Nel 2019 la vittima, un 29enne di Napoli, aveva perso una gamba in seguito a un grave incidente stradale. Alla fine di maggio 2026, nel quartiere Arenaccia, sarebbe stata attirato in una trappola da un giovane che conosceva da tempo, poi arrivato in scooter con un complice. Secondo la ricostruzione investigativa, il motivo della recente aggressione sarebbe stato un like lasciato su un profilo social riconducibile alla fidanzata del giovane fermato, indicato come parente di un presunto esponente della criminalità organizzata locale. Durante l’incontro, l’aggressore avrebbe estratto una pistola e sparato all’unica gamba rimasta alla vittima, poi le avrebbe sottratto un orologio di valore, indicato da più ricostruzioni come un Rolex, minacciandola prima della fuga. In ospedale il 29enne avrebbe inizialmente parlato solo di una rapina, per paura di ritorsioni, ma in seguito, anche grazie all’intervento dell’avvocato Francesco Petruzzi, avrebbe riferito agli investigatori una versione più completa dei fatti. L’orologio sarebbe stato poi restituito dopo una trattativa avvenuta tramite messaggi tra la moglie della vittima e la madre del giovane fermato. L’8 giugno 2026 il presunto aggressore si sarebbe presentato alla Polizia di Stato con il proprio legale, ammettendo di avere sparato, ed è stato sottoposto a fermo e trasferito in carcere con accuse di porto e detenzione illegale di arma da fuoco, lesioni gravi e rapina. La vittima è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico e non è ancora certo se potrà recuperare l’uso dell’arto colpito. Le indagini proseguono per chiarire il movente, rintracciare il complice e verificare ogni responsabilità, mentre il caso riapre il tema della violenza generata da pretesti futili e dell’intimidazione nei contesti segnati dalla criminalità.

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Il fatto affonda le sue radici nel 2019, quando la vittima, oggi 29enne, perse una gamba a causa di un grave incidente stradale. Da allora si muoveva con una sola gamba, la stessa che alla fine di maggio 2026 è stata colpita da un proiettile nel quartiere Arenaccia di Napoli, in un agguato che, secondo gli investigatori, non sarebbe nato da una semplice rapina, ma da un movente molto più banale e inquietante. Al centro della ricostruzione c’è un like messo su un profilo social legato alla fidanzata del giovane poi fermato. Una interazione virtuale che, secondo quanto emerso dagli accertamenti, sarebbe stata interpretata come uno sgarbo personale da un ragazzo indicato come parente di un presunto appartenente alla criminalità organizzata locale. I due si conoscevano da tempo e questo rapporto avrebbe reso più semplice attirare la vittima in strada con un pretesto.

Quando il 29enne sarebbe arrivato all’appuntamento, il giovane si sarebbe presentato a bordo di uno scooter insieme a un complice. A quel punto avrebbe estratto una pistola e sparato contro l’unica gamba rimasta alla vittima, ferendola in modo grave. Subito dopo, secondo la ricostruzione riferita dagli inquirenti, le avrebbe sottratto un orologio di valore, indicato da più fonti come un Rolex, e prima di fuggire avrebbe pronunciato la minaccia: “Ringrazia perché non ti ho ucciso”.

Arrivato in ospedale, il 29enne avrebbe inizialmente taciuto il vero contesto dell’aggressione per timore di nuove vendette. In una prima versione avrebbe parlato solo del furto dell’orologio, presentando l’episodio come una rapina. La svolta sarebbe arrivata dopo l’intervento dell’avvocato Francesco Petruzzi, che lo avrebbe convinto a riferire agli agenti una ricostruzione più aderente a quanto poi emerso anche dagli accertamenti investigativi.
Nel frattempo, l’orologio sarebbe tornato nella disponibilità della vittima dopo una trattativa avvenuta attraverso messaggi tra la moglie del 29enne e la madre del giovane fermato. Questo passaggio, insieme alle immagini di videosorveglianza e agli altri elementi raccolti, avrebbe contribuito a rafforzare il quadro ricostruito dalla Squadra Mobile, indirizzando le indagini verso un’aggressione punitiva e non verso una rapina nata casualmente.
L’8 giugno 2026 il presunto autore degli spari si sarebbe presentato al commissariato con il proprio legale e avrebbe ammesso di avere fatto fuoco. Dopo l’audizione, nei suoi confronti è stato disposto il fermo, cioè un provvedimento urgente previsto quando vi sono gravi indizi e un possibile pericolo di fuga. Il giovane è stato trasferito in carcere con accuse di porto e detenzione illegale di arma da fuoco, lesioni gravi e rapina.
Le condizioni della vittima restano delicate. Il 29enne è stato sottoposto a un intervento chirurgico per tentare di salvare la funzionalità dell’arto colpito, ma al momento non è ancora possibile stabilire se potrà tornare a camminare o se sarà costretto alla sedia a rotelle. Anche dopo il fermo, secondo quanto riportato dalle ricostruzioni investigative, la paura non sarebbe finita, perché il complice risulterebbe ancora da identificare o comunque da raggiungere con eventuali provvedimenti.
Le indagini proseguono per confermare il movente, accertare il ruolo del secondo giovane presente sullo scooter e definire l’intera catena delle responsabilità. Dalle fonti disponibili non risulta, allo stato, una contestazione di tentato omicidio, mentre le accuse indicate riguardano armi, lesioni e rapina. Resta fermo il principio della presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva.
La vicenda ha suscitato reazioni pubbliche di forte indignazione. Tra queste, la senatrice Erika Stefani, già ministra per le Disabilità, ha parlato di una notizia sconvolgente e ha richiamato il tema dell’uso delle reti sociali, sottolineando che nessun like, commento o gesto virtuale può diventare motivo di odio, sopraffazione o violenza. Una riflessione che accompagna il caso oltre il fatto di cronaca, perché mostra come un pretesto minimo possa trasformarsi, in determinati contesti, in un atto di dominio e intimidazione.
Sul piano giuridico, il caso richiama l’articolo 583 del codice penale sulle lesioni gravi e gravissime, l’articolo 628 sulla rapina e la normativa sulle armi, oltre all’articolo 384 del codice di procedura penale sul fermo dell’indiziato. Può inoltre venire in rilievo, se sarà contestata e provata, l’aggravante dei motivi futili prevista dall’articolo 61 del codice penale, che la giurisprudenza collega a una reazione del tutto sproporzionata rispetto alla causa scatenante. Proprio per questo sarà decisivo accertare se il like sia stato davvero il movente effettivo dell’aggressione o se abbia funzionato come pretesto dentro dinamiche più ampie di sopraffazione. Il nodo principale, ora, è investigativo e giudiziario: ricostruire ogni passaggio dell’agguato, chiarire il ruolo del complice e tutelare una vittima che, dopo avere già perso una gamba, rischia di perdere anche la possibilità di camminare.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.





