Attacco Stati Uniti e Israele all’Iran. Teheran risponde. Rischio economia globale se chiuso lo stretto di Hormuz

Raid su Teheran, replica iraniana contro installazioni statunitensi, minaccia sullo Stretto di Hormuz e mercati in allerta. Il ministro italiano bloccato negli Emirati, vertice d’urgenza a Palazzo Chigi in collegamento

Sintesi

Un’azione militare coordinata di Stati Uniti e Israele colpisce obiettivi a Teheran, con dichiarazioni di deterrenza e annunci politici, mentre l’Iran replica invocando l’autodifesa ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e colpendo basi Usa nell’area del Medio oriente. Mobilitati anche aerei inglesi. L’escalation investe la diplomazia internazionale e l’economia globale, con la minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz che incombe sui flussi energetici e sui prezzi del petrolio. In Italia il ministro della Difesa resta bloccato a Dubai per la chiusura dello spazio aereo e partecipa a una riunione straordinaria convocata dalla presidente del Consiglio. I prezzi petroliferi e i mercati finanziari potrebbero reagire con volatilità, l’Asia appare la più esposta e cresce il rischio di un confronto più ampio.

Articolo

Nelle prime ore di oggi sabato 28 febbraio 2026, un’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele ha preso di mira obiettivi nella capitale iraniana, Teheran, secondo conferme ufficiali israeliane e ricostruzioni dei media statunitensi. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha parlato di azione preventiva finalizzata a neutralizzare minacce ritenute imminenti contro lo Stato ebraico. In parallelo l’ex presidente Usa Donald Trump ha diffuso un messaggio video rivendicando un’operazione di ampia portata contro il regime di Teheran, mentre Washington aveva già rafforzato nella regione una consistente presenza di jet e unità navali per aumentare la pressione sul dossier nucleare iraniano. Anche gli aerei britannici “sono oggi in volo” in Medio Oriente “nell’ambito di operazioni difensive regionali coordinate per proteggere il nostro popolo, i nostri interessi e i nostri valori”, lo ha affermato il primo ministro di Londra, Keir Starmer, in una dichiarazione televisiva.

L’operazione congiunta è stata denominata da israele “Il ruggito del leone” e dal Pentagono “Operazione Furia Epica”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato il popolo iraniano a ribellarsi e prendere il controllo della loro nazione. Teheran ha risposto immediatamente con l’operazione “Truth Promise 4” delle Guardie Rivoluzionarie, lanciando missili e droni contro Israele e basi statunitensi. Sono stati segnalati attacchi contro installazioni americane in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. A Dubai (città ed emirato degli Emirati Arabi Uniti) brucia il grattacielo del noto hotel di lusso The Palm e una vittima si segnala a Abu Dhabi (capitale degli Emirati Arabi Uniti). Il bilancio si sarebbe aggravato con un attacco che ha colpito una scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell’Iran, dove la televisione di Stato riporta 85 vittime, prevalentemente studentesse.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha condannato l’azione come illegale e immotivata, accusando Trump di aver sacrificato “America First” a favore di “Israel First”. Araghchi ha indirizzato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite e al presidente del Consiglio di sicurezza, sostenendo che i raid aerei costituiscono una violazione dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite e un atto di aggressione armata. L’Iran ha dichiarato di esercitare il diritto intrinseco all’autodifesa previsto dall’articolo 51 della Carta, annunciando che basi, strutture e risorse delle forze ostili nell’area Medio orientale saranno considerate obiettivi militari legittimi fino alla cessazione completa e incondizionata delle ostilità.

L’escalation ha avuto ripercussioni immediate anche sull’Italia. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, presente negli Emirati Arabi Uniti per impegni personali, è rimasto bloccato a Dubai a causa della chiusura dello spazio aereo e ha partecipato in collegamento alla riunione d’emergenza convocata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La crisi ha imposto un coordinamento istituzionale rapido, con valutazioni su sicurezza, trasporti e approvvigionamenti energetici.

Contemporaneamente, riferiscono i media locali, lo Stretto di Hormuz, situato tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman, punto strategico dei trasporti petroliferi, è stato dichiarato non sicuro e pertanto sarebbe stato chiuso al traffico marittimo dai Pasdaran, il corpo paramilitare iraniano detti anche guardiani della rivoluzione islamica. Lo stretto di Hormuz è un passaggio marittimo cruciale tra Golfo Persico e Oceano Indiano. Da questo braccio di mare transitano circa 17–20 milioni di barili di greggio al giorno, pari a circa il 20% delle esportazioni mondiali e a circa il 30% del petrolio trasportato via mare, oltre a una quota rilevante di gas naturale liquefatto (GNL, gas naturale portato allo stato liquido per facilitarne il trasporto). Analisti finanziari descrivono l’ipotesi come una misura estrema mai attuata, con effetti potenzialmente dirompenti su costi dei trasporti, inflazione, assicurazioni marittime e catene logistiche.

Gli economisti sottolineano che anche senza una chiusura formale dello stretto di Hormuz, minacce, sequestri selettivi o colpi a infrastrutture energetiche del Golfo potrebbero innescare rialzi immediati, colpendo in particolare l’Asia. La Cina ha chiesto “l’immediata cessazione delle operazioni militari”, consapevole che oltre l’80% dei flussi di petrolio e GNL che transitano da Hormuz è destinato ai mercati asiatici. Lunedì si profila come una prova per borse e valute, con un possibile ritorno verso beni rifugio.

Sul piano giuridico e geopolitico, la chiusura dello stretto sarebbe interpretata come atto di guerra e potrebbe provocare una risposta militare per riaprire la rotta. Il passaggio è regolato da intese del 1975 tra Iran e Oman per la gestione del traffico e la sicurezza della navigazione, rendendo un blocco una violazione del diritto internazionale. Inoltre, l’Iran subirebbe un effetto boomerang, poiché circa il 90% del suo export energetico, diretto soprattutto in Asia, dipende proprio da quel corridoio.

Le conseguenze potenziali sono ampie e interconnesse: shock energetico con prezzi che potrebbero superare 120 dollari al barile; interruzione delle forniture per Paesi chiave come Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti; aumento dei costi assicurativi; accelerazione dell’inflazione e rischio recessivo globale; forte instabilità dei mercati finanziari. In questo contesto lo Stretto di Hormuz resta il principale “collo di bottiglia” dell’economia mondiale, e l’evoluzione del confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran determinerà l’orizzonte di sicurezza, diplomazia e crescita nei prossimi mesi.