Sintesi
Oggi 30 settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2% annuo, dal 3,3% di agosto, raggiungendo il livello più alto degli ultimi 3 anni. I prezzi sono aumentati dello 0,7% anche rispetto al mese precedente e l’inflazione acquisita per l’intero 2026 è salita al 3,1%. A incidere sono soprattutto energia e alimentari freschi. Il rincaro dei costi energetici sta quindi arrivando sempre più chiaramente alle famiglie.

Un altro segnale di rallentamento arriva oggi dalla fiducia. L’indice dei consumatori è sceso da 94,5 a 91,2 e quello delle imprese da 97 a 95,9. Migliora soltanto la manifattura, mentre arretrano servizi, commercio e soprattutto costruzioni. Famiglie e aziende guardano quindi ai prossimi mesi con maggiore prudenza.

Sul fronte produttivo, ad agosto i prezzi alla produzione dell’industria sono aumentati del 10,9% rispetto a un anno prima e del 2,4% in un solo mese. A spingere sono soprattutto energia e prodotti petroliferi, mentre al netto della componente energetica l’incremento annuo si ferma al 3,3%. Gran parte della fiammata arriva quindi dall’energia.

Anche i dati sul fatturato mostrano un’economia industriale ancora debole: a luglio il giro d’affari è aumentato del 4,8% in valore rispetto a un anno prima, ma le quantità vendute sono diminuite dello 0,6%. Le imprese incassano di più soprattutto perché i prezzi sono più alti, non perché vendono necessariamente più prodotti.

Ieri 29 settembre lo spread Btp-Bund ha toccato quota 100, mentre oggi si è mantenuto intorno a 97-98 punti, con il rendimento del decennale italiano attorno al 4,5-4,6%. Il differenziale si è quindi leggermente ridotto, ma resta elevato il costo assoluto al quale lo Stato deve finanziarsi.
Nel 2024, secondo Banca d’Italia, la spesa in conto capitale degli enti territoriali siciliani era diminuita, soprattutto per il calo dei contributi a famiglie e imprese e degli investimenti fissi, pur rimanendo su livelli storicamente elevati. Ma nel 2025 la situazione è cambiata: la spesa degli Enti territoriali è tornata a crescere, sostenuta soprattutto proprio dalla componente in conto capitale grazie all’accelerazione delle opere pubbliche, delle politiche di coesione e del PNRR. Banca d’Italia parla espressamente di “ripresa degli investimenti pubblici”.
Per il 2026, inoltre, il dato più aggiornato disponibile al 30 giugno indica che la Sicilia è prima tra le Regioni italiane per impegni e pagamenti nell’ambito del Fondo sviluppo e coesione 2021-2027, con una dotazione complessiva di quasi 5 miliardi di euro. La Regione parla di una significativa accelerazione nell’avvio degli investimenti.
Articolo
Inflazione al 4,2%, il dato più alto da 3 anni
Oggi 30 settembre l’Istituto nazionale di statistica (Istat) ha diffuso la stima preliminare dell’inflazione di settembre e il dato è risultato superiore alle attese circolate nei giorni scorsi. L’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,7% rispetto ad agosto e del 4,2% rispetto a settembre 2025, contro il 3,3% registrato nel mese precedente. Per ritrovare una variazione tendenziale superiore bisogna risalire al settembre 2023.
L’aumento dell’inflazione dipende soprattutto dal forte rincaro dell’energia. I prezzi dell’energia regolati, cioè quelli legati a tariffe stabilite o controllate dalle Autorità, sono passati da un aumento del 18,6% al 25,9%. Anche i prodotti energetici non regolamentati, come carburanti e altri prezzi determinati maggiormente dal mercato, hanno accelerato dal 17% al 22,2%.
Sono diventati più cari anche gli alimenti freschi e non lavorati, il cui aumento è passato dal 3,8% al 5,5%. Più contenuto, ma comunque in crescita, l’aumento dei prezzi dei servizi legati ai trasporti, salito dallo 0,8% all’1,6%.
Se invece si escludono dal calcolo proprio le componenti che possono subire oscillazioni più forti, cioè energia e alimentari freschi, l’inflazione di fondo resta molto più bassa: è aumentata dall’1,5% all’1,7%. Questo significa che l’attuale accelerazione dei prezzi è dovuta soprattutto all’energia e, in misura minore, agli alimentari freschi, mentre nel resto dell’economia la crescita dei prezzi rimane decisamente più contenuta.
L’Istat segnala inoltre che l’inflazione acquisita per l’intero 2026 è arrivata al 3,1%. Significa che, anche nell’ipotesi teorica in cui i prezzi rimanessero invariati nei prossimi mesi, la crescita media dei prezzi nell’anno sarebbe già pari a quella percentuale. Il rincaro energetico non è quindi più soltanto un problema dei mercati all’ingrosso, ma sta entrando progressivamente nei prezzi sostenuti dalle famiglie.
Cala la fiducia di famiglie e imprese
Sempre oggi l’Istat ha pubblicato un secondo indicatore che rafforza la lettura di una fase economica più prudente. A settembre l’indice di fiducia dei consumatori è sceso da 94,5 a 91,2, mentre quello complessivo delle imprese è passato da 97 a 95,9. Per le aziende si interrompono così 3 mesi consecutivi di crescita dell’indicatore.
Il quadro non è però uniforme. Nella manifattura la fiducia è salita da 90,2 a 91,9, grazie soprattutto a giudizi migliori sugli ordini, mentre sono diminuite le aspettative sulla produzione. Nei servizi di mercato l’indice è sceso da 99,4 a 96,9, nel commercio da 106,5 a 104,5 e nelle costruzioni da 102,8 a 97,5. L’Istat precisa inoltre che una parte della variazione relativa ai consumatori risente di modifiche nell’organizzazione della rilevazione, ma anche depurando questo effetto rimane una riduzione moderata della fiducia generale e una flessione leggermente più marcata del clima economico.
I due dati diffusi oggi, inflazione e fiducia, descrivono quindi lo stesso problema da prospettive differenti: i prezzi aumentano mentre famiglie e imprese diventano più caute nelle valutazioni sul futuro.
Prezzi industriali, l’energia spinge il +10,9%
La pressione a monte della filiera era già emersa ieri 29 settembre dai dati sui prezzi alla produzione dell’industria, cioè quelli applicati dalle imprese prima che i prodotti arrivino alla distribuzione e ai consumatori. Ad agosto sono aumentati del 2,4% rispetto a luglio e del 10,9% rispetto ad agosto 2025, accelerando nettamente rispetto al +7,7% annuo registrato a luglio.
Sul mercato interno l’incremento annuo raggiunge il 13,5%. Il dato cambia però radicalmente quando viene esclusa l’energia: senza il comparto energetico l’aumento si riduce al 3,3%. Tra le attività manifatturiere la crescita maggiore riguarda coke e prodotti petroliferi raffinati, +72,6% sul mercato interno rispetto a un anno prima, mentre la fornitura di energia elettrica e gas registra +26,3%.
La differenza è importante in quanto consente di capire dove si concentra la pressione inflazionistica. Non tutta l’industria sta registrando aumenti a 2 cifre: è soprattutto il costo dell’energia a trascinare verso l’alto la media complessiva. Tuttavia, energia e carburanti entrano nei costi di produzione, trasporto e distribuzione di quasi tutti i settori e possono quindi trasferirsi progressivamente sui prezzi finali.
Il fatturato cresce, le quantità diminuiscono
Il dato sul fatturato industriale di luglio mostra un’altra delle contraddizioni dell’attuale fase economica. Rispetto allo stesso mese del 2025 il fatturato è cresciuto del 4,8% in valore, ma è diminuito dello 0,6% in volume. Sul mercato interno la differenza è ancora più netta, con +3,8% in valore e -2% in volume.
Significa che le imprese nel complesso fatturano più euro, ma vendono una quantità leggermente inferiore di prodotti. Una parte dell’aumento monetario deriva quindi dai prezzi più elevati e non da una crescita reale delle vendite. Sul mercato estero la situazione è migliore, poiché aumentano sia il valore sia i volumi.
Mediterranea24 aveva già ricostruito ieri 29 settembre questo quadro nel precedente approfondimento su crescita, esportazioni e caro energia, evidenziando come il miglioramento di alcune previsioni macroeconomiche conviva con l’aumento dei costi energetici e delle difficoltà per trasporti e imprese siciliane.
PIL, stime diverse e nuovo quadro ancora da definire
Sul prodotto interno lordo occorre distinguere nettamente tra dati ufficiali e previsioni. Il Documento di finanza pubblica predisposto in primavera dal Governo indicava per il 2026 una crescita tendenziale dello 0,6%, mentre negli ultimi giorni alcuni previsori hanno rivisto al rialzo le proprie stime. Fitch, per esempio, ha portato la previsione italiana all’1%.
Il nuovo Documento programmatico di finanza pubblica servirà ad aggiornare ufficialmente le stime su crescita, conti pubblici e andamento dell’economia che il Governo utilizzerà come base per preparare la prossima legge di bilancio.
Fino a quando quel documento non sarà approvato, però, è più corretto parlare di previsioni di crescita comprese orientativamente tra lo 0,8 e l’1%, a seconda degli istituti che elaborano le stime. Non si tratta quindi di una crescita già ottenuta, ma di una previsione su quanto l’economia potrebbe aumentare nell’intero anno.
Il miglioramento delle attese sulla crescita convive inoltre con rischi che nelle ultime settimane sono diventati più visibili: energia più cara, inflazione in aumento, tassi a lungo termine elevati e rallentamento della fiducia.
Spread scende dai 100 punti, ma il Btp resta costoso
Ieri 29 settembre lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi decennali ha raggiunto 100 punti base, livello che non veniva superato dalla primavera del 2025. Oggi 30 settembre la tensione si è leggermente ridotta: in mattinata il differenziale si è mosso tra 97 e 98 punti e intorno alle 13,30 era a circa 98 punti, con il rendimento del Btp decennale al 4,56%.
Alla rilevazione disponibile nel pomeriggio, prima della chiusura definitiva della seduta, il quadro mostrava quindi un parziale rientro dello spread ma rendimenti ancora elevati. Il giorno precedente il Btp decennale aveva chiuso intorno al 4,61%.
Il punto più rilevante per i conti pubblici non è soltanto la distanza dal Bund, ma il costo assoluto del debito. Quando i titoli in scadenza vengono rifinanziati a rendimenti superiori, la maggiore spesa per interessi si accumula gradualmente negli anni successivi. La stessa dinamica è emersa nell’asta di ieri, quando il Tesoro ha collocato nuovi Btp con rendimenti sensibilmente superiori a quelli registrati durante l’estate. Il rialzo dei tassi a lungo termine riguarda peraltro anche altri Paesi europei e gli Stati Uniti, in un contesto condizionato dalle tensioni geopolitiche e dal rialzo dell’energia.
Sicilia investimenti pubblici in ripresa
Nel 2024 la spesa in conto capitale degli Enti territoriali siciliani (o gestione in conto capitale, ossia nei bilanci degli Enti pubblici si raggruppa le risorse finanziarie destinate agli investimenti e alle opere pubbliche a utilità pluriennale, distinguendosi così dalla spesa corrente che finanzia la gestione quotidiana) era diminuita, dopo la forte crescita del 2023. Nel 2025 Banca d’Italia registra invece una ripresa, sostenuta soprattutto dall’attuazione del PNRR e delle politiche di coesione: l’aumento delle opere pubbliche ha contribuito alla crescita del settore delle costruzioni e la spesa degli enti territoriali ha continuato ad espandersi grazie soprattutto alla componente in conto capitale.
La tendenza positiva prosegue nel 2026. Secondo il bollettino del 19 settembre 2026 di monitoraggio della Regione Siciliana, elaborato sulla base dei dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze e aggiornato al 30 giugno 2026, la Sicilia è risultata prima Regione italiana per impegni e pagamenti nell’ambito del Fondo sviluppo e coesione 2021-2027, davanti a Campania e Calabria. L’Accordo di coesione assegna all’Isola quasi 5 miliardi di euro per infrastrutture, ambiente, risorse idriche, mobilità, imprese e servizi. Il dato sugli 857 milioni di interventi già in corso, se confermato dal bollettino di dettaglio, va quindi letto come parte di una fase di accelerazione e non come segnale di frenata.
Il punto critico, semmai, è un altro: la crescita futura della Sicilia dipende dalla capacità di trasformare rapidamente queste risorse in opere e investimenti reali. Il DEF regionale 2027-2029 stima infatti per il 2026 una crescita tendenziale dello 0,5%, ma ipotizza un aumento fino all’1,7-1,8% solo in presenza della piena “messa a terra” di circa 13,75 miliardi di euro di risorse pubbliche nel quadriennio.
Il quadro a fine settembre
Alla fine di settembre l’economia italiana non può essere descritta né come ferma né come pienamente consolidata nella crescita. Le previsioni sul PIL sono migliorate, ma contemporaneamente l’inflazione è salita al 4,2%, i prezzi industriali aumentano del 10,9%, la fiducia di famiglie e imprese arretra e il rendimento dei titoli pubblici rimane sopra il 4,5%.
In Sicilia lo stesso contrasto appare ancora più evidente: da una parte investimenti pubblici e fondi di coesione accelerano, dall’altra la ricerca arretra dell’1,5% e rimane più debole la componente finanziata dalle imprese. La crescita esiste, ma i dati di oggi mostrano che energia, prezzi, costo del denaro e capacità di trasformare la spesa pubblica in sviluppo reale saranno i nodi dell’ultima parte del 2026.
L’opinione
Negli ultimi 10 anni l’Europa ha accelerato sulla transizione energetica e ha fatto bene a sviluppare solare ed eolico. Il problema è che reti, sistemi di accumulo e strumenti capaci di garantire continuità alla produzione non sono cresciuti con la stessa rapidità. Mediterranea24 ha già approfondito proprio il tema della transizione energetica siciliana che ormai si misura soprattutto sulla capacità delle reti, degli accumuli e sulla produzione realmente disponibile, evidenziando come il collegamento degli impianti alla rete stia diventando uno dei principali colli di bottiglia. Anche il recente approfondimento sul ritorno del nucleare e sulla necessità immediata di accumuli, batterie e nuove linee elettriche ha ricordato che aumentare soltanto il numero dei pannelli non basta.
Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno poi dimostrato quanto anche conflitti lontani possano incidere direttamente su gas, petrolio, trasporti e prezzi. Mediterranea24 ha seguito ripetutamente gli effetti della guerra nel Golfo sulle quotazioni del petrolio, sui trasporti e sulle imprese, con conseguenze particolarmente pesanti per Sicilia e Calabria e, più recentemente, l’intreccio tra crisi mediorientale, guerra in Ucraina, rotte energetiche a rischio e dipendenza siciliana dai trasporti. Dopo il 2022 l’Europa ha ridotto drasticamente il gas russo e ha aumentato il ricorso ad altre fonti, compreso il gas naturale liquefatto. È stata una scelta necessaria, ma ha reso ancora più evidente quanto il continente resti esposto alle tensioni dei mercati energetici internazionali.
Il problema si vede bene nell’elettricità. Il fotovoltaico produce soprattutto di giorno, mentre famiglie e imprese consumano anche la sera e di notte. Quando l’energia prodotta nelle ore di sole non può essere accumulata in quantità sufficiente, bisogna ricorrere ad altre fonti programmabili, tra cui spesso il gas, oppure alle importazioni. Proprio sulla Sicilia Mediterranea24 ha evidenziato che molti impianti rinnovabili risultano autorizzati, ma la sfida è trasformarli in produzione reale collegata alla rete e accompagnata da sistemi di accumulo. Possono intervenire anche idroelettrico, nucleare nei Paesi che lo utilizzano, biomasse e gestione della domanda, ma senza accumuli e reti adeguate il sistema resta più vulnerabile.
L’errore europeo, quindi, non è stato puntare sulle rinnovabili, ma non avere accompagnato quella crescita con la stessa velocità sul fronte della sicurezza energetica. Servivano prima più batterie, pompaggio idroelettrico, reti moderne e digitalizzate, interconnessioni tra Paesi, stoccaggi e una capacità di riserva ben programmata. Mediterranea24 ha già mostrato come la Sicilia stia aumentando fotovoltaico ed eolico ma continui a confrontarsi con problemi di rete e connessione e come l’Isola potrebbe assumere un ruolo strategico attraverso infrastrutture come il Tyrrhenian Link e i nuovi collegamenti energetici nel Mediterraneo. La transizione resta indispensabile, ma deve essere costruita in modo da ridurre le dipendenze, non da sostituirne una con un’altra.
E anche Italia e Sicilia dovrebbero migliorare il passo. Meno propaganda politico-elettorale, meno interventi episodici destinati soprattutto al consenso immediato, meno passerelle; meno tasse e imposte, più programmazione, infrastrutture e investimenti strategici. Non mancano infatti opportunità e risorse: Mediterranea24 ha già ricostruito gli interventi europei e nazionali destinati proprio a reti, rinnovabili, accumuli ed elettrificazione. In una fase internazionale così instabile e difficile da prevederne il percorso, governare significa soprattutto prepararsi per tempo, in quanto affrontare un’emergenza quando è già esplosa costa sempre molto di più.
Nell’immagine di copertina, la sede dell’Istat a Roma, Palazzo Mezzanotte sede di Borsa Italiana a Milano e la bandiera della Sicilia.
Ps.
Il commento di un lettore
Il meccanismo è sempre lo stesso: grandi proclami per addormentare la gente, mentre i profitti restano blindati e il conto salato finisce sulle spalle di chi guida e di chi sta sul piazzale.
Un tetto a 1,99 €/l non è tutela, è la legalizzazione del massacro. Lo Stato usa il carburante come certi Comuni usano gli autovelox-trappola: non per proteggere, ma per fare cassa. Intanto si compra a chilo e si vende a litro, speculando sulla dilatazione volumetrica, mentre i gestori fanno da parafulmine tra margini da fame e finti rimborsi in cisterna.
A prezzi astronomici ci vendono pure carburante sporco e pieno di impurità, che distrugge i motori dei cittadini e fa schizzare alle stelle i costi dei beni di prima necessità.
E la politica? Destra o sinistra, silenzio di tomba per non scontentare le lobby, incassando pure la solita truffa dell’IVA applicata sulle accise: la tassa sulla tassa. Sulle sanzioni sbandierate dall’Antitrust, poi, il solito comodo oblio.
Alcune delle questioni che solleva hanno effettivamente un fondamento, altre vanno però distinte dalle valutazioni personali
Il tetto di 1,99 euro sulla benzina, per esempio, non è un prezzo imposto dallo Stato, ma un’iniziativa delle compagnie: rappresenta uno sconto rispetto agli oltre 2,11 euro medi registrati sulla rete, ma certamente non risolve alla radice il problema del costo dei carburanti.
È vero anche che sul prezzo finale pesa una fiscalità importante e che l’IVA viene calcolata su una base che comprende anche l’accisa. È un meccanismo previsto dalla normativa, quindi non una “truffa” in senso giuridico, anche se il suo effetto può naturalmente essere oggetto di critica.
Molto concreto è invece il precedente Antitrust: nel 2025 sono state inflitte sanzioni per oltre 936 milioni di euro a 6 grandi compagnie dopo l’accertamento di un’intesa sulla componente bio del prezzo dei carburanti. Allo stesso modo esistono casi documentati di carburanti adulterati o non conformi, sui quali intervengono Dogane e Guardia di Finanza.
La questione del carburante acquistato a peso e venduto a volume. La variazione con la temperatura è reale e i conteggi utilizzano anche il riferimento convenzionale a 15 gradi.
Quindi il tema della trasparenza dei prezzi, della fiscalità e dei controlli è sicuramente concreto. Ci dovrebbe essere un dibattito pubblico serio, separando i fatti verificabili dalle congetture più generali

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









