Sanità pubblica. Il 53% degli italiani la boccia: attese eccessive, frammentazioni territoriali e timori futuri

Confronto con Spagna, Francia, Germania e Regno Unito. Criticità su liste d’attesa e organizzazione territoriale. Bene prevenzione e screening. Sullo sfondo Pnrr e riforme ancora in corso

Sintesi

Un studio realizzato da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore tra il 19 e il 24 febbraio 2026 evidenzia che il 53% degli italiani esprime un giudizio negativo sul Servizio sanitario nazionale (Ssn), una quota più elevata rispetto a Spagna, Francia, Germania e Regno Unito. Le principali criticità riguardano i tempi di attesa per visite, esami diagnostici e ricoveri, con percentuali di attese superiori a 3 mesi nettamente più alte in Italia e con un 28% di rinunce alle visite specialistiche per le liste troppo lunghe. I giudizi su medici, infermieri e igiene risultano meno favorevoli rispetto agli altri Paesi, mentre restano allineate le valutazioni su informazioni, cure e correttezza delle diagnosi. Il 42% teme un peggioramento nei prossimi 2 o 3 anni, in un contesto segnato dal piano liste d’attesa varato nell’agosto 2024, dalle tensioni tra Governo e Regioni, dalle scadenze del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) che destina 15 miliardi alla sanità e dal nodo della spesa farmaceutica che supera di circa 4 miliardi il tetto programmato. Si conferma la diffusione degli screening gratuiti e il ruolo crescente delle farmacie, ma pesa la frammentazione regionale e la mobilità sanitaria interna.

Articolo

L’indagine “Questionario sul servizio sanitario in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito”, condotta da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore con metodologia Cawi (Computer Assisted Web Interviewing, interviste online assistite da computer) tra il 19 e il 24 febbraio 2026, fotografa un quadro netto: in Italia solo il 47% degli intervistati promuove il Ssn, mentre il 53% lo valuta in modo sfavorevole. Il campione ha coinvolto 1000 adulti residenti in ciascuno dei 5 Stati analizzati, con tassi di risposta pari all’89% in Italia, 91% in Francia, 90% in Germania, 89% in Spagna e 93% nel Regno Unito.

Il confronto internazionale è eloquente. In Spagna il gradimento raggiunge il 79%, in Francia il 73%, nel Regno Unito il 77% e in Germania il 68%. Ne deriva che l’Italia si colloca come il Paese più critico verso il proprio sistema sanitario pubblico. Anche i giudizi sulla professionalità risultano meno generosi: il 72% esprime un’opinione positiva sui medici e il 71% sugli infermieri, contro percentuali che negli altri Paesi superano l’80%. Sull’igiene delle strutture il consenso si ferma al 55%, mentre il 26% formula un giudizio negativo, una quota più che doppia rispetto ai competitor europei. Le valutazioni si fanno ancora più rigorose se si considera l’ultima prestazione ricevuta. Il 23% si dichiara insoddisfatto della competenza dei medici e il 20% di quella degli infermieri, livelli che oltreconfine raramente oltrepassano il 10%, con la sola Germania che registra un 15% di critiche verso i camici bianchi. Restano invece sostanzialmente in linea con gli altri Paesi i giudizi su qualità delle informazioni, appropriatezza terapeutica e attendibilità diagnostica.

Il nodo centrale è rappresentato dai tempi di attesa. Per un esame diagnostico il 33% degli italiani riferisce di aver atteso oltre 3 mesi, contro il 18% degli spagnoli, il 14% degli inglesi, il 12% dei francesi e l’11% dei tedeschi. Per una visita specialistica il 27% ha superato il trimestre, percentuale che in Spagna tocca il 29% ma resta sotto il 20% in Francia, Germania e Regno Unito. Sommando chi ha aspettato tra 2 e 3 mesi e chi oltre 3 mesi per una visita, in Italia si arriva al 69% rispetto al 49% spagnolo, mentre solo il 13% è stato visitato entro 1 settimana. I giudizi negativi sui servizi di diagnostica raggiungono il 72% e quelli sui ricoveri il 69%.

L’effetto più grave è la rinuncia alle cure. In Italia il 28% dichiara di aver rinunciato a una visita specialistica per liste eccessive, contro il 22% in Germania, il 17% in Francia, il 14% in Spagna e l’8% nel Regno Unito. Per gli esami diagnostici la rinuncia tocca il 21%, valore che negli altri Paesi non supera il 20%. Secondo dati consolidati di fonte istituzionale e parlamentare, oltre 4 milioni di italiani hanno rinviato o abbandonato cure per le attese, che diventano 6 milioni includendo motivazioni economiche.

Sul piano cronologico, nell’agosto 2024 il Governo ha varato un piano straordinario per abbattere le liste d’attesa, prevedendo aperture nel fine settimana, Cup (Centro unico di prenotazione) unificati e ricorso a strutture private accreditate o all’intramoenia (attività libero-professionale svolta dai medici dipendenti pubblici all’interno delle strutture, con costi a carico del Ssn per garantire prestazioni nei tempi massimi (ma che diverse inchieste giudiziarie hanno dimostrato essere utilizzata anche per comportamenti profittatori illeciti da parte di medici e omertosi degli altri). Le risorse stanziate sono state giudicate limitate e l’attuazione demandata alle Regioni, titolari della competenza organizzativa in virtù del Titolo V della Costituzione (la costituzionale e generalizzata notoria mangiucchia e spartizione in corso da decenni e in ogni settore politico-istituzionale, voluta dall’allora Governo di centrosinistra con il decentramento amministrativo, poi cavalcata nello stesso anno dal successivo Governo di centrodestra e avvalorata al contempo con un referendum dagli italiani come fossero stati interiormente complici). Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha sollecitato ripetutamente le amministrazioni regionali a dare piena esecuzione alle misure. La nuova Piattaforma nazionale sulle liste d’attesa ha iniziato a rendere pubblici dati disaggregati per Asl (Azienda sanitaria locale), evidenziando divari marcati, come gli 861 giorni per un ecocolordoppler carotideo programmabile in una Asl rispetto ai 32 giorni in un’altra realtà del Nord.

Parallelamente si avvicinano le scadenze del Pnrr, che destina circa 15 miliardi alla sanità, di cui quasi la metà alla riorganizzazione territoriale con Case e Ospedali di comunità. I monitoraggi indicano il rischio di un’apertura concentrata nel Centro Nord e di strutture prive di personale sufficiente, con carenze di medici e infermieri che potrebbero trasformare i presìdi in contenitori sottoutilizzati. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la medicina di prossimità, intercettare i pazienti cronici e alleggerire pronto soccorso e liste d’attesa, ma le criticità occupazionali restano rilevanti.

Altro capitolo è la spesa farmaceutica, che si attesta intorno a 25 miliardi annui, circa 4 miliardi oltre il tetto programmato. Il ministro ha chiesto chiarimenti ai vertici di Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e sono allo studio strumenti come la revisione dei prezzi e l’aggiornamento del Prontuario farmaceutico, con un confronto aperto tra sostenibilità finanziaria e accesso all’innovazione terapeutica.

Non mancano elementi positivi. Il 69% degli italiani riferisce di essere stato invitato a effettuare screening gratuiti per tumori o altre patologie, percentuale superiore a Spagna 63% e a Germania e Regno Unito entrambe al 58%. Cresce inoltre il ruolo delle farmacie, dove il 24% ha prenotato visite, il 14% ha eseguito un elettrocardiogramma e il 12% un holter cardiaco, dati sostanzialmente in linea con gli altri Paesi.

Resta però una percezione diffusa di frammentazione. La mobilità sanitaria interna, con cittadini che si spostano in altre Regioni per curarsi, segnala differenze organizzative e qualitative tra territori. Il 51% consiglierebbe di rivolgersi a una struttura nella propria area di residenza in caso di malattia grave di un familiare, mentre il 29% suggerirebbe un trasferimento e l’11% opterebbe per il privato. Nel Regno Unito il 77% resterebbe vicino casa, in Spagna il 76%, in Francia e Germania il 61%.

Il 42% degli italiani prevede un peggioramento della qualità nei prossimi 2 o 3 anni, contro il 32% degli spagnoli, il 27% degli inglesi, il 23% dei tedeschi e il 17% dei francesi. La severità del giudizio, più che un semplice indice di inefficienza, riflette aspettative elevate verso un sistema che continua a essere percepito come presidio essenziale di un diritto fondamentale sancito dall’articolo 32 della Costituzione. In questo equilibrio tra universalismo dichiarato, differenziazione regionale e pressione finanziaria si gioca la credibilità futura della sanità pubblica italiana.

Immagine di copertina realizzata con Ia.