Libertà di stampa nel mondo ai minimi da 25 anni: l’Italia scende al 56° posto: preoccupazione tra i giornalisti

Il World Press Freedom Index 2026 di RSF fotografa un arretramento globale del diritto all’informazione: pesano guerre, pressioni politiche, querele, precarietà, mafie, norme restrittive e interferenze sui media pubblici. Nelle nostre realtà locali, spesso meno visibili, la situazione è analoga o peggiore, aggravata da assuefazione politica e dinamiche di consenso. L'opinione

Il World Press Freedom Index 2026 di RSF (Reporters Sans Frontières, organizzazione internazionale per la tutela della libertà di stampa) segnala il livello più basso della libertà di informazione degli ultimi 25 anni. L’Italia arretra dal 49° al 56° posto su 180 Paesi, mentre gli Stati Uniti scendono al 64° posto perdendo 7 posizioni. RSF attribuisce il peggioramento globale alla crescente criminalizzazione del giornalismo, all’uso di leggi restrittive, ai conflitti armati, alle pressioni economiche, alle SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation, cause strategiche contro la partecipazione pubblica) e alle interferenze politiche. Nel caso italiano pesano minacce mafiose, violenze estremiste, precarietà, querele, norme considerate limitative dell’informazione giudiziaria. La FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) chiede interventi concreti e un risveglio delle coscienze, mentre il tema diventa sempre più centrale per la qualità democratica del Paese. Nelle realtà locali, dalle Regioni ai Comuni, la situazione non è diversa e in molti casi risulta persino peggiore, anche se meno visibile, appesantita da una diffusa assuefazione a certa politica e alle sue ampie schiere di sostenitori.

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Il nuovo World Press Freedom Index 2026 di RSF (Reporters Sans Frontières, organizzazione non governativa con sede a Parigi che monitora la libertà di informazione nel mondo) descrive un arretramento senza precedenti nell’ultimo quarto di secolo. Per la prima volta in 25 anni, il punteggio medio globale dei Paesi analizzati non è mai stato così basso e più della metà degli Stati esaminati si trova in una condizione definita difficile o molto grave. Il dato più allarmante riguarda il fatto che meno dell’1% della popolazione mondiale vive oggi in un Paese dove la situazione della stampa è considerata buona, mentre nel 2002 questa quota era pari al 20%.

L’Italia passa dal 49° al 56° posto su 180 Paesi, confermando una tendenza negativa che colloca il sistema informativo nazionale in una fascia di crescente vulnerabilità. Secondo RSF, nel nostro Paese la libertà di stampa continua a essere esposta alle minacce delle organizzazioni mafiose, soprattutto nel Mezzogiorno, alle intimidazioni di gruppi estremisti, alla fragilità economica del lavoro giornalistico e alle pressioni della politica. L’organizzazione segnala anche il rischio prodotto dalle norme definite “leggi bavaglio”, cioè misure che possono limitare la pubblicazione di notizie di interesse pubblico, soprattutto in materia giudiziaria, e dalle SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation, azioni legali strategiche usate per scoraggiare critiche, inchieste o denunce pubbliche).

Il rapporto evidenzia inoltre il problema della RAI (Radiotelevisione Italiana), indicata da RSF come servizio pubblico sottoposto a crescenti interferenze politiche. Il tema non è nuovo: già negli ultimi anni l’indipendenza editoriale della televisione pubblica italiana era stata al centro di scioperi, polemiche e denunce sindacali, con accuse di condizionamento governativo e di pressione sui contenuti informativi. La RAI ha respinto in più occasioni le accuse di controllo politico, ma il punto resta uno dei nodi più sensibili della discussione sulla libertà di stampa in Italia.

A livello internazionale il quadro è ancora più duro. Gli Stati Uniti scendono di 7 posizioni e arrivano al 64° posto, un dato simbolicamente pesante per il Paese del Primo emendamento, tradizionalmente considerato un riferimento costituzionale nella tutela della libertà di espressione. RSF collega il peggioramento statunitense alle pressioni politiche contro i media, al clima di ostilità verso i giornalisti e al deterioramento del quadro generale nelle Americhe. La Norvegia resta al primo posto per il 10° anno consecutivo, mentre l’Eritrea è ultima. La Siria post-Assad, dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, registra invece il salto più forte, passando al 141° posto con un miglioramento di 36 posizioni.

RSF individua 5 indicatori per misurare la libertà di stampa: economico, legale, di sicurezza, politico e sociale. Nel 2026 il peggioramento più netto riguarda l’indicatore legale, segno di una crescente criminalizzazione del giornalismo. L’organizzazione osserva che dal 2001, anche nelle democrazie, si è sviluppato un apparato normativo sempre più restrittivo, spesso giustificato con ragioni di sicurezza nazionale. La direttrice editoriale Anne Bocandé avverte che gli attacchi al diritto all’informazione sono diventati più sofisticati e meno nascosti, chiamando in causa Stati autoritari, poteri politici in difficoltà, interessi economici aggressivi e piattaforme digitali difficili da controllare.

La caduta della libertà di stampa è aggravata dai conflitti armati. RSF richiama i casi di Iraq, Sudan, Yemen, Palestina, Israele, Sud Sudan e altri scenari di guerra dove i giornalisti lavorano in condizioni estreme. A Gaza, dall’ottobre 2023, l’organizzazione denuncia l’uccisione di oltre 220 giornalisti da parte dell’esercito israeliano, almeno 70 dei quali nell’esercizio della professione. Restano poi in fondo alla graduatoria i regimi più chiusi, come Cina, Corea del Nord, Eritrea, Iran e Russia, Paesi nei quali la repressione politica, la censura, il carcere e la violenza istituzionale impediscono un’informazione libera e pluralista.

Nel caso italiano, il deterioramento del contesto si intreccia con episodi recenti che mostrano quanto sia fragile il rapporto tra giornalismo d’inchiesta, potere politico e rischio giudiziario. Uno degli ultimi casi riguarda Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, che durante la trasmissione “È sempre Cartabianca” su Rete 4 ha riferito di una fonte secondo la quale il ministro della Giustizia Carlo Nordio sarebbe stato visto nel ranch di Giuseppe Cipriani in Uruguay, precisando che si trattava di una pista ancora in verifica. Nordio è intervenuto telefonicamente in diretta per smentire con decisione, definendo la ricostruzione infondata e annunciando la valutazione di possibili iniziative legali. Successivamente la RAI ha inviato a Ranucci una lettera di richiamo per le dichiarazioni rese fuori dalla propria emittente. La vicenda si inserisce in un clima già teso attorno a Report e al giornalismo investigativo. Ranucci ha rivendicato il diritto di verificare notizie di interesse pubblico e ha chiarito di non temere querele, mentre il ministro ha respinto ogni collegamento con la ricostruzione riferita in trasmissione. Al momento, sulla presunta presenza nel ranch di Punta del Este non risultano elementi pubblici definitivamente verificati oltre alla dichiarazione giornalistica, alla smentita del ministro e alle successive ricostruzioni di stampa. Per questo il punto va trattato come fatto controverso e non come circostanza accertata.

La FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) ha commentato il 56° posto dell’Italia come il segnale di una sofferenza profonda della libertà di stampa. La segretaria generale Alessandra Costante ha denunciato che la libertà di informazione viene riconosciuta a parole ma penalizzata nei fatti, sia sul piano legislativo sia su quello economico. Il presidente Vittorio di Trapani ha lamentato che gli allarmi del sindacato siano rimasti spesso senza risposta e ha invitato a un risveglio delle coscienze.

Il punto centrale, quindi, non riguarda soltanto la posizione numerica dell’Italia nella classifica RSF, ma la qualità concreta dell’ambiente nel quale i giornalisti lavorano. La precarietà economica indebolisce l’autonomia professionale, le querele temerarie inducono autocensura, la politica tende a reagire alle inchieste con delegittimazione e minacce giudiziarie, le organizzazioni criminali continuano a intimidire cronisti locali e le piattaforme digitali amplificano campagne d’odio e aggressioni personali. In questo contesto, scrivere notizie documentate può trasformarsi in un rischio civile, penale, sociale e politico.

L’opinione

La riflessione finale riguarda soprattutto il degrado del dibattito pubblico.

Negli ultimi decenni in modo lampante, si è moltiplicata la presenza di soggetti: tra i politici, nelle istituzioni, professioni e categorie, nazionali, regionali e locali, negli enti, nelle partecipate, negli apparati di potere; e senza distinzione di età, estrazione, titolo e genere, che di tutta evidenza quanto edulcorato se non anche dissimulato, mostrano una distanza evidente tra ciò che proclamano in pubblico e ciò che praticano nei comportamenti privati o politici.

Questa dissonanza tra immagine, slogan, selfie, dichiarazioni e condotte reali, rende più difficile il lavoro di chi prova a raccontare i fatti con rigore. Attorno a candidati, eletti e centri di influenza, nel sistema pubblico politico, dalle Regioni agli Enti locali, si muovono inoltre gruppi e persino irregimentate pletore di velati gregari e sostenitori, pronti ad attaccare, se non anche nutrire nascosta avversione e addirittura astio compulsivo, verso chiunque osi anche solo sfiorare il referente politico del momento, talvolta ma pure spesso, ispirati unicamente da logiche di appartenenza, cultura opportunistica, nonché interiore egocentrismo e sprezzo altrui, ma anche da occasionali cambi di schieramento e fedeltà variabili.

In questo ovattato clima periferico, la libertà di stampa non si misura soltanto con una classifica internazionale, bensì con la possibilità quotidiana di vedersi considerare le pubblicazioni come verità scomode o interpretazioni di parte, dovendo conseguentemente temere ritorsioni anche trasversali, isolamento, intimidazioni o azioni burocratiche oppure giudiziarie usate come strumenti di pressione.