Sintesi
Il 9 giugno 2026, giorno fissato dalla Regione Siciliana per la conclusione delle lezioni nell’anno scolastico 2025/2026. A Catania la tradizionale festa di fine scuola è degenerata in più punti della città. Quella che in passato era soprattutto una giornata di gavettoni, saluti e ritrovi nei piazzali si è trasformata in una moda amplificata dai social, con secchi di vernice, tempera, farina, uova e spumante stappato come sul podio della Formula 1. Davanti ad alcuni istituti, tra cui i licei Boggio Lera, Principe Umberto, Cutelli-Salanitro e Galilei, si sono formati assembramenti, rallentamenti e proteste di residenti e commercianti, rendendo necessario l’intervento delle forze dell’ordine per regolare il traffico ed evitare ulteriori tensioni. La situazione più grave si è registrata in largo Rosolino Pilo, all’uscita del Cutelli, dove alcuni studenti hanno lanciato uova contro agenti della Polizia Locale e macchiato di vernice alcune auto di servizio, mentre davanti al Galilei è stata presa di mira anche una Volante della Polizia di Stato ferma a bordo strada per un pneumatico forato. L’Amministrazione comunale, con il sindaco Enrico Trantino e l’assessore Carmelo Coppolino, ha espresso solidarietà agli agenti e ha condannato insulti, vandalismi e danneggiamenti, sottolineando la gravità del fatto anche perché commesso da ragazzi vicini alla conclusione del loro percorso scolastico. Sul piano giuridico, episodi di questo tipo possono richiamare, secondo le condotte accertate, le ipotesi di imbrattamento, danneggiamento, oltraggio, resistenza o violenza a pubblico ufficiale previste dal codice penale, mentre le recenti norme sul voto in condotta e sull’autorevolezza della scuola confermano che il comportamento non è più considerato un dettaglio marginale della formazione. Sul piano educativo, però, il caso va oltre la cronaca: mostra il fallimento di un annoso modello italiano e specialmente siciliano, senza distinzione di estrazione, titolo e genere, che organizza convegni su legalità, etica e rispetto, ma spesso consegna ai giovani esempi di adulti e blasonati poco credibili, politica e istituzioni incoerenti e messaggi percepiti come ipocriti: gli adolescenti e i giovani non necessitano solo di facili o forbite prediche, bensì di testimonianze reali: coscienza, comportamenti e senso del doveroso dovere, poiché quando parole e comportamenti non coincidono, le nuove generazioni finiscono per annuire in pubblico e non credere più a nulla in privato.

Articolo
A Catania l’ultimo giorno di scuola non è stato soltanto il congedo rumoroso da un anno di lezioni. Il 9 giugno 2026, data di chiusura del calendario scolastico regionale, davanti ad alcuni istituti superiori la tradizione dei gavettoni e dei saluti tra compagni ha cambiato forma, trasformandosi in una scena più invasiva, più esibita e più difficile da liquidare come semplice goliardia o bravate. Il ritornello ideale di una giornata da colorare è diventato concreto: non più soltanto acqua, abbracci, fotografie e qualche coro, ma secchi di vernice, tempera, farina, uova e bottiglie di spumante agitate e stappate come su un podio di Formula 1, la massima categoria automobilistica. Il tutto ripreso con i cellulari, rilanciato sui social, cioè le reti sociali, e trasformato in una gara implicita a chi lascia il segno più visibile.

La dinamica è ormai nota. Basta un video condiviso, una storia pubblicata, una diretta seguita da decine o centinaia di coetanei, e una cosiddetta bravata locale diventa modello da imitare. Il tam tam digitale ha così alimentato una nuova moda tra maturandi e studenti delle superiori: non basta più festeggiare la fine delle lezioni, bisogna mostrarsi, sporcare, occupare lo spazio, produrre immagini e consegnarle alla platea online. In più zone della città la situazione ha creato disagi fin dalle prime ore del mattino. Nei pressi dei licei Boggio Lera, Principe Umberto, Cutelli-Salanitro e Galilei si sono formati assembramenti, scooter in doppia fila, zaini abbandonati a terra, ragazzi con divise e felpe imbrattate, cori e rallentamenti al traffico. Residenti e commercianti hanno protestato per la confusione, mentre le pattuglie della Polizia Locale sono state impegnate a presidiare gli incroci più critici e a contenere una festa ormai uscita dai limiti della normale conclusione dell’anno scolastico.

Il punto più delicato si è registrato in largo Rosolino Pilo, davanti al Cutelli. Qui alcuni studenti più facinorosi avrebbero lanciato uova contro agenti della Municipale e macchiato di vernice alcune auto delle Forze dell’ordine. Davanti al Galilei, invece, il bersaglio sarebbe stata una Volante della Polizia di Stato ferma sul ciglio della strada a causa di un pneumatico forato. A quel punto la festa non era più una manifestazione rumorosa, ma una condotta capace di colpire persone in divisa, mezzi pubblici e beni di terzi. Una studentessa, 19 anni, ha provato a spiegare il clima di quella mattina dicendo che era solo un modo per salutarsi e che nessuno voleva fare danni, perché quel giorno era atteso da 5 anni. La frase racconta una parte della verità emotiva: per molti ragazzi la fine della scuola superiore è un passaggio forte, un rito di uscita, un momento in cui si mescolano liberazione, malinconia, paura del futuro e desiderio di appartenere a un gruppo. Ma questa spiegazione non basta a giustificare il lancio di uova, farina e vernice persino contro agenti di polizia e mezzi di servizio.
L’Amministrazione comunale ha espresso ferma condanna per quanto accaduto. Il sindaco Enrico Trantino e l’assessore alla Polizia Locale Carmelo Coppolino hanno manifestato solidarietà agli agenti della Polizia Locale e della Polizia di Stato, parlando di insulti e condotte vergognose. Nella nota è stato sottolineato che i materiali lanciati hanno colpito il personale in divisa, danneggiato autopattuglie e interessato anche auto in sosta. Il passaggio più amaro riguarda proprio l’età dei protagonisti, alcuni dei quali vicini non solo alla fine dell’anno scolastico, ma alla conclusione dell’intero percorso di studi.
Sul piano giuridico, sarà compito delle Autorità valutare le singole condotte e le eventuali responsabilità personali e implicitamente dei genitori se si tratta di minorenni. In casi simili, a seconda degli accertamenti, possono venire in rilievo ipotesi come l’imbrattamento, il danneggiamento, l’oltraggio, la resistenza o la violenza a pubblico ufficiale. Non ogni bravata diventa automaticamente reato grave, ma quando vengono colpiti agenti, mezzi di servizio e beni pubblici o privati, la linea tra festa e illecito può essere superata. La valutazione dovrà comunque distinguere ruoli, intenzioni, danni e comportamenti individuali.
Anche sul piano scolastico il comportamento non è più un elemento secondario. Le recenti norme sulla valutazione della condotta hanno rafforzato il peso del rispetto delle regole, dell’autorevolezza del personale scolastico e della responsabilità degli studenti. Il voto in condotta, soprattutto nelle scuole secondarie, non è pensato solo come punizione, ma come indicatore del rapporto tra lo studente e la comunità educativa. Tuttavia, nessuna legge può funzionare davvero se rimane separata da una cultura quotidiana della coerenza.
La cronaca, però, non esaurisce il problema. Sarebbe troppo facile fermarsi all’indignazione del giorno dopo, alle foto delle macchie, alle auto sporche e ai video rilanciati in rete. Il punto più profondo è capire che cosa racconti davvero una festa di fine scuola trasformata in assalto simbolico allo spazio pubblico. Perché questi ragazzi non sono nati nel vuoto. Sono il prodotto di famiglie, scuole, istituzioni, modelli mediatici e figure adulte che da anni parlano di legalità, rispetto, etica e senso civico, ma spesso lo fanno in modo rituale, ripetitivo, distante e poco credibile. Un giorno saranno gli adulti di domani, i politici, gli istituzionali, i professinisti, ecc.
L’opinione
Gli adulti organizzano in tutta la nazione e soprattutto in Sicilia, senza distinzione di estrazione, titolo e genere, convegni, dibattiti, giornate sulla legalità, campagne educative e cerimonie solenni, ma anche spettacoli ed eventi (di solito tutti foraggiati da contrbuti pubblici o indennità varie e qualche volta, come hanno dimostrato delle inchieste, con la ‘cavalla di ritorno’). Parlano ai giovani come se fossero destinatari passivi di lezioni morali, dimenticando di essere stati a loro volta ragazzi criticati dagli adulti del proprio tempo, spesso definiti ribelli, superficiali, immaturi o irrispettosi. Poi però, finito il discorso ufficiale o i messaggi, gli stessi adulti cercano il selfie, l’applauso, la visibilità, il riconoscimento pubblico e l’autoreferenza da esibire sui social. Il risultato è devastante sul piano educativo.
Quando chi predica rispetto, ma pratica arroganza, quando chi invoca sobrietà, poi vive nella smodatezza continua, quando chi parla di regole mostra scorciatoie, privilegi e incoerenze, il messaggio ai giovani arriva deformato. Non dice “rispettate i valori”, ma “ripetete le parole giuste quando serve e fate altro quando conviene”. È questa la frattura più pericolosa: non l’errore di un ragazzo o di un gruppo, ma l’ipocrisia di un decennale sistema che pretende etica, deontologia, regole, disciplina ma senza offrire testimonianze, anzi spesso e di tutta evidenza il contrario.
La scuola, da sola, non può reggere questo peso. Può educare, correggere, sanzionare e accompagnare, ma non può riparare ogni incoerenza che arriva dal mondo adulto. Se la politica parla di bene comune ma spesso appare dominata da interessi personali e di cerchie, se le istituzioni chiedono rispetto ma vengono percepite come distanti e corporative, se il mondo professionale predica merito ma premia appartenenze, se lo spettacolo lancia slogan civili mentre trasforma tutto in immagine, i giovani imparano prima la contraddizione che la coerenza.
Un adulto non deve essere perfetto e non potrebbe esserlo, salvo delirare di essere inviati dallo “spazio”, in quanto nessuno lo è, poiché siamo tutti primati- umani in evoluzione ci dice la scienza moderna. Ma si deve cercare almeno di mostrare una corrispondenza riconoscibile tra ciò che si dice e ciò che si fa. In questa luce, gli studenti che annuiscono durante cerimonie e convegni potrebbero non essere affatto convinti.
Spesso sanno già come comportarsi: ascoltano, stanno seduti, applaudono, magari fanno una foto con il relatore, poi tornano al proprio mondo senza credere a una parola. Non perché siano necessariamente cinici o privi di sensibilità, ma perché percepiscono la distanza tra la morale raccontata e la realtà praticata. L’episodio di Catania va letto anche così. Vernice, uova e farina non sono soltanto materiali lanciati in una mattina confusa. Sono il segno di una perdita di misura, di un confine che non viene più percepito, di una festa che smette di essere rito condiviso e diventa prova di visibilità. Il ragazzo non si limita a salutare la scuola, ma deve lasciare una traccia, sporcare, farsi riprendere, dimostrare di esserci. Il gruppo amplifica, il telefono registra, la rete premia e l’adulto arriva dopo, spesso solo per condannare.
Il rischio è che anche la risposta istituzionale diventi l’ennesimo rito. Prima la condanna, poi il comunicato, poi qualche richiamo alla legalità, poi un nuovo convegno davanti agli stessi ragazzi che ascolteranno in silenzio senza crederci. Se tutto si ferma qui, il sistema non educa: archivia. E archiviando conferma ai giovani che ogni scandalo dura poche ore, ogni indignazione serve a riempire una pagina e ogni valore può essere pronunciato senza essere vissuto.
La domanda vera, allora, non riguarda soltanto chi ha lanciato uova o vernice. Riguarda gli adulti che cosa hanno trasmesso, le istituzioni che cosa hanno rappresentato, la scuola quanto è stata lasciata sola, le famiglie quanto hanno saputo porre limiti e la società quanto ha trasformato ogni gesto in spettacolo. Perché quando una festa di fine scuola diventa un attacco a chi garantisce ordine pubblico, non siamo davanti solo a un eccesso di allegria, ma a un deficit di responsabilità.
Catania offre così l’ennesima fotografia di un problema nazionale. I giovani vengono spesso accusati di non credere più in nulla, ma raramente ci si chiede perché dovrebbero credere a parole pronunciate da adulti che, in molti casi, non le rispettano. Si pretende da loro educazione, ma si mostra spesso competizione. Si chiede rispetto, ma si pratica disprezzo. Si invoca legalità, ma si tollerano furbizie. Si parla di comunità, ma si premia l’ego.
Per questo l’ultimo giorno di scuola, con i suoi colori addosso e sui muri, diventa una metafora amara. Il colore avrebbe potuto raccontare gioia, passaggio, amicizia e chiusura di un ciclo. Invece, in alcuni punti della città, ha raccontato confusione, assenza di misura e sfiducia nei confini. Non basta ripulire le auto e le strade. Bisogna chiedersi chi ripulisce il linguaggio pubblico dall’ipocrisia, chi restituisce credibilità alla parola educazione e chi ha ancora l’onestà inte4lletuale di dire ai ragazzi non “fate come vi diciamo”, ma “guardate se siamo capaci di vivere ciò che diciamo”.
La vera emergenza educativa non è il colore lanciato in una mattina di giugno. È la distanza tra sermoni e comportamenti, tra adulti che predicano e adulti che testimoniano, tra istituzioni che chiedono rispetto e istituzioni che devono meritarselo ogni giorno. Se questa distanza non si riduce, i giovani continueranno a partecipare, annuire e sorridere nelle occasioni ufficiali, ma dentro di loro resterà la convinzione più pericolosa: che i valori siano soltanto parole da usare in pubblico e da dimenticare appena si esce dalla sala. E questi giovani saranno un giorno gli adulti di domani, specialmente in politica, istituzioni, professini e tanto altro. Il sistematico immarcito sistema si perpetua.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








