Sicilia. Il rigurgito di “feudi” politico-amministrativi richiamano il contesto combattuto da Falcone e Borsellino

In Sicilia starebbero riemergendo sistemi di potere locale forti e radicati, quasi come antichi “feudi”, nei quali politica, amministrazione, interessi economici e reti di consenso ruotano attorno a gruppi influenti. Il richiamo a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino evoca il periodo in cui si denunciò non solo la mafia armata, ma anche i legami opachi tra potere, affari, clientelismo e istituzioni

Sintesi

La Sicilia del 2026 continua a mostrare profonde fragilità nel sistema pubblico-amministrativo, soprattutto negli Enti locali, appalti, nelle partecipate e nelle società in house, dove incarichi, consulenze, assegnazioni e affidamenti diretti rischiano di trasformarsi in strumenti di influenza politica ed economica più che di servizio collettivo. Il richiamo ai Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino resta attuale non tanto per una mera comparazione con la mafia militare del passato, quanto per la permanenza di metodi relazionali, clientelari, professionali, imprenditoriali e opachi, capaci di insinuarsi nell’economia legale e nelle istituzioni. Relazioni della DIA (Direzione Investigativa Antimafia), rapporti ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), pronunce della Corte dei conti e dossier sugli Enti sciolti per infiltrazioni mafiose confermano che appalti, fondi pubblici, società partecipate e affidamenti locali rappresentano ancora ambiti vulnerabili a corruzione, clientelismo e condizionamenti criminali. Crescono inoltre le polemiche sull’indebolimento dei controlli preventivi, sull’assenza di reali opposizioni nei piccoli Comuni e sull’esenzione per gli amministratori dei centri sotto 15 mila abitanti dall’obbligo di pubblicazione della situazione patrimoniale e reddituale prevista dal Decreto Trasparenza. Nel dibattito pubblico riemerge anche il tema delle cosiddette “borghesie mafiose”, espressione utilizzata da ex magistrati e osservatori per indicare quei sistemi trasversali di relazioni tra politica, professioni, imprenditoria e poteri territoriali che, pur non coincidendo automaticamente con le organizzazioni criminali, rischiano di favorire logiche di assoggettamento, opportunismo, voto di scambio sociale e concentrazione del potere.

Articolo

La Sicilia del 2026 continua a rappresentare, secondo numerosi osservatori istituzionali, magistrati, studiosi e analisti della pubblica amministrazione, un territorio nel quale persistono criticità strutturali legate alla gestione degli Enti pubblici, delle società partecipate, delle fondazioni, degli organismi misti pubblico-privati e delle società in house (termine inglese traducibile come “società interne o controllate direttamente dall’ente pubblico”). Il problema centrale non consiste nella mera esistenza di tali strumenti amministrativi, previsti dalla normativa nazionale ed europea, ma nel rischio che nomine, consulenze, appalti, incarichi fiduciari e affidamenti diretti possano trasformarsi da strumenti di servizio collettivo a meccanismi di consolidamento del potere politico-amministrativo ed economico territoriale, divenendo il territorio un agglomerato di “Feudi” politici incontrollati e incontrollabili.

Il richiamo storico ai feudi appare, secondo diversi osservatori critici della realtà siciliana contemporanea, tutt’altro che peregrino. All’interno del sistema feudale la popolazione e l’amministrazione del territorio erano organizzate secondo una rigida gerarchia composta dal feudatario, dai vassalli, dai valvassori, dai contadini liberi e dai servi della gleba, ciascuno con ruoli precisi legati al controllo economico, sociale e politico del territorio. Il metodo, la struttura relazionale e la cultura del potere mostrerebbero analogie con alcuni meccanismi della politica locale attuale, nella quale il feudatario verrebbe sostituito dal potentato politico dominante di turno, i valvassori e valvassini da cerchie di gregari, professionisti, politici subordinati, faccendieri e opportunisti, senza distinzione di età, provenienza, titolo o genere, mentre i cosiddetti contadini liberi troverebbero corrispondenza in attività economiche e imprenditoriali che sopravvivono grazie alla vicinanza o alla compiacenza del potere dominante e gli antichi servi della gleba in quei cittadini che, per necessità, convenienza, timore o bisogno, finiscono con l’essere condizionati e assoggettati al sistema di consenso territoriale.

Come anche, il paragone storico con l’epoca di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (per citare i più noti tra coloro che diedero la vita per combattere il sistematico sistema politico mafioso e criminale), non viene generalmente interpretato dagli esperti come una sovrapposizione automatica tra politica e criminalità organizzata, ma come il permanere di un metodo relazionale e culturale che consentirebbe alla mentalità mafiosa di penetrare nell’economia legale e nella Pubblica amministrazione attraverso reti di consenso, clientelismo, connivenze, favoritismi e intermediazioni opache. Falcone e Borsellino compresero tra l’altro che Cosa nostra non fosse soltanto violenza armata, ma anche sistema economico, relazionale e finanziario capace di dialogare con professionisti, imprenditori e segmenti delle istituzioni.

Va ricordato seppure molto brevemente quel periodo ancora piuttosto misterioso e in cerca dei mandanti, oppure anche istigatori occulti, dietro le quinte: Il maxiprocesso di Palermo, iniziato il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker dell’Ucciardone, dimostrò per la prima volta l’esistenza di una struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra. La sentenza di primo grado del 16 dicembre 1987 dispose 346 condanne, 19 ergastoli e oltre 2265 anni di carcere complessivi. La conferma definitiva arrivò il 30 gennaio 1992 con la sentenza della Corte di Cassazione guidata dal giudice Antonino Scopelliti, poi assassinato dalla ’Ndrangheta nel 1991 secondo le successive ricostruzioni investigative. Pochi mesi dopo, il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci furono assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 19 luglio 1992, nella strage di via D’Amelio, vennero uccisi Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Da quelle stragi nacque una nuova stagione normativa e investigativa contro le infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione. Con il decreto-legge 164/1991 venne introdotto lo scioglimento degli Enti locali per infiltrazioni mafiose, disciplina successivamente confluita nell’articolo 143 del TUEL (Testo Unico degli Enti Locali). Secondo il dossier aggiornato di Avviso Pubblico (associazione nazionale impegnata contro mafie e corruzione), dal 2 agosto 1991 al 30 settembre 2025 risultano emanati 402 provvedimenti di scioglimento per infiltrazione mafiosa riguardanti 288 Comuni e 6 Aziende Sanitarie Provinciali. Soltanto 24 scioglimenti sarebbero stati successivamente annullati dalla giustizia amministrativa.

Le più recenti relazioni della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) continuano a segnalare l’interesse delle organizzazioni criminali verso appalti pubblici, fondi europei, grandi opere, servizi pubblici locali, rifiuti, energie rinnovabili e circuiti economici formalmente legali. Nella relazione sull’attività svolta nel 2024, pubblicata nel 2025, la DIA sottolinea come le mafie moderne tendano sempre meno all’ostentazione militare e sempre più all’infiltrazione silenziosa dell’economia, mediante prestanome, reti professionali, consulenze e imprese apparentemente regolari.

Uno dei punti maggiormente discussi riguarda il sistema degli appalti pubblici. La relazione annuale ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) presentata il 21 aprile 2026 evidenzia che il mercato dei contratti pubblici italiani ha raggiunto il valore di 309,7 miliardi di euro, con 287.421 procedure complessive e circa 20,8 miliardi collegati al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). L’ANAC e diversi osservatori indipendenti hanno inoltre segnalato ilcrescente ricorso agli affidamenti diretti e alle procedure senza gara che, pur essendo legittimi entro determinati limiti normativi, rischiano di ridurre trasparenza, concorrenza e controlli effettivi se utilizzati come modalità ordinaria di gestione amministrativa.

Le società in house risultano pienamente legittime quando l’Ente pubblico esercita il cosiddetto “controllo analogo”, ossia un controllo equivalente a quello esercitato sui propri uffici interni, e quando la società svolge prevalentemente attività per l’ente controllante. Il nuovo Codice dei contratti pubblici introdotto dal decreto legislativo 36/2023, all’articolo 7, riconosce il principio di auto-organizzazione amministrativa, ma non autorizza gestioni opache o incarichi fiduciari privi di adeguata competenza tecnica e professionale. La giurisprudenza contabile siciliana continua infatti a richiamare il tema della responsabilità amministrativa nelle società partecipate e negli organismi strumentali.

In Sicilia, la Corte dei conti monitora costantemente la Regione, i Comuni, le città metropolitane, i liberi consorzi e gli enti partecipati. La delibera 196/2025/FRG della Corte dei conti Sezione di controllo per la Regione Siciliana ha riguardato l’analisi della relazione annuale del Presidente della Regione sul sistema dei controlli interni relativi agli anni 2022-2023. Nel corso del 2026 la Procura regionale della Corte dei conti ha inoltre richiamato l’attenzione sui danni erariali, sulle irregolarità amministrative e sulle criticità nei sistemi di controllo della spesa pubblica.

Nel dibattito pubblico cresce parallelamente la discussione sul progressivo indebolimento della partecipazione democratica nei piccoli Comuni. Nei centri con meno di 15 mila abitanti, infatti, l’ex articolo 14 del decreto legislativo 33/2013, denominato “Decreto Trasparenza”, modificato dal decreto legislativo 97/2016, prevede l’esenzione per sindaci, assessori e consiglieri comunali dall’obbligo di pubblicazione della situazione patrimoniale e reddituale nella sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti istituzionali. La norma è reale e vigente. Secondo alcuni costituzionalisti e studiosi della trasparenza amministrativa, tale esenzione rischierebbe di ridurre ulteriormente i controlli pubblici soprattutto nei territori più piccoli, dove i rapporti personali e familiari risultano spesso più influenti rispetto ai grandi centri urbani.

Sempre più frequentemente, inoltre, il dibattito culturale richiama il concetto di “borghesie mafiose”, espressione utilizzata negli ultimi anni da ex magistrati e giornalisti per indicare quelle aree grigie composte da professionisti, imprenditori, dirigenti, colletti bianchi e segmenti della politica che, pur non appartenendo formalmente alle organizzazioni mafiose, finirebbero per favorire sistemi di potere fondati su opportunismo, clientele, consenso elettorale, scambio di favori e gestione delle risorse pubbliche. Negli ultimi anni anche il procuratore Nicola Gratteri ha più volte sostenuto pubblicamente la necessità di rafforzare i controlli preventivi sugli Enti locali e di ricostruire meccanismi di verifica amministrativa “la legge Bassanini che «è stata un favore alle mafie». Per suffragare questa tesi il procuratore cita l’abolizione del Co.re.co (il Comitato regionale di controllo), «organismo in grado di tutelare i sindaci dalle pressioni di faccendieri e criminali» (si aggiunge riguardo al Co.Re.Co: con la presenza a rotazione, tra i componenti del Co.Re.Co. anche di un Magistrato e tre ufficiali delle nostre Forze dell’ordine, Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia di Stato, magari di un’altra regione rispetto a quella di controllo). Il Co.Re.Co. fu rimosso progressivamente tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 e specialmente con il decentramento amministrativo, cosiddetta modifica del titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra al Governo nei primi mesi del 2001 e poi cavalcata dal successivo Governo di centrodestra nello stesso anno (forse una delle più notorie e smodata, quanto altrettanto edulcorata e dissimulata, forzosa “manciugghie” e “spartizione” mai immaginata di evidente comune accordo dalla trasversale politica italiana, che per essere foraggiata oltre a continui finanziamenti pubblici, necessitò anche di tasse e imposte a carico dei contribuenti come se non ci fosse un domani)

Secondo Gratteri, il ripristino di forme moderne di controllo preventivo potrebbe consentire ai sindaci e agli amministratori onesti di opporsi con maggiore forza a pressioni, condizionamenti o richieste indebite provenienti da ambienti criminali, economici o politici. Tra le proposte avanzate nel dibattito civile vi è anche l’introduzione dello studio dei “Diritti e Doveri” come materia stabile nella scuola dell’obbligo, insegnata da laureati in giurisprudenza, con l’obiettivo di creare nuove generazioni maggiormente consapevoli della legalità costituzionale, della partecipazione civica e del funzionamento delle istituzioni democratiche.

Il quadro che emerge nel 2026 non consente generalizzazioni assolute nei confronti di tutti gli Enti pubblici siciliani, ma evidenzia una vulnerabilità sistemica che continua a interessare appalti, società partecipate, fondi pubblici, gestione amministrativa e dinamiche politico-elettorali. Relazioni ANAC, dossier della DIA, pronunce della Corte dei conti e atti giudiziari dimostrano che il rischio di degenerazioni clientelari, opacità amministrative e infiltrazioni mafiose permane concreto. Allo stesso tempo, Magistrati, studiosi e osservatori civici continuano a sostenere che la risposta non possa essere soltanto repressiva e penale, ma debba fondarsi su trasparenza, controlli preventivi, educazione civica, rapidità della giustizia, partecipazione democratica reale e responsabilità amministrativa diffusa.