti dispongono dell’oleodotto Habshan-Fujairah che consente di esportare tra 1,5 e 1,8 milioni di barili al giorno bypassando Hormuz. L’Iraq utilizza l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan verso il porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo con una capacità di circa 1,6 milioni di barili giornalieri. Anche sfruttando al massimo queste infrastrutture, tuttavia, il volume complessivo resta inferiore ai circa 20 milioni di barili che transitano quotidianamente nello stretto.
Il blocco della rotta energetica provoca anche effetti politici in Europa. L’Unione Europea sta discutendo la possibilità di estendere la missione navale Aspides, operazione militare europea di protezione della navigazione nel Mar Rosso contro gli attacchi dei ribelli Houthi dello Yemen, includendo anche l’area di Hormuz.
In Italia la crisi energetica ha aperto un dibattito politico sulle misure economiche per contrastare l’aumento dei prezzi dei carburanti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sta valutando possibili interventi tra cui il ripristino del meccanismo delle accise mobili sui carburanti, cioè una riduzione temporanea delle imposte quando il prezzo del petrolio supera determinate soglie. L’opposizione guidata da Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, accusa il Governo di reagire troppo lentamente e chiede l’attivazione immediata del sistema. All’interno della Maggioranza emergono posizioni diverse: il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è detto favorevole alla misura mentre il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso preferirebbe interventi mirati a favore delle famiglie con redditi più bassi, degli autotrasportatori e delle imprese più esposte ai costi energetici.
Sul piano militare l’Italia sta valutando un rafforzamento della presenza navale nelle missioni internazionali di protezione del traffico commerciale, sempre in coordinamento con l’Unione Europea e la NATO (North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord). Il tema è destinato a essere discusso anche nelle riunioni dei ministri degli Esteri europei e nel Consiglio europeo.
La crisi di Hormuz dimostra quanto fragile sia l’equilibrio energetico globale. Un singolo stretto marittimo largo poche decine di chilometri può influenzare l’intero sistema economico mondiale. Finché la navigazione non tornerà pienamente sicura, il rischio di un aumento dei prezzi dell’energia, di nuove tensioni geopolitiche e di effetti economici a catena resterà elevato. In questo scenario la diplomazia internazionale, più ancora della forza militare, potrebbe rappresentare l’unica strada per evitare che il conflitto regionale si trasformi in una crisi globale.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.







