Sicilia: il voto apre la resa dei conti e riparte il dibattito tra seguiti e referenti delle elezioni anticipate

Dopo le sconfitte nei ballottaggi, Forza Italia e Fratelli d’Italia mettono sotto pressione Schifani. Nel centrosinistra La Vardera rilancia la corsa alla Regione. L'opinione

Sintesi

La crisi politica siciliana è maturata lungo un percorso iniziato molto prima dei ballottaggi dell’8 giugno 2026. Nel 2022 Renato Schifani era stato eletto presidente della Regione Siciliana alla guida del centrodestra, con una legislatura destinata alla scadenza naturale nel 2027. Nel giugno 2023 sono partite le indagini sul Cefpas (Centro per la formazione permanente e l’aggiornamento del personale del servizio sanitario), poi sfociate nell’inchiesta “Corte dei miracoli” su presunti favori, incarichi e assunzioni, mentre il 18 febbraio 2026 il deputato regionale Michele Mancuso è finito ai domiciliari in un diverso filone per corruzione su fondi pubblici destinati a eventi nel Nisseno. Il 4 marzo 2026 la Giunta regionale ha fissato le amministrative siciliane al 24 e 25 maggio, con eventuale secondo turno il 7 e 8 giugno, e in quella tornata sono emerse divisioni profonde nella coalizione di Governo. Il 4 giugno 2026 la Procura di Caltanissetta ha notificato gli avvisi a comparire nell’inchiesta sul Cefpas, coinvolgendo anche Riccardo Gallo Afflitto, per il quale i Magistrati hanno chiesto misure cautelari che dovranno essere valutate dal Gip. L’8 giugno 2026 i risultati dei ballottaggi hanno segnato il passaggio politico più duro per il centrodestra, con la vittoria di Michele Sodano ad Agrigento e di Giuseppe Gullotta a Bronte, entrambi legati a Controcorrente, mentre a Ispica ha prevalso il civico Pierenzo Muraglie. Dopo il voto, Nino Minardo ha annunciato la rifondazione di Forza Italia in Sicilia partendo da Agrigento, Caltanissetta e Messina, Giorgio Mulè si è detto disponibile per Palazzo d’Orleans, Luca Sbardella ha accusato Schifani di scarso impegno nel tenere unita la coalizione e Salvo Tomarchio ha parlato apertamente di legislatura finita. Altri hanno espressamente indicato il malcontento degli elettori, stanchi di scandali, cattiva politica e vecchie logiche di potere feudale, sostenute unicamente dai rispettivi seguiti inquadrati di elettori. Il presidente della Regione non ha replicato direttamente alle ultime pressioni, ma il 21 maggio aveva già definito il tema delle elezioni anticipate un ballon d’essai (pallone sonda, cioè un’ipotesi lanciata per misurare le reazioni politiche). Sul fronte opposto La Vardera, forte dei risultati di Agrigento e Bronte, ha respinto il pressing del centrosinistra per un passo indietro e ha rilanciato la candidatura alla presidenza, mentre il Partito Democratico guarda alle primarie e il Movimento 5 Stelle valuta il peso di Giuseppe Antoci. Sul piano normativo, il voto anticipato non dipende da una semplice crisi politica, ma richiede passaggi precisi previsti dallo Statuto speciale, dalla legge elettorale regionale e dalle norme sull’autoscioglimento dell’Ars. Insomma, in questo già assolato giugno 2026, la possibile fine anticipata della legislatura somiglia al solito teatrino della politica regionale, con i pupi in scena e i pupari dietro le quinte. Ma la domanda resta semplice: quanti deputati dell’Ars sarebbero davvero disposti a rinunciare prima del tempo a indennità, diaria e rimborsi, rischiando anche di compromettere il traguardo previdenziale che, grazie al calcolo delle frazioni di anno, può maturare con 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di mandato utile. O forse tra i certi si è già fatto il calcolo.

Articolo

La resa dei conti nel centrodestra siciliano non nasce soltanto dalla sconfitta ai ballottaggi dell’8 giugno 2026. Il voto ha accelerato una frattura già aperta da mesi, alimentata dalle inchieste giudiziarie, dalle liti sulle candidature comunali e dalla difficoltà della Maggioranza regionale di presentarsi come blocco compatto attorno a Renato Schifani. Il presidente della Regione Siciliana, eletto nel 2022, finora ha scelto una linea di prudenza, mostrando di voler restare concentrato sull’azione amministrativa, ma dentro i partiti che lo sostengono il tabù delle elezioni anticipate e quello di una candidatura alternativa non sono più argomenti riservati alle indiscrezioni.

Il primo elemento della crisi è giudiziario e politico insieme. Nel giugno 2023 sono state avviate le indagini sul Cefpas, ente regionale con sede a Caltanissetta che si occupa di formazione e aggiornamento del personale sanitario. Secondo la ricostruzione della Procura nissena, nEll’ente si sarebbe creato un sistema di presunti favoritismi, incarichi, consulenze e assunzioni legate a interessi politici. L’inchiesta, denominata “Corte dei miracoli”, ha portato il 4 giugno 2026 alla notifica di avvisi a comparire per 8 persone, tra cui il deputato regionale Riccardo Gallo Afflitto, esponente di Forza Italia. Gli addebiti sono ancora provvisori e sarà il Gip a decidere sulle richieste di misure cautelari avanzate dai Pm (Pubblici ministeri).

A questo filone si è aggiunto il caso di Michele Mancuso, altro deputato regionale forzista, finito agli arresti domiciliari il 18 febbraio 2026 in una diversa indagine per corruzione legata a fondi pubblici destinati a spettacoli in provincia di Caltanissetta. Anche in questo caso vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, ma l’effetto politico è stato pesante. Forza Italia ha dovuto affrontare il logoramento della propria immagine in 2 aree decisive dell’Isola, Agrigento e Caltanissetta, proprio alla vigilia di una tornata amministrativa che avrebbe dovuto confermare la tenuta del centrodestra.

Il 4 marzo 2026 la Regione aveva fissato il calendario delle amministrative: primo turno il 24 e 25 maggio, ballottaggi il 7 e 8 giugno. La scelta delle candidature ha subito mostrato le crepe della coalizione. Ad Agrigento il centrodestra si è presentato diviso, con più aree incapaci di convergere su un solo nome. Michele Sodano, candidato di Controcorrente e sostenuto dal campo progressista, ha sfiorato la vittoria già al primo turno, mentre Dino Alonge, sostenuto da Forza Italia, Fratelli d’Italia, Udc (Unione di Centro) e autonomisti, è arrivato al secondo turno in un clima di lacerazione interna. L’8 giugno il verdetto è stato netto. Ad Agrigento Sodano ha vinto con il 72,3%, travolgendo Alonge, fermo al 27,7%. A Bronte, comune considerato storicamente vicino a una parte del centrodestra catanese, Giuseppe Gullotta ha superato Giuseppe Castiglione con il 63,7%. A Ispica, invece, il civico Pierenzo Muraglie ha battuto Serafino Arena, sostenuto da Controcorrente, M5S (Movimento 5 Stelle) e Avs (Alleanza Verdi e Sinistra), con il 56,7%. Il bilancio politico, però, è rimasto soprattutto quello di una doppia sconfitta simbolica per la Maggioranza regionale, perché Agrigento e Bronte sono diventate il segnale di una coalizione logorata più dalle divisioni interne che dalla sola forza degli avversari.

Il giorno dopo il voto, Nino Minardo ha scelto parole nette. Il commissario regionale di Forza Italia ha riconosciuto il malessere degli elettori, parlando di stanchezza verso scandali, cattiva politica e atteggiamenti da “signorotti medievali”. Ha ammesso che le spaccature hanno pesato sulla sconfitta e ha annunciato una fase di ricostruzione del partito a partire da Agrigento, Caltanissetta e Messina. Nella stessa cornice, Gallo Afflitto ha comunicato l’autosospensione dagli incarichi ricoperti nel partito ad Agrigento, come aveva già fatto Mancuso a Caltanissetta.

La novità più forte, però, è arrivata dalle parole di Giorgio Mulè. Il vicepresidente della Camera, esponente azzurro, si è detto totalmente a disposizione del partito e del centrodestra per guidare un’azione di risanamento etico e rilancio politico a Palazzo d’Orleans. Fino a pochi giorni prima, il 30 maggio, lo stesso Mulè aveva escluso il voto anticipato e aveva invitato alla stabilità, ma dopo i ballottaggi il suo nome è entrato direttamente nel dibattito sulla futura guida della Regione. Accanto a lui, nelle ricostruzioni politiche, resta anche il nome dell’eurodeputato Marco Falcone, altro possibile profilo interno all’area forzista.

Fratelli d’Italia ha a sua volta rotto il silenzio. Luca Sbardella, commissario regionale del partito, ha imputato a Schifani un atteggiamento troppo distaccato nella fase delle candidature amministrative, sostenendo che la sconfitta da divisione era stata prevista da mesi e che sarebbe servito un maggiore impegno del presidente per ricomporre il quadro. È un passaggio politico rilevante, perché non arriva dall’opposizione ma da uno dei principali alleati di governo.

A quel punto l’ipotesi del voto anticipato è uscita dal terreno delle allusioni. Salvo Tomarchio, deputato regionale vicino a Schifani, ha detto che la legislatura è finita e che sarebbe opportuno concordare poche cose importanti prima di restituire la parola agli elettori. Una posizione che si somma ai giudizi già duri di Raffaele Lombardo, leader del Mpa (Movimento per le Autonomie), secondo cui la Maggioranza si sarebbe disintegrata, e di Saverio Romano, coordinatore di Noi Moderati, che ha parlato di un centrodestra da ricostruire dalle fondamenta.

Schifani, al momento, non ha replicato punto per punto all’offensiva politica nata dopo i ballottaggi. Il 21 maggio, però, aveva già liquidato il tema delle elezioni anticipate come un ballon d’essai, espressione francese che significa pallone sonda, cioè un’ipotesi fatta circolare per testare reazioni e convenienze. In quella occasione aveva ricordato anche la mozione di sfiducia conclusa a dicembre con 41 voti contrari e 26 favorevoli, presentandola come prova della tenuta parlamentare del governo. La differenza è che allora il dibattito veniva soprattutto da tensioni sotterranee, mentre dopo Agrigento e Bronte la pressione arriva apertamente dai partiti della maggioranza.

Nel centrosinistra, intanto, la vittoria di Sodano e Gullotta ha spinto Ismaele La Vardera a rilanciare la propria candidatura alla presidenza della Regione. Il fondatore di Controcorrente ha sostenuto che Agrigento e Bronte dimostrano la possibilità di battere Schifani e il centrodestra, respingendo l’idea di un passo indietro immediato. In una recente intervista ha detto di essere candidato e di restare candidato, rivendicando il fatto che il suo movimento non è soltanto una forza di like (apprezzamenti digitali) e sondaggi, ma una realtà capace di vincere nei territori.

La Vardera propone un modello basato su un candidato credibile, un linguaggio semplice e una coalizione coesa. Non chiude formalmente a Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord, ma osserva che sarebbe quest’ultimo a non voler correre in una squadra guidata da lui. Sul metodo per scegliere l’aspirante governatore del campo largo, non si limita alle primarie tradizionali e suggerisce una consultazione nei territori, con i segretari regionali dei partiti in giro per la Sicilia per ascoltare direttamente gli elettori.

Il Partito Democratico, dal canto suo, continua a guardare alle primarie come strumento per evitare fughe in avanti e dare legittimazione a una candidatura comune. Il Movimento 5 Stelle mantiene invece aperto il tema di un proprio profilo, con il nome dell’eurodeputato Giuseppe Antoci spesso richiamato nel dibattito. La partita, però, non è solo interna al centrosinistra. I sondaggi più recenti indicano che senza il peso di Cateno De Luca nessun fronte alternativo avrebbe una strada semplice verso la vittoria, mentre Controcorrente appare in crescita e capace di insidiare gli equilibri tradizionali tra Pd e M5S.

Sul piano istituzionale, il voto anticipato non può essere deciso soltanto da una dichiarazione politica. La legge regionale n. 7 del 3 giugno 2005 stabilisce che il presidente della Regione sia eletto a suffragio universale, diretto, libero e segreto, contestualmente all’Ars. La legge regionale n. 26 del 28 ottobre 2020 disciplina anche l’autoscioglimento dell’Assemblea: le dimissioni contemporanee della Maggioranza assoluta dei deputati regionali determinano la fine anticipata della legislatura e il presidente deve indire le elezioni entro i termini previsti. Lo Statuto speciale prevede inoltre nuove elezioni anche in caso di dimissioni, rimozione, impedimento permanente o morte del presidente.

La giurisprudenza richiamata in materia elettorale siciliana ha chiarito che, quando la legislatura si conclude in anticipo, cambiano anche alcuni termini legati alle cause di ineleggibilità. In particolare, nel precedente relativo alle elezioni del 25 settembre 2022, anticipate dopo le dimissioni di Nello Musumeci del 4 agosto, è stato ribadito che la conclusione anticipata comporta l’applicazione di regole specifiche sui tempi per rimuovere eventuali incompatibilità o ineleggibilità. È un dettaglio tecnico, ma conferma che un ritorno anticipato alle urne apre una procedura complessa, non riducibile a un semplice accordo politico.

Il quadro, quindi, resta sospeso tra crisi e calcolo. Il centrodestra deve decidere se ricucire attorno a Schifani, cambiare passo o preparare una successione prima della scadenza naturale. Forza Italia prova a rifondarsi dopo le inchieste e le sconfitte locali. Fratelli d’Italia chiede più guida e meno immobilismo. Gli alleati minori parlano di ricostruzione. Il campo progressista, invece, vede nelle vittorie amministrative un’occasione storica, ma deve ancora scegliere chi guiderà la sfida e con quale perimetro politico. Agrigento e Bronte non hanno soltanto eletto 2 sindaci: hanno aperto la partita per Palazzo d’Orleans.

L’opinione

In questo primo scorcio di caldo giugno 2026, l’ipotesi di una conclusione anticipata della legislatura regionale siciliana appare più come una rappresentazione del consueto teatro politico isolano che come una scelta davvero imminente. Sul palco si muovono i pupi, cioè i seguaci e gli schieramenti che recitano la parte del confronto pubblico, mentre dietro le quinte agiscono i pupari, cioè i parlamentari regionali che conoscono bene costi, convenienze e conseguenze di ogni mossa. Perché al di là delle dichiarazioni roboanti, resta un interrogativo concreto: quanti sarebbero pronti a lasciare in anticipo un trattamento economico composto da indennità, diaria e possibili rimborsi, oltre al rischio di non completare il percorso necessario alla futura pensione? Il punto più delicato è proprio questo: il regolamento previdenziale dell’Ars prevede 5 anni effettivi di mandato, ma considera come anno intero anche una frazione non inferiore a 6 mesi e 1 giorno. In parole semplici, per maturare il diritto alla pensione da deputato regionale servono 5 anni di mandato, ma l’Ars arrotonda l’ultimo periodo: se un deputato resta in carica almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno, quel mezzo anno abbondante viene contato come anno intero. Per questo un eventuale voto anticipato prima di quella soglia potrebbe far perdere a molti parlamentari un beneficio economico importante. O forse i calcoli sono già stati fatti tra i certi di rielezione.