Crisi nel Golfo. Tensione internazionale. Cento mila connazionali da evacuare. Scontro politico. Allerta economica

Mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran aumenta l’instabilità regionale, il governo italiano avvia operazioni di rientro per migliaia di connazionali e rafforza le misure di sicurezza e di controllo economico. In Parlamento si accende lo scontro politico sull’uso delle basi militari e sul ruolo dell’Italia nello scenario internazionale

Sintesi

Decine di migliaia di cittadini italiani si trovano nell’area del Golfo interessata dall’escalation militare e il Governo ha attivato operazioni di assistenza e rimpatrio con voli militari e civili organizzati dal ministero degli Esteri. Il ministro Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento i numeri dell’emergenza e le attività della task force della Farnesina mentre la premier Giorgia Meloni ha ribadito che la priorità è garantire la sicurezza dei connazionali e facilitare il rientro dei turisti bloccati. Il conflitto ha aperto un acceso confronto politico interno sul ruolo dell’Italia e sull’eventuale utilizzo delle basi militari statunitensi presenti nel Paese, mentre il Governo precisa che eventuali impieghi per operazioni belliche richiederebbero una decisione condivisa con il Parlamento. Parallelamente cresce la preoccupazione per gli effetti economici della crisi, con il Governo che ha attivato strumenti di vigilanza sui prezzi dell’energia e sui carburanti per contrastare possibili speculazioni finanziarie e aumenti ingiustificati.

Articolo

L’escalation militare nel Golfo Persico ha coinvolto direttamente o indirettamente circa 100.000 cittadini italiani presenti nell’area, tra residenti, lavoratori e turisti. I dati sono stati illustrati dal ministro degli Esteri Antonio Tajani durante una comunicazione alla Camera dei deputati, nella quale ha sottolineato che “la sicurezza dei connazionali è la priorità assoluta”. La task force Golfo istituita dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, comunemente indicato come Farnesina, ha gestito oltre 15.000 telefonate dall’inizio della crisi, con una media di circa 200 contatti ogni ora e migliaia di messaggi di posta elettronica. Attraverso queste attività sono stati assistiti e aiutati a lasciare le zone considerate a rischio circa 10.000 italiani.

Le stime del governo indicano che tra Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein si trovano circa 8.900 turisti italiani. La presenza complessiva dei connazionali nell’area risulta distribuita in questo modo: 1.794 cittadini italiani in Oman, di cui circa 1.386 turisti; 30.385 negli Emirati Arabi Uniti con circa 6.535 visitatori; 4.333 in Qatar con circa 948 turisti; 965 in Bahrein con circa 92 visitatori. Tra le persone rientrate nelle ultime ore dagli Emirati Arabi Uniti vi è anche la cantante BigMama, artista rap italiana, rimasta temporaneamente bloccata a Dubai e che nei giorni precedenti aveva pubblicato sui social messaggi nei quali manifestava preoccupazione per la situazione.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che il governo ha come obiettivo immediato “mettere in sicurezza le decine di migliaia di italiani presenti nell’area e fornire assistenza a chi è rimasto bloccato”. L’esecutivo ha già organizzato i primi voli per il rimpatrio dei cittadini, in particolare da Dubai, mentre altri gruppi di connazionali sono stati trasferiti in Stati confinanti per poter partire da aeroporti ritenuti più sicuri. La premier ha inoltre ringraziato gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman per la collaborazione offerta alle operazioni di evacuazione.

Nelle ore successive due voli militari del comando operativo di vertice interforze sono atterrati all’aeroporto di Roma Ciampino con circa 200 italiani considerati in condizioni di particolare fragilità. Nei giorni successivi sono previsti ulteriori collegamenti aerei organizzati con il supporto del ministero degli Esteri e con la collaborazione delle compagnie aeree Ita Airways e Neos. Parallelamente è partito dalle Maldive un volo con circa 320 cittadini italiani, tra cui 60 persone fragili. I voli charter destinati ai passeggeri della nave da crociera “MSC Euribia”, ferma nel porto di Dubai dopo l’esplosione del conflitto, sono stati rinviati di un giorno per problemi di disponibilità degli aeromobili.

Non tutti i connazionali coinvolti si trovano però nell’area del Golfo. A Colombo, capitale dello Sri Lanka, sono rimasti temporaneamente bloccati quattro docenti e tre studenti del conservatorio “Arcangelo Corelli” di Messina. Il direttore d’orchestra Michele Amoroso ha rassicurato sulle condizioni del gruppo dichiarando che “stiamo tutti bene e non temiamo per la nostra sicurezza”. Nel frattempo Ita Airways ha deciso di sospendere i collegamenti aerei da e per Tel Aviv fino al 22 marzo e di prorogare fino al 10 marzo la sospensione dei voli verso Dubai.

Sul piano politico interno il conflitto ha riacceso il dibattito sul ruolo dell’Italia nello scenario internazionale e sull’eventuale utilizzo delle basi militari statunitensi presenti sul territorio nazionale. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato che l’operazione militare avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran è avvenuta “al di fuori delle regole del diritto internazionale”, sottolineando che si tratta di un conflitto “partito all’insaputa del mondo e che ora siamo costretti a gestire”. Le comunicazioni del governo sono arrivate dopo giorni di polemiche politiche e dopo un’intervista radiofonica della presidente del Consiglio, nella quale Meloni ha ribadito che “l’Italia non è in guerra e non vuole entrare in guerra”.

Il confronto parlamentare è stato particolarmente acceso. I gruppi di opposizione hanno chiesto un intervento immediato della premier in Parlamento, accusando il governo di evitare il dibattito politico. Il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi e Sinistra hanno criticato la gestione della crisi, mentre l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha definito “mediocre” l’atteggiamento del ministro Crosetto. Anche Giuseppe Conte ha accusato la premier di preferire “un monologo radiofonico” invece di un confronto parlamentare diretto. Dal canto suo il governo ha annunciato che Meloni riferirà ufficialmente alle Camere prima del prossimo Consiglio europeo dell’Unione Europea.

Uno dei nodi principali riguarda l’eventuale utilizzo delle basi militari statunitensi presenti in Italia. Secondo l’esecutivo, al momento non è stata presentata alcuna richiesta ufficiale da parte degli Stati Uniti per operazioni di combattimento. La premier ha ricordato che gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti del 1954 prevedono autorizzazioni tecniche per operazioni di carattere logistico, ma non per attività di guerra vera e propria. Eventuali richieste diverse, ha precisato Meloni, dovrebbero essere valutate con il coinvolgimento del Parlamento.

Le infrastrutture militari americane presenti in Italia sono numerose e distribuite in varie regioni. Tra queste vi sono la base di Sigonella in Sicilia, l’aeroporto militare di Aviano in Friuli Venezia Giulia, la base di Ghedi in Lombardia, i porti militari di Napoli e Gaeta e le installazioni di Camp Darby in Toscana e Camp Ederle in Veneto. In queste strutture sono presenti circa 13.000 militari statunitensi. A questi si aggiungono altri 21.000 membri della VI Flotta della US Navy, la marina militare degli Stati Uniti, che dispone di circa 40 navi e 175 velivoli tra aerei da combattimento e da trasporto. In Sicilia è inoltre attivo il sistema Muos, acronimo di Mobile User Objective System, cioè un sistema satellitare di comunicazione militare utilizzato per il controllo e la trasmissione di dati strategici anche nell’area del Medio Oriente.

La presenza di queste infrastrutture è considerata un elemento sensibile anche dal punto di vista della sicurezza interna. Il Dipartimento della pubblica sicurezza ha inviato in queste ore una circolare ai prefetti e ai questori per rafforzare la vigilanza sulle basi militari e sui siti industriali collegati alla produzione bellica di interesse statunitense, in modo da prevenire possibili minacce terroristiche o azioni ostili.

Parallelamente alla dimensione geopolitica si apre anche quella economica. L’aumento delle tensioni internazionali ha già provocato forti oscillazioni nei mercati energetici e un rialzo dei prezzi dei carburanti. Il governo italiano ha quindi attivato alcune misure di controllo per evitare fenomeni speculativi. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha convocato la commissione di allerta prezzi con la partecipazione della Guardia di finanza e delle associazioni dei consumatori. Allo stesso tempo l’Arera, Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, ha istituito un’unità permanente di vigilanza energetica per monitorare in tempo reale i prezzi del gas e dell’elettricità sia all’ingrosso sia al dettaglio.

Anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nota come Antitrust, ha ricevuto numerose segnalazioni relative a possibili accordi tra operatori energetici finalizzati a mantenere artificialmente elevati i prezzi. Il governo sta valutando inoltre la possibilità di intervenire sulla leva fiscale per colpire eventuali extra-profitti, cioè utili straordinari derivanti da aumenti speculativi del costo dell’energia.

Un’altra ipotesi riguarda la riattivazione del meccanismo delle cosiddette accise mobili. Questa misura, prevista dal decreto numero 5 del 2023 e derivata da un meccanismo già introdotto con la legge finanziaria del 2008, consente allo Stato di utilizzare il maggiore gettito dell’Iva, cioè l’imposta sul valore aggiunto, generato dall’aumento dei carburanti per ridurre temporaneamente le accise su benzina e gasolio e limitare così l’impatto sui prezzi alla pompa.

Le preoccupazioni per l’economia sono condivise anche dal mondo industriale. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha chiesto al governo interventi rapidi per contrastare la speculazione energetica, sostenendo che gli attuali livelli dei prezzi rischiano di diventare insostenibili sia per le imprese sia per le famiglie italiane. In un contesto internazionale sempre più instabile, la crisi nel Golfo appare quindi destinata a produrre effetti non solo militari e diplomatici ma anche economici e sociali all’interno dell’Italia e dell’intera Unione Europea.