Sintesi
Il rapporto deficit/Pil nel 2025 si attesta al 3,1%, oltre il 3% programmato, e mette a rischio l’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzi eccessivi. Il debito pubblico sale al 137,1% superando le previsioni governative mentre la pressione fiscale raggiunge il 43,1%, massimo dal 2014. Lo scostamento è attribuito dal Governo in larga parte alla coda del Superbonus e alle detrazioni edilizie ancora operative. La crescita del Pil si ferma allo 0,5% in termini reali, sostenuta soprattutto da costruzioni e investimenti legati al PNRR, con industria in calo e agricoltura debole. L’occupazione aumenta più del prodotto interno lordo e si consolida il ritorno all’avanzo primario, ma l’aumento della spesa per interessi e le tensioni internazionali su energia e commercio riducono i margini di manovra futuri.

Articolo
I conti pubblici del 2025 chiudono con un risultato meno favorevole rispetto alle attese. Secondo le tavole ufficiali pubblicate dall’Istat, l’indebitamento netto si colloca al 3,1% del prodotto interno lordo, un valore inferiore di 3 decimali rispetto all’anno precedente ma superiore di 0,1 punti percentuali rispetto al 3% indicato nel programma di finanza pubblica approvato dal Governo. Il dato, se confermato il 21 aprile 2026 dall’Eurostat, renderebbe impraticabile l’uscita anticipata dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi e impedirebbe l’attivazione della clausola di salvaguardia prevista per incrementare la spesa in Difesa senza incidere sui vincoli europei.

La questione assume rilievo anche sul piano internazionale. Gli impegni assunti nell’Alleanza Atlantica e le sollecitazioni dell’ex presidente statunitense Donald Trump a rafforzare lo sforzo finanziario dei partner della NATO impongono un aumento graduale delle risorse per la sicurezza. Il Documento programmatico di bilancio prevedeva una crescita della spesa per la Difesa di 12 miliardi in 3 anni, pari allo 0,5% del Pil, senza includere tale incremento nei parametri europei. Con un deficit oltre soglia, tuttavia, ogni maggiore esborso dovrebbe essere compensato da tagli equivalenti in altri capitoli, come sanità o protezione sociale.

Analoga incertezza riguarda l’eventuale adesione al programma Safe, strumento europeo di prestiti destinato agli investimenti nel comparto militare, che potrebbe mettere a disposizione dell’Italia fino a 14,9 miliardi. Senza correttivi ai criteri di calcolo del deficit, anche questa opzione rischia di risultare difficilmente praticabile.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha definito il dato “provvisorio”, sottolineando che potrà essere rivisto al termine della procedura di notifica. L’Istat precisa che eventuali modifiche sono possibili, ma statisticamente rare. Alla base dello scostamento vi sarebbe secondo il Governo soprattutto il cosiddetto “colpo di coda” del Superbonus, con detrazioni al 65% riconosciute ai lavori edilizi per i quali era stata presentata la Cila (Comunicazione di inizio lavori asseverata) entro il 15 ottobre 2024, secondo la deroga introdotta dalla legge di bilancio 2025. Le agevolazioni hanno generato 5,3 miliardi di minori entrate, equivalenti a circa 0,2 punti di Pil.
Il disavanzo al 3,1% si registra nonostante una revisione al rialzo della crescita 2024, passata dallo 0,7% allo 0,8%, e malgrado l’aumento delle entrate fiscali e contributive, salite a 972,5 miliardi, 39,4 miliardi in più rispetto al 2024. La pressione fiscale raggiunge così il 43,1%, il livello più elevato dal 2014.
Il debito pubblico si attesta al 137,1% del Pil, in aumento rispetto al 134,7% dell’anno precedente e oltre il 136,2% stimato dal Governo. L’incremento è collegato anche alla crescita delle disponibilità liquide del Tesoro, che al 31 dicembre risultavano pari a 52,4 miliardi, 17,4 miliardi in più su base annua. La dinamica era stata anticipata dalle rilevazioni della Banca d’Italia.
Sul fronte macroeconomico, la crescita reale del Pil nel 2025 si ferma allo 0,5%, in linea con l’obiettivo rivisto dall’esecutivo ma inferiore alle prime stime dello 0,7%. In termini destagionalizzati, tenendo conto di 3 giornate lavorative in meno, la variazione si avvicina allo 0,7%. La principale criticità resta la modesta espansione, condizionata da tensioni commerciali, conflitti armati e incertezza sui mercati energetici, anche alla luce dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran che ha alimentato volatilità sui prezzi di petrolio e gas.
L’occupazione cresce dell’1,3%, con un incremento dell’1% tra i dipendenti e dell’1,8% tra gli autonomi. I redditi da lavoro aumentano del 3,8% e le retribuzioni lorde del 3,7%, determinando un aumento pro capite del 2,6% a fronte di un deflatore dei consumi delle famiglie pari all’1,5%. Le buste paga risultano più dinamiche nelle costruzioni, +4,7%, e nell’industria, mentre i servizi segnano +2,4% e l’agricoltura arretra dell’1,5%.
Le costruzioni si confermano il principale motore della crescita grazie al Pnrr con un valore aggiunto in aumento del 2,4%, recuperando dopo la contrazione del 2024. L’industria in senso stretto registra un calo dello 0,3%, ma il comparto secondario nel complesso chiude a +0,3%. I servizi crescono allo stesso ritmo, sostenuti dal commercio +1% e dalle attività professionali +0,7%, mentre l’agricoltura torna leggermente negativa, -0,1%.
Gli investimenti fissi lordi aumentano del 3,5%, trainati anche dalle risorse del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), programma finanziato nell’ambito del dispositivo europeo per la ripresa. Spiccano i mezzi di trasporto +9,1%, i prodotti della proprietà intellettuale +4%, le costruzioni +3,3% e macchinari e attrezzature +2,2%. I consumi delle famiglie crescono dell’1%. Le importazioni +3,6% avanzano a un ritmo triplo rispetto alle esportazioni, penalizzate dall’inasprimento dei dazi.
Il saldo primario, ossia il risultato di bilancio al netto della spesa per interessi, torna positivo allo 0,7% del Pil dopo lo 0,5% del 2024 e nelle proiezioni programmatiche dovrebbe salire all’1,2% nel 2026, all’1,8% nel 2027 e al 2,2% nel 2028. Parallelamente, la spesa per interessi è prevista in aumento da 91,7 miliardi a 98,4 miliardi nel 2027 fino a 104,5 miliardi nel 2028.
Le stime ufficiali indicavano un debito al 137,4% nel 2026, con una riduzione al 137% nel 2027 e al 136% nel 2028, grazie al venir meno dell’impatto dei crediti d’imposta edilizi e al ridimensionamento dell’aggiustamento stock-flussi. Tuttavia, con una crescita limitata e il progressivo esaurimento della spinta del PNRR, il percorso di rientro appare più complesso.
I mercati hanno finora premiato la stabilità politica, elemento non scontato in un Paese che dal 1946 ha visto avvicendarsi 68 governi. Le agenzie di rating hanno mantenuto valutazioni stabili e lo spread si colloca intorno a 64 punti base. Resta però evidente che la vera sfida strutturale è l’espansione dell’economia: senza un’accelerazione del Pil, la sostenibilità del debito e l’equilibrio della finanza pubblica rimangono esposti a ogni shock esterno.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









