Petrolio. La guerra all’Iran con il Golfo in fiamme prospetterebbero tensioni tra Pechino e Washington

Dall’offensiva contro Teheran al blocco di Hormuz, la crisi energetica mette sotto pressione la Cina e rafforza il potere negoziale dei produttori di petrolio tra cui la Russia. L'Opinione

Sintesi

La riduzione degli acquisti indiani di greggio russo aveva intensificato la competizione tra Mosca e Teheran sul mercato cinese con sconti crescenti e accumuli record di petrolio in mare. La Cina aveva consolidato il ruolo di compratore dominante imponendo condizioni vantaggiose a fornitori colpiti da sanzioni mentre le raffinerie indipendenti dette “teiere” avevano assorbito parte dei flussi entro limiti fissati dal Governo. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno capovolto lo scenario interrompendo rotte cruciali per petrolio e gas naturale liquefatto e mettendo a rischio oltre il 47% delle importazioni marittime cinesi dal Golfo Persico. L’OPEC+ ha reagito con un aumento produttivo di 206000 barili al giorno ma la capacità inutilizzata resta contenuta. La crisi ridisegnerebbe i rapporti di forza globali con Pechino stretta tra il rischio di escalation e la perdita di forniture energetiche a basso costo.

Articolo

Nei giorni immediatamente precedenti l’offensiva militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il mercato petrolifero asiatico era attraversato da una competizione sempre più serrata tra Mosca e Teheran per assicurarsi l’accesso al principale bacino di domanda mondiale, quello cinese. Il progressivo arretramento dell’India dagli acquisti di greggio russo, stimato fino al 40% rispetto ai livelli di gennaio secondo analisi riprese da Bloomberg e Rystad Energy, aveva costretto la Federazione Russa a dirottare verso la Cina volumi crescenti di Urals, il suo greggio di riferimento. Contestualmente l’Iran, anch’esso sottoposto a sanzioni occidentali, aveva intensificato le proprie offerte scontando il Light iraniano fino a 11 dollari al barile rispetto al Brent. Mosca aveva ampliato lo sconto dell’Urals a circa 12 dollari rispetto ai 10 precedenti.

Questa dinamica aveva consolidato la posizione di Pechino quale acquirente dominante capace di imporre condizioni favorevoli a venditori con sbocchi commerciali ridotti. Le raffinerie indipendenti cinesi, note come “teapots” (raffinerie indipendenti di piccola e media dimensione), avevano rappresentato il principale canale di assorbimento del greggio sanzionato, pur operando entro quote di importazione stabilite dal Governo centrale. A dicembre 2025 le spedizioni marittime di Urals verso la Cina avevano superato 1,5 milioni di barili al giorno, salendo nei primi 18 giorni di febbraio a 2,09 milioni, con un incremento del 20% mensile. Tuttavia la capacità di assorbimento non era certo illimitata. Secondo Kpler (un’azienda leader nella fornitura di dati, analisi e intelligence in tempo reale per i mercati delle materie prime, dei trasporti marittimi e del commercio globale), circa 48 milioni di barili iraniani risultavano stoccati in mare tra Mar Giallo e Stretto di Singapore, mentre Bloomberg (una multinazionale leader nei media e dati finanziari) segnalava 143 milioni di barili russi in giacenza galleggiante a livello globale.

Il quadro è stato radicalmente trasformato tra il 28 febbraio e l’1 marzo con l’attacco statunitense e israeliano contro Teheran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Conflitto che si sta estendendo a tutta l’area Medio orientale da parte dell?iran che sta colpendo con i propri missili gli Stati, di solito sunniti (detto molto brevemente, la parte magioritaria dell’islam in secolare contrapposizione confessionale agli sciiti dell’Iran), che ospitano basi americani. L’Iran, Repubblica Islamica fondata dopo la rivoluzione del 1979 e retta da una struttura teocratica basata sulla Shari’a (legge sacra islamica), vede nel Rahbar (Guida Suprema) l’autorità politica e religiosa suprema. La destabilizzazione del Paese ha effetti che travalicano la dimensione energetica e potrebbero destabilizzare equilibri confessionali e geopolitici di lunga durata.

Per la Cina, che importa tra 11 e 13 milioni di barili al giorno, la crisi rappresenta una minaccia sistemica. Nel 2025 Pechino acquistava circa 1,38 milioni di barili quotidiani dall’Iran e tra 450000 e 600000 dal Venezuela, anch’esso recentemente colpito da pressioni statunitensi. Secondo Kpler: il 47% delle importazioni marittime cinesi proviene dal Golfo Persico passando per Hormuz: 1,3 milioni di barili dall’Iran; quasi 2 milioni dall’Arabia Saudita; 1,2 milioni dall’Iraq; 500000 dal Kuwait; quasi 1 milione dagli Emirati Arabi Uniti. Dal medesimo corridoio transitano anche 80 milioni di tonnellate annue di Gnl (gas naturale liquefatto), di cui 20 milioni destinate ai terminali cinesi.

La chiusura dello stretto ha provocato l’ancoraggio di almeno 150 petroliere nel Golfo secondo stime Reuters e dati Marine Traffic, mentre grandi compagnie di navigazione come Maersk, CMA CGM e Hapag-Lloyd hanno deviato le rotte circumnavigando il Capo di Buona Speranza con costi di trasporto oltremodo crescenti. I premi assicurativi risultano in aumento fino al 50%, con incrementi significativi per navi del valore di 100 milioni di dollari.

L’OPEC+ (un’alleanza strategica nata nel 2016 tra i membri dell’OPEC e altri 10 principali paesi produttori non-OPEC, inclusa la Russia, e “plus”, +, indica proprio questi paesi alleati non-OPEC, uniti per coordinare le quote di produzione e stabilizzare i prezzi del petrolio globale) ha annunciato un incremento produttivo di 206000 barili al giorno da aprile per attenuare le tensioni sui prezzi, ma la capacità inutilizzata è limitata principalmente ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, anch’essi vincolati dalle difficoltà logistiche nel Golfo. Analisti di RBC Capital Markets (una delle principali banche d’investimento globali, parte della Royal Bank of Canada, che offre servizi finanziari, bancari e di consulenza a società, investitori istituzionali e governi) hanno definito la soglia dei 100 dollari al barile un “chiaro e presente pericolo” per la stabilità economica globale.

Sotto il profilo strategico la crisi espone Pechino a un dilemma cruciale. Un sostegno esplicito a Teheran comporterebbe il rischio di escalation e nuove sanzioni occidentali, mentre un atteggiamento attendista equivarrebbe a subire una riduzione della propria espansione economica e una inesplorata proiezione geopolitica, con implicazioni anche sullla nota situazione tra Cina e Taiwan nel Pacifico. La Russia, impegnata nel conflitto ucraino, osserva una dinamica ambivalente: la difficoltà di un alleato politico quale la Cina, si accompagna alla prospettiva di consistenti entrate petrolifere in caso di rialzo delle quotazioni.

La sequenza degli eventi evidenzia una condizione dai percosi ancora sconosciuti dovuto non solo alla guerra in corso ma anche alla dipendenza energetica globale. Prima della crisi Mosca e Teheran competono ribassando i prezzi per conquistare la domanda cinese. Dopo l’attacco e il blocco di Hormuz il problema non è più soltanto vendere a sconto, ma garantire il transito fisico delle forniture. In questo nuovo equilibrio il potere contrattuale si sposta verso chi controlla rotte e sicurezza marittima. La situazione non riguarda esclusivamente petrolio e gas, ma l’assetto dell’ordine economico internazionale, in cui l’interdipendenza tra produttori sanzionati e grande acquirente asiatico rischia di tradursi in scenari imprevedibili, econimici e geopolitici.

Immagine di copertina construita con Ia.

L’opinione

Percorsi sconosciuti: non solo con la Cina per la necessità di quest’ultima di mantenere un ineluttabile approvvigionamento di greggio a sostegno della propria economia, ma anche con l’Iran che è uno Stato-confessione sciita e, di solito, la motivazione umana, tanto più quando religiosa, non è stata quasi mai storicamente prevedibile.