Sintesi
Il rapporto 2026 della Fondazione GIMBE evidenzia che nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, confermando le forti disparità territoriali del Servizio sanitario nazionale. Le Regioni del Nord come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono il maggior numero di pazienti mentre Calabria, Campania, Puglia e Sicilia registrano i disavanzi più consistenti. I dati 2023 dell’Agenas mostrano inoltre un forte squilibrio nei costi di ricovero ospedaliero con cifre molto più elevate in alcune strutture siciliane rispetto agli ospedali settentrionali. In Sicilia il costo giornaliero di degenza può superare anche del 150% quello registrato in Lombardia nonostante il calcolo sia già ponderato per la complessità delle patologie. Le possibili cause vengono individuate in inefficienze strutturali, organizzative e gestionali oltre che nella diversa capacità di utilizzo delle risorse sanitarie. Il tema si inserisce nel più ampio dibattito politico e giuridico sulla responsabilità organizzativa degli enti pubblici e sulla necessità di modelli di controllo previsti dal decreto legislativo 231 del 2001 come strumento di prevenzione degli illeciti e di miglioramento dell’efficienza amministrativa.

Articolo
Negli ultimi anni la mobilità sanitaria interregionale è diventata uno dei principali indicatori delle disuguaglianze territoriali nel sistema sanitario italiano. Il rapporto 2026 della Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze, organizzazione indipendente senza scopo di lucro nata nel 1996 per promuovere l’uso delle prove scientifiche nella sanità e sostenere un Servizio sanitario nazionale equo e sostenibile) ha evidenziato che nel 2023 la spesa complessiva per cure ricevute dai cittadini fuori dalla propria Regione ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più alto mai registrato nel Paese.

Il fenomeno della cosiddetta “migrazione sanitaria” fotografa una realtà ormai consolidata. Alcune Regioni del Nord si confermano poli di attrazione per pazienti provenienti dal resto d’Italia mentre diverse aree del Mezzogiorno continuano a perdere utenti e risorse economiche. I dati indicano che Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto sono i territori con la maggiore capacità di attrarre cittadini in cerca di prestazioni sanitarie mentre Calabria, Campania, Puglia e Sicilia registrano i disavanzi più consistenti. Una parte rilevante delle prestazioni erogate a pazienti provenienti da altre Regioni è inoltre fornita da strutture sanitarie private accreditate, cioè soggetti privati che operano all’interno del sistema pubblico tramite convenzioni con il Servizio sanitario nazionale.

Il fenomeno della mobilità sanitaria produce un duplice effetto. Da un lato mette in evidenza la diversa qualità dei servizi sanitari disponibili nelle varie aree del Paese. Dall’altro genera un rilevante trasferimento di risorse economiche dalle Regioni che perdono pazienti verso quelle che li accolgono. Questo squilibrio ha alimentato negli ultimi anni un intenso confronto politico e istituzionale sulla necessità di rafforzare l’equità territoriale del Servizio sanitario nazionale e di migliorare l’offerta sanitaria nelle Regioni meridionali.
Accanto alla mobilità sanitaria emerge però un ulteriore elemento che contribuisce a descrivere la frattura tra Nord e Sud. I dati pubblicati dall’Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, ente pubblico non economico vigilato dal Ministero della Salute che svolge attività di monitoraggio, supporto tecnico e innovazione nel sistema sanitario italiano) relativi al 2023 mostrano infatti differenze molto marcate nel costo medio delle degenze ospedaliere. Secondo queste rilevazioni il costo medio giornaliero di ricovero in alcune strutture siciliane risulta nettamente superiore rispetto a quello registrato in diversi ospedali del Nord Italia. L’Azienda ospedaliera universitaria “Paolo Giaccone” di Palermo presenta un costo medio di circa 889 euro al giorno per paziente ricoverato. L’ospedale Papardo di Messina supera invece i 1.031 euro per giornata di degenza mentre l’azienda ospedaliera Garibaldi di Catania registra circa 703 euro. Anche il Policlinico universitario “G. Martino” di Messina presenta valori intorno a 716 euro giornalieri.
Il confronto con alcune strutture settentrionali evidenzia un divario molto significativo. L’Azienda ospedaliero-universitaria “San Matteo” di Pavia, una delle principali strutture sanitarie lombarde, registra un costo medio di circa 400 euro per ogni giorno di ricovero. In termini percentuali questo significa che un paziente assistito in alcune strutture siciliane può costare allo Stato anche oltre il 150% in più rispetto a un paziente ricoverato in Lombardia. I dati dell’Agenas sono calcolati secondo il parametro denominato “costo medio per giornata di degenza per acuzie pesata per complessità”. Questo indicatore tiene conto non solo della durata del ricovero ma anche della gravità delle patologie trattate, come infarti, ictus o polmoniti, e delle risorse cliniche necessarie per la cura. Il fatto che il divario rimanga elevato anche dopo questa ponderazione indica che la complessità dei casi clinici non è sufficiente a spiegare completamente le differenze di costo.
Le possibili cause sono oggetto di discussione tra esperti e analisti del sistema sanitario. Alcuni fattori potrebbero essere legati alla presenza di infrastrutture ospedaliere più datate, a una minore efficienza nell’utilizzo delle strutture, a costi di gestione più elevati o a modelli organizzativi meno ottimizzati. In altre parole peserebbero i cosiddetti costi fissi delle strutture sanitarie, cioè le spese necessarie per mantenere in funzione edifici, apparecchiature e personale anche quando il numero di pazienti non è elevato. Tuttavia diversi osservatori ritengono che queste spiegazioni non bastino a giustificare differenze così marcate. Il tema dell’efficienza amministrativa e della qualità della gestione sanitaria rimane quindi al centro del dibattito pubblico, soprattutto in relazione alla sostenibilità finanziaria del Servizio sanitario nazionale.
I casi di indagini nella Sanità per corruzione sono anch’essi un sintomo significativo. In questo contesto viene spesso richiamato anche il quadro normativo relativo alla responsabilità degli enti. Il decreto legislativo 231 del 2001 ha introdotto nell’ordinamento italiano la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e degli enti per alcuni reati commessi nel loro interesse o a loro vantaggio. La norma prevede che imprese ed enti possano evitare sanzioni se adottano modelli organizzativi idonei a prevenire comportamenti illeciti, basati su sistemi di controllo e procedure di gestione trasparenti. La Corte di Cassazione negli ultimi anni ha ribadito con diverse pronunce l’autonomia della responsabilità dell’ente rispetto a quella della persona fisica che ha materialmente commesso il reato. Questo principio si fonda sulla cosiddetta “colpa di organizzazione”, cioè sulla responsabilità derivante dall’assenza o dall’inadeguatezza dei modelli di prevenzione degli illeciti all’interno delle strutture amministrative o aziendali. Secondo molti giuristi ed esperti di amministrazione pubblica l’applicazione rigorosa di questi modelli organizzativi potrebbe contribuire a migliorare la gestione degli enti pubblici e delle strutture sanitarie, riducendo sprechi, inefficienze e possibili distorsioni nell’utilizzo delle risorse pubbliche.
Il quadro che emerge dai dati sulla mobilità sanitaria e sui costi ospedalieri descrive quindi un annoso sistema sanitario nazionale caratterizzato da forti differenze territoriali che, di certo, non appaio più casuali.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.






