Sintesi
La sequenza comincia a Palermo il 21 marzo 2026, con i colpi esplosi contro la sede di Sicily by Car in via San Lorenzo, e prosegue ad aprile con altri episodi armati con kalashnikov nell’area di Sferracavallo, tra autorimesse e attività di ristorazione. A maggio il fenomeno si allarga simbolicamente al catanese, dove un video di una corsa clandestina di cavalli a Palagonia mostra uomini armati di kalashnikov che sparano in aria durante una gara illegale, mentre nello stesso mese l’impresa di autonoleggio palermitana subisce un nuovo attentato incendiario a Villagrazia di Carini. A giugno l’escalation palermitana porta a un terzo raid contro la stessa società e a 8 fermi collegati alla pressione estorsiva nel mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo. Il 29 giugno, poi, Napoli viene attraversata da un pomeriggio di paura a piazzetta Montesanto, dove dopo una lite compaiono prima una pistola e poi un Kalashnikov, sequestrato poi dalla Polizia nascosto sotto un’auto in sosta. In tutti questi casi l’arma da guerra non appare soltanto come mezzo criminale, ma come messaggio pubblico, capace di trasformare l’intimidazione in spettacolo, di moltiplicare la paura attraverso i video e di offrire a gruppi emergenti una scorciatoia brutale verso riconoscimento, potere e controllo del territorio. Dalle intimidazioni mafiose alle “stese” urbane, l’arma da guerra racconta non solo l’audacia criminale, ma anche il ritardo di Governi e Parlamento nel costruire prevenzione, scuola, lavoro, controllo del territorio e presenza pubblico-politica credibile.

Articolo
Il ritorno del Kalashnikov nella cronaca criminale italiana non è un dettaglio folcloristico, né una semplice anomalia investigativa. È il segnale di una violenza che cambia forma, diventa più esibita, più rapida, più filmata e più utile a chi vuole comunicare forza prima ancora che colpire. Tra Palermo, il Catanese e Napoli, nell’arco di pochi mesi, la stessa arma o la sua immagine ricorre in contesti diversi, dal racket (sistema criminale di estorsione organizzata) alle corse clandestine, fino alle “stese”, cioè sparatorie dimostrative usate per affermare presenza e controllo nello spazio pubblico.

Il primo passaggio rilevante è quello di Palermo. Il 21 marzo 2026 alcuni colpi vengono esplosi contro la sede di Sicily by Car, società dell’imprenditore Tommaso Dragotto, in via San Lorenzo. Secondo le ricostruzioni investigative, l’attacco avviene con modalità tali da spingere la Procura ad affidare il fascicolo alla DDA (Direzione distrettuale antimafia), perché l’ipotesi non è quella di un gesto isolato, ma di un’intimidazione collegata al ritorno della pressione mafiosa su imprese e attività economiche. Le immagini di videosorveglianza e i rilievi sui veicoli danneggiati diventano subito una parte essenziale dell’indagine, mentre il contesto territoriale richiama il mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo, una zona nella quale i nuovi equilibri criminali sembrano essersi mossi dopo arresti e vuoti di potere.

Il 10 aprile, nella zona di Sferracavallo, vengono esplosi circa 30 colpi con un Kalashnikov contro il cancello di un’autorimessa e alcune auto, con modalità che ricordano l’attacco di poche settimane prima contro Sicily by Car. Il 25 aprile lo stesso numero impressionante di colpi viene indicato anche per il raid contro il ristorante “Il Brigantino”, sempre nell’area palermitana, dove 2 persone a bordo di una Fiat 500 rubata avrebbero agito in modo rapido e dimostrativo. Le associazioni di categoria leggono la sequenza come un segnale pesante per il mondo produttivo: Confesercenti Sicilia, attraverso il presidente Vittorio Messina, parla di una pressione forte e diffusa sulle attività economiche e sostiene la scelta degli imprenditori di non fermarsi e di non arretrare.
Il 27 maggio l’intimidazione cambia scenario ma non bersaglio. A Villagrazia di Carini un incendio doloso devasta il deposito di auto usate di Sicily by Car lungo la strada statale 113, con oltre 20 vetture coinvolte e 10 mezzi completamente distrutti secondo le ricostruzioni giornalistiche. Il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani esprime solidarietà all’imprenditore e parla di un pericolo che richiama stagioni oscure, mentre il sindaco di Palermo Roberto Lagalla sottolinea che nessuna pressione contro chi produce lavoro può essere accettata. L’11 giugno arriva un terzo episodio, ancora in via San Lorenzo, con un nuovo incendio che danneggia 11 veicoli, 9 auto e 2 furgoni. Dopo questa ulteriore intimidazione, Dragotto viene posto sotto tutela di 4° livello e ribadisce di non volersi piegare, mentre l’inchiesta porta a 8 fermi collegati all’escalation iniziata nel novembre 2025, tra richieste di pizzo (somma estorsiva imposta dalla mafia), bottiglie incendiarie, colpi d’arma da fuoco e azioni dimostrative nel quadrante occidentale della città.
Nel frattempo, a maggio, il Kalashnikov entra anche in una scena diversa ma non meno inquietante: quella delle corse clandestine di cavalli nel Catanese. A Palagonia un video diffuso sui socialmostra una gara illegale lungo strade aperte, con cavalli e calessi scortati da scooter e motociclette, mentre alcuni uomini esplodono colpi in aria. La denuncia viene rilanciata dall’animalista Enrico Rizzi e le verifiche portano all’identificazione di 2 uomini, di 40 e 45 anni, segnalati alla Procura di Caltagirone. La LAV (Lega Anti Vivisezione), attraverso Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio Zoomafia, evidenzia 2 elementi nuovi: la presenza di un AK-47 (Avtomat Kalashnikova, fucile automatico Kalashnikov) e la copertura sistematica delle targhe dei motocicli, segni che rafforzano l’idea di un’organizzazione preparata, capace di trasformare la gara illegale in una prova di forza collettiva.
Il rapporto Zoomafia 2026 conferma che le corse clandestine non sono soltanto maltrattamento animale o scommessa illegale, ma anche una manifestazione di controllo del territorio. Nel 2025 vengono registrate 21 operazioni di polizia giudiziaria, 6 corse clandestine denunciate, 29 persone segnalate e 51 cavalli sequestrati, mentre dal 1998 al 2025 risultano 4.353 persone denunciate, 1.481 cavalli sequestrati e 171 gare bloccate. In questo quadro, l’arma d’assalto non serve solo a proteggere una corsa, ma a comunicare impunità, sfida allo Stato e dominio visibile su una porzione di territorio.
Il 29 giugno la stessa grammatica della violenza esplode in “stese” (raid intimidatorio in cui gruppi di malviventi, spesso a bordo di scooter, sparano colpi di pistola in aria o contro edifici, vera e propria forma di gangsterismo urbano) nel centro storico di Napoli. A piazzetta Montesanto, dopo una lite degenerata in strada, un uomo spara in aria con una pistola e poco dopo un altro soggetto, vestito di nero e con il volto coperto, compare impugnando un Kalashnikov. La Polizia interviene, sequestra l’arma da guerra nascosta sotto un’auto in sosta, arresta un uomo trovato con una pistola calibro 9 e ferma 3 persone. Nelle cronache giudiziarie compaiono i nomi di Giuseppe Triuolo, indicato come l’uomo che avrebbe sparato con la pistola, Emanuele Iaccarino, associato alle immagini con il fucile d’assalto, Arianna Rossetti, accusata di avere nascosto l’arma corta, e Gianluca Calvanese, arrestato dopo il ritrovamento della pistola in camera da letto. Le responsabilità restano da accertare nelle sedi competenti, ma il fatto che gli investigatori contestino rissa, detenzione e porto abusivo di armi, spari in luogo pubblico e aggravante mafiosa mostra la gravità della vicenda.
Il sindaco Gaetano Manfredi, dopo l’episodio, chiede una risposta immediata delle Forze dell’ordine e richiama l’esigenza di non sottovalutare gruppi giovanili sempre più spavaldi. Anche il prefetto Michele di Bari esprime forte preoccupazione e annuncia una reazione ferma dello Stato. In questo punto la vicenda napoletana si salda idealmente con quelle siciliane: il Kalashnikov non è soltanto l’arma di chi vuole colpire, ma il simbolo di chi vuole occupare la scena, farsi vedere, essere ripreso dai telefoni, entrare nei video e costruire attorno alla violenza un’aura di potere.
Sul piano giuridico, il quadro è severo. La legge 110/1975 distingue le armi da guerra e quelle tipo guerra, includendo tra queste gli strumenti con alta capacità offensiva e le armi automatiche o idonee al tiro a raffica. La legge 895/1967 punisce la detenzione illegale, il porto in luogo pubblico, l’introduzione, la vendita e la cessione di armi da guerra o tipo guerra, con pene che possono diventare particolarmente pesanti quando l’arma viene portata o usata in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Quando poi le condotte sono realizzate con modalità mafiose, può entrare in gioco l’articolo 416-bis.1 del codice penale, che aumenta la pena per i reati commessi avvalendosi della forza di intimidazione mafiosa o con finalità di agevolazione mafiosa. La giurisprudenza ha chiarito che l’aggravante del metodo mafioso non richiede sempre l’appartenenza formale a un’associazione mafiosa già accertata, ma pretende che la condotta evochi concretamente un potere intimidatorio riconoscibile come mafioso.
La lettura sociale è altrettanto rilevante. L’ostentazione di armi da guerra da parte di giovani criminali, gruppi di strada o ambienti vicini alla criminalità locale produce un rovesciamento simbolico: chi vive marginalità, esclusione o subalternità prova a trasformare la paura in reputazione, la violenza in brand (marchio), l’illegalità in status symbol (simbolo di prestigio). Save the Children, nel rapporto sulla violenza adolescenziale del 2026, segnala un aumento dell’uso e del porto di armi tra i minori denunciati, con un ruolo crescente delle piattaforme digitali nella costruzione dell’identità aggressiva e nella diffusione dei contenuti violenti. Il riferimento al mondo trap (genere musicale nato nel contesto rap statunitense) non va usato in modo automatico o moralistico, perché una musica non spiega da sola il crimine, ma alcune narrazioni pubbliche, comprese mediatiche e social, possono amplificare l’idea dell’arma come prova di autenticità, ricchezza e dominio. Anche il caso giudiziario del trapper Baby Gang, arrestato in un’inchiesta nata dal sequestro di un fucile d’assalto derivato da AK-47, mostra quanto l’immaginario della scena armata possa talvolta intrecciarsi con armi reali e condotte penalmente rilevanti.
Il punto, dunque, non è soltanto che un Kalashnikov spari più colpi di una pistola. Il punto è che il suo solo apparire cambia il messaggio. A Palermo serve a intimidire imprenditori e attività economiche dentro una possibile riorganizzazione del racket. A Palagonia accompagna una corsa clandestina trasformandola in una parata di dominio criminale. A Napoli entra in una lite di strada e la muta in una scena di terrore urbano. L’arma diventa così una lingua comune della criminalità emergente: dice “possiamo colpire”, ma soprattutto dice “possiamo farci vedere mentre sfidiamo lo Stato”. Ed è proprio questa ricerca di visibilità, più ancora della potenza meccanica del fucile, a rendere il fenomeno una degenerazione nazionale da leggere insieme come problema investigativo, culturale, educativo e politico.
Però, queste sequenze possono essere lette anche come un annoso fallimento di Governi e Parlamento, non perché lo Stato non reagisca con arresti, sequestri e indagini, ma in quanto da troppo tempo la risposta pubblica arriva soprattutto dopo l’esplosione della violenza. Quando un’arma da guerra diventa linguaggio di strada, intimidazione economica e spettacolo sociale, significa che prevenzione, scuola, lavoro, controllo del territorio e politiche giovanili non hanno retto fino in fondo.
inoltre non si può circoscrivere il tema alla sola repressione penale degli ambienti criminali, pur necessaria e spesso efficace quando Polizia, Carabinieri e Magistratura intervengono con rapidità. Il problema più profondo è politico e istituzionale, poiché riguarda anni di interventi discontinui, annunci emergenziali, periferie lasciate a metà, dispersione scolastica non sempre affrontata come priorità nazionale, Immigrazione fatta arrivare e poi abbandonata a se stessa, lavoro povero o assente, servizi sociali fragili, cultura della legalità spesso evocata nei convegni e poco sostenuta nei quartieri e comuni dove la criminalità recluta consenso e anche la politica nella criminalità, corruzione, spartizione, cavalla di ritorno, il tutto intriso di retorica culturale e omertà compiacente. In parole semplici: annosa carenza di coscienza e senso del doveroso dovere nella Politica nazionale, regionale, provinciale e comunale, nonché nella generalità istituzionale.
In tale vuoto, il Kalashnikov non è soltanto un fucile d’assalto, ma diventa il simbolo di una resa progressiva: lo Stato arriva a sequestrare l’arma, ma troppo spesso non è arrivato prima a togliere terreno alla fascinazione del potere criminale. Per questo la sequenza che va da Palermo a Palagonia e poi a Napoli può essere considerata anche il risultato di un lungo fallimento di Governi e Parlamento, incapaci di trasformare sicurezza, istruzione, inclusione e presenza pubblica in una strategia stabile, continua e credibile.
Immagine parzialmente realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.






