Sintesi
La sequenza giudiziaria sulla strage di via D’Amelio comincia dal 19 luglio 1992, quando l’autobomba uccise Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il primo processo, aperto il 4 ottobre 1994 davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta, fu indicato come “Borsellino 1” e si basò anche sulle dichiarazioni di Scarantino, che anni dopo sarebbero state riconosciute come false poiché sarebbero state imposte. Il 30 maggio 2026 la Corte d’appello di Perugia ha accolto la revisione chiesta dalla difesa di Scarantino e ha revocato la condanna del 2002: evidentemente non aveva mentito circa le pressioni ricevute da uomini dello Stato. Dal 2008 la collaborazione di Gaspare Spatuzza riaprì il quadro, portando al “Borsellino quater (quarto filone)”, alle revisioni delle condanne ingiuste e all’accertamento giudiziario di un depistaggio tra i più gravi della storia repubblicana. Dopo il processo contro Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, chiuso in appello con la prescrizione, è in corso a Caltanissetta un nuovo procedimento nei confronti di Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli, nel quale l’ultima udienza ha riportato al centro la borsa del Magistrato, mai sequestrata né ispezionata dalla sezione Omicidi, secondo una testimonianza di Salvatore La Barbera, l’allora dirigente della Sezione Omicidi della Squadra Mobile di Palermo.

Articolo
La vicenda giudiziaria della strage di via D’Amelio prende avvio dal 19 luglio 1992, giorno in cui l’autobomba uccise Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Il primo processo, iniziato il 4 ottobre 1994 davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta e noto come “Borsellino 1”, si fondò anche sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, poi riconosciute false perché ritenute frutto di pressioni e condizionamenti. Un passaggio decisivo è arrivato il 30 maggio 2026, quando la Corte d’appello di Perugia ha accolto la revisione richiesta dalla difesa e ha revocato la condanna del 2002, confermando di fatto la rilevanza delle pressioni che Scarantino aveva denunciato da parte di uomini dello Stato.

Nel frattempo, il 21 ottobre 1996, era iniziato il “Borsellino bis (secondo filone)”, che coinvolgeva mandanti ed esecutori indicati anche dal falso impianto accusatorio. La sentenza di primo grado arrivò il 13 febbraio 1999, l’appello il 18 marzo 2002 e la Cassazione il 3 luglio 2003. Proprio questo passaggio mostra una delle ferite più profonde della vicenda: in appello furono rivalutate dichiarazioni (poi smentite) con condanne all’ergastolo di sette persone innocenti che sarebbero state revocate solo dopo la riapertura delle indagini.

Il 28 gennaio 1998 partì anche il “Borsellino ter (terzo filone)”, alimentato da altri collaboratori di giustizia e orientato soprattutto sulla responsabilità dei vertici mafiosi e sulla strategia stragista di Cosa nostra. Dopo la sentenza di primo grado del 9 dicembre 1999, l’appello del 7 febbraio 2002 e il passaggio in Cassazione del gennaio 2003, una parte del procedimento fu rinviata alla Corte d’assise d’appello di Catania, che decise il 21 aprile 2006. La Cassazione confermò quel segmento il 18 settembre 2008.
La svolta arrivò nel 2008 con Spatuzza, che fornì una ricostruzione incompatibile con quella di Scarantino e riportò l’attenzione sul furto della Fiat 126 usata per l’autobomba. Da lì nacque il “Borsellino quater (quarto filone)”, iniziato il 22 marzo 2013 e concluso in primo grado il 20 aprile 2017. La sentenza d’appello del 15 novembre 2019 fu poi confermata dalla Cassazione il 5 ottobre 2021, con ergastoli definitivi per Salvatore Madonia e Vittorio Tutino e condanne per calunnia a Calogero Pulci e Francesco Andriotta.
Il “Borsellino quater” ha anche riscritto il senso dei processi precedenti, perché ha messo in luce la costruzione di una verità processuale deviata. La Corte di Cassazione, richiamando i giudizi di merito, ha parlato di dichiarazioni forzate verso una “verità preconfezionata” e di conoscenze che potevano provenire solo da fonti qualificate o da inquirenti infedeli. Nel 2017 la Corte d’assise d’appello di Catania accolse la revisione e scagionò persone condannate ingiustamente sulla base dei falsi collaboratori.
Il capitolo del depistaggio è poi proseguito con il processo a Bo, Mattei e Ribaudo, ex componenti del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”. In primo grado, il 12 luglio 2022, caduta l’aggravante mafiosa, furono dichiarate prescritte le accuse per Bo e Mattei, mentre Ribaudo fu assolto. In appello, il 4 giugno 2024, la Corte di Caltanissetta dichiarò prescritto il reato anche per Ribaudo, in parziale riforma della decisione precedente. Il procuratore generale Fabio D’Anna commentò che, pur esclusa l’aggravante mafiosa, per la Corte era stata riconosciuta la responsabilità di Ribaudo, ma anche questa posizione era ormai coperta dalla prescrizione.
Nel 2026 è arrivato un altro passaggio rilevante: la Corte d’appello di Perugia ha revocato la condanna a 8 anni per calunnia aggravata inflitta nel 2002 a Scarantino, accogliendo la revisione chiesta dalla difesa. Quella condanna era nata dopo la sua ritrattazione nel processo d’appello “Borsellino 1”, quando aveva negato il proprio ruolo nella strage e denunciato pressioni e condizionamenti subiti dal gruppo investigativo guidato da Arnaldo La Barbera.
L’ultimo procedimento in corso a Caltanissetta riguarda Di Gangi, Maniscaldi, Tedesco e Zerilli, ex appartenenti allo stesso gruppo investigativo. Secondo l’accusa, durante le deposizioni rese nel precedente processo sul depistaggio avrebbero mentito o taciuto circostanze rilevanti; la difesa respinge l’impostazione accusatoria e sostiene che non vi sia stato alcun depistaggio da parte loro, invocando il non luogo a procedere o, in subordine, una diversa qualificazione dei fatti. Le responsabilità, naturalmente, dovranno essere accertate nel giudizio.
In questo nuovo processo è tornata centrale la borsa di Borsellino. Salvatore La Barbera (ex dirigente della Polizia di Stato ed ex capo della Sezione Omicidi della Squadra Mobile di Palermo) ha riferito che l’oggetto sarebbe rimasto nell’ufficio del padre Arnaldo (1942–2002, è stato un importante funzionario di polizia e prefetto italiano, noto soprattutto per aver guidato la Squadra Mobile di Palermo e il gruppo investigativo sulle stragi di mafia dei primi anni ’90, è una figura controversa, ritenuta dai Magistrati la mente del depistaggio sulla strage di via D’Amelio), e che nessuno della sezione ricevette ordine di ispezionarla o inventariarne il contenuto, e che ricorda quella borsa sul suo divano. Nell’udienza è stato inoltre evidenziato che la borsa non fu mai sottoposta a sequestro, pur essendo collegata al nodo dell’agenda rossa, mai ritrovata. Il processo riprenderà il 15 settembre.
Le anomalie non riguardano solo la borsa. Una relazione attribuita ad Arnaldo La Barbera, datata 20 luglio 1992, indicava la consegna della borsa e di “un’agenda in pelle” all’allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra responsabile della conduzione delle indagini, ma secondo quanto ricostruito quella relazione non risultava agli atti della procura di Caltanissetta. Altri testimoni avevano riferito che la valigetta rimase per giorni negli uffici della Squadra mobile e che fu restituita alla famiglia solo mesi dopo, senza l’agenda rossa.
Le relazioni del 2018 e 2021 della Commissione Antimafia dell’ARS sul depistaggio aveva già messo in fila diversi interrogativi rimasti aperti: le anomalie procedurali e documentali nei processi “Borsellino 1” e “Borsellino bis”, il mancato ascolto di Borsellino nei 57 giorni tra Capaci e via D’Amelio, il mancato interrogatorio dell’allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco e il ruolo del SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) nella vicenda del falso pentimento di Scarantino. Più che una generica omertà processualmente attribuita a tutti, emerge una rete di silenzi, omissioni, documenti non trasmessi, ricordi tardivi e passaggi mai chiariti.
Immagine parzialmente realizzata con Ia.
:

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









