Sanità lombarda. Costi in crescita e confronto con lo Stato. La quota nazionale prevista e quella alla Sicilia

Aumentano le spese per personale sanitario, rimborsi agli ospedali privati accreditati e servizi sanitari. La Regione Lombardia difende i conti e parla di bilanci in equilibrio, ma il confronto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze resta aperto su alcune partite contabili che potrebbero generare squilibri per oltre 1,6 miliardi

Sintesi

La sanità della Lombardia affronta una fase di forte tensione finanziaria determinata dall’aumento dei rimborsi alle strutture private accreditate e dall’incremento dei costi per il personale sanitario. La Giunta regionale riunita a Palazzo Lombardia ha chiarito che i bilanci delle ATS e delle ASST risultano formalmente in pareggio ma emergono criticità strutturali che nel tempo potrebbero produrre uno squilibrio stimato attorno a 1,6 miliardi. Il principale nodo riguarda l’aumento delle tariffe riconosciute agli ospedali privati accreditati che lo Stato non rimborsa integralmente perché il nomenclatore nazionale dei prezzi sanitari non è aggiornato da oltre 10 anni. A questo si aggiungono i maggiori costi per il personale sanitario legati ai rinnovi contrattuali e all’uso dei cosiddetti medici “gettonisti”, professionisti esterni pagati a prestazione. Restano aperte anche alcune questioni contabili tra Regione e Governo centrale relative agli ammortamenti e al fondo di riserva regionale. Nonostante le difficoltà il Fondo sanitario nazionale assegna alla Lombardia circa il 16,8% delle risorse complessive per la sanità italiana, pari a circa 1 miliardo in più rispetto all’anno precedente su un totale nazionale di circa 140 miliardi. Stamani si scriveva di problemi della Sanità in Sicilia e anche recentemente.

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Il sistema sanitario della Lombardia si trova al centro di un confronto politico e contabile legato alla sostenibilità del bilancio regionale della sanità pubblica. Nelle ultime settimane il tema è stato discusso durante una riunione della Giunta regionale convocata nel palazzo istituzionale della Regione, Palazzo Lombardia, dove l’esecutivo ha ribadito che non esiste un vero e proprio disavanzo nei conti sanitari. Le aziende territoriali e ospedaliere hanno infatti chiuso formalmente i propri bilanci in equilibrio. Tuttavia alcune voci di spesa continuano a crescere e potrebbero generare nei prossimi anni un potenziale squilibrio stimato attorno a 1,6 miliardi di euro.

Le strutture che compongono il sistema sanitario regionale comprendono le ATS (Agenzie di Tutela della Salute, organismi pubblici che coordinano la programmazione sanitaria territoriale) e le ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali, enti che gestiscono ospedali, servizi sanitari e assistenza sul territorio). Entrambi questi organismi risultano aver chiuso gli esercizi contabili senza disavanzi formali, ma all’interno dei bilanci emergono tendenze strutturali che destano attenzione sia a livello regionale sia a livello statale.

Uno dei principali punti di attrito riguarda i rimborsi pubblici destinati agli ospedali privati accreditati. La Regione ha scelto negli ultimi anni di aumentare le tariffe di alcune prestazioni sanitarie per rendere economicamente sostenibile l’attività delle strutture private convenzionate con il servizio pubblico. Tuttavia lo Stato non riconosce integralmente questi incrementi perché il nomenclatore nazionale, cioè il listino ufficiale dei prezzi delle prestazioni sanitarie rimborsate dal Servizio sanitario nazionale, non viene aggiornato da oltre 10 anni. La conseguenza è che una parte degli aumenti tariffari resta a carico della Regione e produce un maggiore esborso stimato tra 700 e 800 milioni di euro.

A questa dinamica si aggiunge il tema dei costi del personale sanitario. Negli ultimi anni il sistema sanitario lombardo ha dovuto affrontare una crescente carenza di medici e infermieri, fenomeno che riguarda l’intero Servizio sanitario nazionale. L’incremento delle spese deriva da due fattori principali. Il primo è rappresentato dal rinnovo dei contratti collettivi del personale sanitario. Il secondo riguarda il ricorso ai cosiddetti medici “gettonisti”, cioè professionisti esterni ingaggiati temporaneamente e remunerati con compensi più elevati per coprire i turni nei reparti ospedalieri dove manca personale strutturato. Questa voce di spesa viene stimata in circa 900 milioni di euro.

Secondo l’impostazione contabile regionale tali costi risultano attualmente coperti grazie all’aumento del Fondo sanitario regionale e a una serie di interventi di contenimento della spesa in altri capitoli del bilancio. Tuttavia gli osservatori evidenziano che il problema assume una dimensione strutturale perché riguarda due fattori destinati a crescere nel tempo, cioè il ruolo delle strutture private accreditate e la carenza di personale sanitario nel sistema pubblico.

Parallelamente si registra un confronto tecnico tra la Regione e lo Stato su alcune poste contabili. Una di queste riguarda un fondo di circa 250 milioni di euro che la Regione contabilizza come ammortamenti relativi a investimenti sanitari (cioè una voce legata agli investimenti fatti in passato per ospedali, macchinari ecc.). Il Governo centrale, attraverso la Ragioneria generale dello Stato, considera invece quella stessa voce come una spesa corrente (un costo ordinario dell’anno). La diversa interpretazione contabile potrebbe avere effetti sul risultato finale del bilancio sanitario e sarà oggetto di un confronto istituzionale tra l’Amministrazione regionale e il Mef (Ministero dell’Economia e delle Finanze).

Un ulteriore elemento di discussione riguarda il fondo di riserva regionale, un accantonamento finanziario di circa 300 milioni che la Regione considera una disponibilità flessibile da utilizzare in caso di necessità. Tuttavia l’eventuale utilizzo di queste risorse deve essere autorizzato dal MEF e quindi l’autonomia decisionale regionale risulta limitata. In linea teorica il fondo può essere destinato anche alla sanità ma, secondo i principi di contabilità pubblica, dovrebbe essere utilizzato per interventi straordinari e non per coprire spese strutturali permanenti.

Il dibattito sul futuro della Sanità lombarda non riguarda soltanto aspetti tecnici ma soprattutto scelte politiche strategiche. La Regione dovrà infatti stabilire quale direzione intraprendere nei prossimi anni, decidendo se rafforzare la rete della sanità pubblica, aumentare la collaborazione con il settore privato accreditato oppure investire nella costruzione di nuove strutture ospedaliere e territoriali.

Dal punto di vista delle risorse nazionali la Lombardia resta comunque la regione che riceve la quota più elevata del Fondo sanitario nazionale. Nel 2026 il fondo complessivo destinato alla sanità pubblica italiana raggiunge circa 140 miliardi di euro, con un incremento di circa 6 miliardi rispetto al 2025. Alla Lombardia, i cui abitanti a fine novembre 2025 risultavano 10.065. 945, spetta il 16,8% di questa dotazione finanziaria, percentuale giustificata dalla dimensione demografica della regione e dal numero elevato di pazienti provenienti da altre regioni italiane che scelgono di curarsi negli ospedali lombardi per l’elevato livello di specializzazione.

Sulla base dei documenti di programmazione finanziaria della Regione Siciliana per l’anno 2026, la quota provvisoria del Fondo Sanitario Regionale (FSR) di parte corrente destinata alle Aziende Sanitarie dell’Isola i cui abitanti nel 2025 risultavano  4.779.371, è indicata in oltre 9,98 miliardi di euro (precisamente euro 9.982.185.000,10).

Nonostante questo quadro relativamente favorevole sul piano delle risorse, il sistema sanitario regionale lombardo mostra segnali di trasformazione. I dati indicano infatti un crescente ricorso alle prestazioni intramoenia, cioè le attività libero professionali svolte dai medici all’interno delle strutture pubbliche ma a pagamento diretto del paziente. Nello stesso tempo, mentre il sistema ambulatoriale pubblico continua a mantenere buoni livelli di attività, nel settore dei ricoveri ospedalieri si registra una crescita significativa del cosiddetto privato puro, cioè delle strutture sanitarie che operano completamente al di fuori del sistema pubblico convenzionato.