Sintesi
Il rapporto 2026 della Fondazione GIMBE (un’organizzazione no-profit indipendente, nata nel 1996 che promuove la diffusione delle migliori evidenze scientifiche per migliorare la salute delle persone e sostenere un sistema sanitario pubblico equo e sostenibile) analizza la mobilità sanitaria interregionale in Italia e segnala che nel 2023 la spesa per cure ricevute fuori dalla propria Regione ha raggiunto il livello più elevato mai registrato pari a 5,15 miliardi di euro con un incremento rispetto all’anno precedente. I dati mostrano che la migrazione sanitaria rappresenta uno dei principali indicatori delle disuguaglianze territoriali nel Servizio sanitario nazionale. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto risultano le Regioni con maggiore capacità di attrazione di pazienti mentre Calabria, Campania, Puglia e Sicilia registrano i disavanzi più rilevanti. Una parte consistente delle prestazioni sanitarie erogate a cittadini provenienti da altre Regioni viene svolta da strutture private accreditate. Il fenomeno conferma la persistente distanza tra Nord e Sud nella qualità e nella disponibilità dei servizi sanitari e alimenta il dibattito politico e istituzionale sulla necessità di riequilibrare il sistema sanitario pubblico. Nel frattempo le associazioni di categoria siciliane, tra cui Confcommercio e Confindustria Sicilia (comparto socio-sanitario), hanno lanciato l’allarme sul DDL Concorrenza, in discussione alla Camera, che riforma l’accreditamento e il convenzionamento delle strutture private accreditate al SSN, che introduce criteri premianti che favoriscono le grandi concentrazioni imprenditoriali, penalizzando le micro e piccole imprese e generando iper-concorrenza con rischi per la continuità assistenziale e i presidi territoriali.

Articolo
Il fenomeno della mobilità sanitaria interregionale in Italia continua a crescere e raggiunge livelli mai registrati prima. Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze, organizzazione indipendente che analizza politiche e dati sanitari) nel 2023 la spesa sostenuta dalle Regioni per le cure ricevute dai propri cittadini in territori diversi da quello di residenza ha toccato quota 5,15 miliardi di euro. Il dato segna un incremento del 2,3% rispetto al 2022 quando la cifra complessiva si attestava a 5,04 miliardi.

L’analisi presentata a Roma in occasione del trentesimo anniversario della Fondazione evidenzia come la mobilità sanitaria rappresenti uno degli indicatori più sensibili delle disuguaglianze territoriali nel Servizio sanitario nazionale. Il presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta ha spiegato che la migrazione dei pazienti tra Regioni consente di comprendere dove il sistema sanitario riesce a offrire risposte efficaci e dove invece i cittadini sono costretti a spostarsi per ottenere cure adeguate.

I dati mostrano che il fenomeno non si limita al tradizionale spostamento dal Mezzogiorno verso il Nord del Paese. Esiste infatti anche una mobilità sanitaria tra Regioni settentrionali confinanti caratterizzata da scambi reciproci di pazienti attratti da strutture di alta specializzazione. Tuttavia, mentre nelle aree settentrionali si registra spesso una mobilità di prossimità tra territori limitrofi, nel Sud il fenomeno assume più frequentemente la forma di una vera e propria fuga sanitaria senza un flusso di ritorno equivalente.
Analizzando le entrate derivanti dall’assistenza prestata a cittadini non residenti emerge che circa metà delle risorse complessive si concentra in tre Regioni: Lombardia con il 23,2% degli incassi, Emilia-Romagna con il 17,6% e Veneto con l’11,1%. Sul versante opposto i maggiori esborsi per prestazioni ricevute in altre Regioni riguardano Lazio con il 12,1%, Campania con il 9,4% e Lombardia con il 9,2%. Questi numeri dimostrano che la mobilità passiva non coincide esclusivamente con lo spostamento dei pazienti dal Sud verso il Nord, ma riguarda anche Regioni settentrionali che acquistano prestazioni sanitarie da territori confinanti dotati di servizi particolarmente avanzati.
Osservando il saldo economico tra mobilità attiva e mobilità passiva emerge però con chiarezza il divario territoriale che penalizza il Mezzogiorno. La Lombardia registra un saldo positivo di 645,8 milioni di euro nonostante una parte dei propri cittadini si rivolga a strutture di Regioni vicine. Al contrario diverse Regioni meridionali evidenziano deficit molto consistenti. La Calabria presenta un saldo negativo pari a 326,9 milioni di euro, la Campania registra un passivo di 306,3 milioni, la Puglia di 253,2 milioni e la Sicilia di 246,7 milioni.
Un altro elemento rilevante evidenziato dal rapporto riguarda il crescente ruolo della sanità privata convenzionata. Per ogni euro speso dalle Regioni per prestazioni specialistiche erogate fuori dal proprio territorio oltre la metà viene destinata a strutture private accreditate con il Servizio sanitario nazionale. Nel 2023 queste strutture hanno incassato circa 1 milardo e 966 milioni di euro contro i 1.643 milioni percepiti dalle strutture pubbliche. Le Regioni nelle quali il settore privato risulta maggiormente attrattivo sono Molise dove il 90,2% della mobilità attiva è intercettata da strutture private, Lombardia con il 71,1%, Puglia con il 68,9% e Lazio con il 63,8%.
Secondo Cartabellotta questi dati indicano che la mobilità sanitaria non rappresenta sempre una libera scelta dei cittadini ma sempre più spesso una necessità determinata dall’assenza di servizi adeguati nel territorio di residenza. Quando centinaia di migliaia di pazienti e miliardi di euro si concentrano in poche aree del Paese, osserva il presidente della Fondazione, significa che l’offerta sanitaria non è distribuita in modo uniforme e che il diritto costituzionale alla tutela della salute non viene garantito con la stessa efficacia su tutto il territorio nazionale.
Il fenomeno si inserisce in un quadro normativo definito dal Servizio sanitario nazionale istituito con la legge n. 833 del 1978 e successivamente riformato dal decreto legislativo n. 502 del 1992 e dal decreto legislativo n. 517 del 1993 che hanno introdotto una maggiore autonomia organizzativa e finanziaria delle Regioni nella gestione dei servizi sanitari. Proprio questa autonomia ha contribuito nel tempo alla formazione di sistemi sanitari regionali con livelli di efficienza e qualità differenti.
Negli ultimi anni il tema della mobilità sanitaria è tornato al centro del dibattito istituzionale anche in relazione alla discussione sull’autonomia differenziata prevista dall’articolo 116 della Costituzione italiana. Diversi studiosi e operatori del settore sanitario hanno sottolineato che eventuali ulteriori trasferimenti di competenze alle Regioni dovrebbero essere accompagnati da strumenti di riequilibrio capaci di ridurre le disuguaglianze territoriali nella qualità delle cure.
Nel frattempo A Palermo, le associazioni di categoria come Confcommercio e Confindustria hanno espresso forte preoccupazione per il DDL Concorrenza, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati, che modifica le norme sull’accreditamento e convenzionamento delle strutture private che erogano prestazioni sanitarie a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Durante un incontro nella sede di Confcommercio Palermo-Enna, i rappresentanti hanno criticato il provvedimento per l’introduzione di criteri premianti orientati verso le grandi concentrazioni imprenditoriali, penalizzando le micro e piccole imprese. Francesco Ruggeri, presidente regionale del comparto socio-sanitario di Confindustria, ha sottolineato come il DDL, nato per promuovere qualità, trasparenza ed equità nelle prestazioni, rischi di trasformarsi in uno strumento di iper-concorrenza, con potenziali ripercussioni negative sulla tenuta dei presidi territoriali.
In Sicilia, secondo le analisi di Confcommercio, operano circa 3.000 imprese socio-sanitarie, tra assistenza territoriale e residenziale, che rappresentano il tessuto connettivo del sistema locale. Luigi Marano, coordinatore regionale del dipartimento salute, sanità e cura di Confcommercio, ha avvertito che la nuova legge porrebbe le piccole strutture a confronto diretto con le grandi multinazionali, favorendo un trasferimento di ricchezza fuori dai territori e minando il principio di prossimità assistenziale. Questo scenario, secondo i critici, potrebbe destabilizzare l’equilibrio locale a favore di attori esterni più potenti.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.






