Ego globale: l’offesa alla Meloni svela il potere individualista che si crede senza limiti

Dalle parole di Trump contro la premier italiana emerge un segnale più ampio della politica spettacolo, dove leadership, media e social trasformano il potere in palcoscenico dell’io. La replica della presidente del Consiglio difende l’Italia e, insieme, la donna colpita anche da ipotizzabile riflesso misogino

Sintesi

Il tema parte da una sorta di disturbo collettivo del presente, cioè l’ego senza controllo che attraversa politica, istituzioni, media, social, talk show, convegni, passerelle e ogni spazio pubblico trasformato in teatro della visibilità. Ego, molto in sintesi, deriva dal latino e significa letteralmente “io” e nel linguaggio comune, indica la consapevolezza di sé, la propria identità e, talvolta, un attaccamento eccessivo pure esasperato alla propria immagine. Nel 2022, dopo l’insediamento del primo Governo italiano guidato da una donna, Palazzo Chigi indicò per Giorgia Meloni l’appellativo “il Presidente del Consiglio”, scelta poi ridimensionata dalla stessa interessata con l’invito a chiamarla liberamente, ma rimasta simbolicamente rilevante poiché sembra confermare l’idea che il femminile, anche quando arriva al vertice, debba ancora misurarsi con un ego del potere maschile smisurato seppure anacronistico. Negli anni successivi il rapporto con Donald Trump è stato spesso descritto come politicamente vicino, ma nel 2026 si è incrinato tra divergenze su Iran, Ucraina, rapporti transatlantici e Vaticano. Il 19 giugno 2026, dopo il G7 a Évian-les-Bains (cittadina francese costeggiata dal lago Lemano e situata nel dipartimento dell’Alta Savoia nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi), il presidente degli Stati Uniti Donand Trmp, intervistato da La7 (emittente televisiva nazionale privata), ha sostenuto che la premier italiana Giorgia Meloni lo avrebbe implorato per una foto e che lui avrebbe accettato per pena. La risposta è arrivata con un video nel quale la leader italiana ha definito quelle parole totalmente inventate, dichiarandosi allibita e rivendicando che né lei né l’Italia implorano. Nelle ore successive sono arrivate alla Premier la solidarietà del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la decisione del ministro Antonio Tajani di annullare il viaggio negli Stati Uniti, le prese di posizione di esponenti di Maggioranza e seppure diversificate dell’Opposizione nonché una reazione quasi unanime nel respingere l’umiliazione pubblica. Sul piano psicologico, senza volere cadere in diagnosi conclusive o arbitrarie, la vicenda pare rivelare il dominio dell’io performativo, cioè dell’immagine di sé messa continuamente in scena, e mostra come un capo politico contemporaneo possa cercare forza simbolica abbassando l’altro, specialmente se l’altro è una donna collocata in un ruolo di Autorità. Il nodo finale non è soltanto Trump, ma una società intera che celebra la potenza individuale, confonde il carisma con la prepotenza se non anche delirio d’onnipotenza, scambia la visibilità con il valore e rischia di procedere verso una regressione emotiva nella quale il limite, la misura e la coscienza diventano ostacoli invece che argini.

Articolo

L’episodio che ha coinvolto Trump e Meloni non può essere letto solo come una lite diplomatica, né come un’altra schermaglia tra leader. È piuttosto l’ennesimo sintomo di un tempo nel quale l’ego è divenuto un linguaggio politico e istituzionale, una postura mediatica e quasi una religione civile. Dai vertici degli Stati fino al più piccolo ruolo locale, dai palchi istituzionali ai social, dai salotti televisivi alle conferenze, dalle categorie professionali alle corporazioni, l’io appare spesso più importante del compito, l’apparire prevale sul servire e la visibilità diventa una forma di potere sostitutiva della competenza.

Questa espansione dell’ego non riguarda una sola età, una classe sociale, un titolo di studio o un genere. Può abitare il capo di una grande potenza, il magistrato, il professionista, il militare, il dirigente, il politico di lungo corso, il neoeletto, il commentatore permanente e il cittadino comune che sui social network trova un palcoscenico quotidiano per giudicare tutto e tutti. La differenza è che, quando questa dinamica si manifesta nei ruoli apicali, gli effetti non restano confinati alla vanità personale, ma diventano segnali diplomatici, rotture simboliche, offese nazionali e modelli imitabili.

In questa cornice si inseriscono le parole pronunciate da Trump dopo il G7 a Évian-les-Bains. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trmp, cioè della maggiore potenza economica e militare occidentale, ha raccontato in un’intervista televisiva che la premier italiana Giorgia Meloni lo avrebbe implorato per avere una foto con lui e che lui avrebbe acconsentito perché gli avrebbe fatto pena. La premier ha risposto subito, definendo la ricostruzione totalmente inventata, dicendosi allibita e aggiungendo che né lei né l’Italia implorano. La frase ha avuto un peso politico, ma anche psicologico, perché ha trasformato un rapporto tra capi di governo in una scena di presunta superiorità personale.

La dinamica appare evidente: chi parla non si limita a contestare una posizione politica, ma prova a ridimensionare l’altra persona, a rappresentarla come bisognosa, subordinata, quasi mendicante di riconoscimento. In questo sta il tratto più inquietante dell’episodio. Non è una divergenza su una guerra, su un dazio, su una scelta energetica o su una strategia internazionale. È un racconto di dominio. Il leader più potente si colloca al centro della scena e descrive l’interlocutrice come figura dipendente dal suo sguardo, dalla sua concessione, dal suo consenso.

Qui emerge anche una componente misogina, non necessariamente perché ogni attacco a una donna sia automaticamente tale, ma perché il linguaggio usato richiama un antico schema culturale: la donna al potere viene riportata alla dimensione del bisogno, del favore ricevuto, della legittimazione concessa da un uomo più forte. In questo senso, una difesa generica ma civile della Meloni è necessaria se non anche ineluttabile anche per chi non condivide la sua linea politica. Non si difende soltanto una leader di Governo, ma il principio generale che una donna al vertice delle istituzioni non può essere pubblicamente ridotta a figura supplichevole senza che ciò colpisca anche la dignità collettiva. Insomma il presidente Trump pare avere dato fiato anche ad un riflesso misogino, una reazione istintiva, spesso radicata in pregiudizi culturali, che porta a sminuire, giudicare o osteggiare le donne in modo automatico, non si tratta necessariamente di odio dichiarato, ma di risposte comportamentali inconsce, come interrompere una donna o dubitare delle sue capacità.

Il supposto atteggiamento misogino diviene ancora più confermato in quegli ambienti politicamente altolocati se si guarda pure al modo in cui paradossalmente la stessa Meloni ha scelto, sin dall’inizio del suo mandato, di rapportarsi al genere grammaticale della carica. Nel 2022 Palazzo Chigi indicò l’uso di “il Presidente del Consiglio”, formula maschile applicata alla prima donna arrivata a guidare il Governo italiano. Lei poi attenuò la polemica sostenendo che ognuno potesse chiamarla come preferiva, anche Giorgia. Tuttavia quella scelta conserva un valore simbolico, poiché in un Paese dove il potere è stato per secoli rappresentato al maschile, persino una donna al vertice può sembrare più legittimata se nominata con il lessico tradizionale degli uomini. Da queste pagine, sin dall’inizio e con qualunque rappresentanza femminile, abbiamo sostenuto, anticipando peraltro anche l’orientamento dell’Ordine dei giornalisti, che quando il ruolo è ricoperto da una donna il lessico debba essere declinato al femminile. Siamo nel 2026, in Europa e in Italia, aree democratiche, civili, occidentali e progressivamente più libere da anacronistici concetti secolari e da vecchi condizionamenti culturali. Ciò non significa stimare una donna a prescindere, perché sarebbe una discriminazione nei confronti dell’uomo e, al tempo stesso, un’eccessiva idealizzazione del mondo femminile. Il principio che deve prevalere è invece quello del rispetto verso ogni essere umano e, più in generale, verso ogni vivente, salvo poi modificare il giudizio in base ai comportamenti di ciascuno, soprattutto quando risultino illeciti o lesivi della dignità altrui.

Non si tratta quindi di una questione marginale o di una disputa da salotto linguistico. Il modo in cui si nomina il potere contribuisce a dire chi viene riconosciuto come naturalmente adatto a esercitarlo. Se “la presidente” appare ad alcuni meno autorevole di “il presidente”, il problema non è grammaticale, ma culturale. Significa che il femminile continua a essere percepito, almeno da una parte della società, come una diminuzione, una concessione identitaria o una forma di fragilità espositiva, persino quando sostenuto da merito e competenza. Per questo l’offesa di Trump e la scelta italiana dell’appellativo, seppure non sono fatti identici, si muoverebbero nello stesso campo simbolico: quello di una femminilità ancora costretta a difendersi dall’idea di rappresentare un potere minore.

Sul piano psicologico, l’episodio non ci autorizza a lanciarci in diagnosi cliniche, poiché attribuire patologie o dipendenze soggettive oppure condizioni personali senza competenze e soprattutto prove, sarebbe scorretto e temerario. Purtroppo sembra invece divenuta una prassi semplicistica nella generale informazione e comunicazione che implicitamente rischia di influenzare l’accrescersi dell’approssimazione nel dibattito pubblico. È però possibile leggere il fenomeno in termini di narcisismo sociale, di cultura della performance, di bisogno permanente di conferma e di teatralizzazione dell’Autorità. Il leader contemporaneo non si limita più a governare, ma deve apparire invincibile, superiore, immediatamente riconoscibile e capace di occupare la scena. Quando questa esigenza diventa assoluta, l’altro non è più un interlocutore, ma un oggetto utile a rafforzare il proprio racconto.

È qui che l’ego diventa pericoloso. Non perché l’autostima sia negativa in sé, ma perché, senza misura, si trasforma in pretesa di centralità continua. Il capo politico o di altro, si comporta come un protagonista permanente. Il pubblico viene spinto a reagire come una curva da stadio. Gli avversari diventano nemici, gli alleati diventano comparse, le donne potenti diventano figure da mettere alla prova, i fatti cedono il posto alla narrazione più utile e la coscienza critica viene lentamente addormentata dalla ripetizione di slogan, immagini e conflitti costruiti.

In Italia la reazione è stata ampia. Il presidente Mattarella ha telefonato alla premier Meloni per manifestarle solidarietà. Il ministro degli esteri Tajani ha annullato la missione negli Stati Uniti. I ministri Crosetto, Salvini e altri esponenti della Maggioranza hanno respinto l’attacco, mentre anche dall’Opposizione seppure alcuni con forme diverse, sono arrivati giudizi duri nei confronti di Trump. La segretaria nazionale del Paritio Democratico Schlein, ha parlato di insulti inaccettabili contro il Governo del Paese. Il leader del M5S Conte, ha denunciato una mortificazione per l’Italia. Quello di Azine Calenda, ha definito il presidente americano un bullo da operetta e diversi commentatori hanno colto nella vicenda la fine dell’illusione di un rapporto privilegiato e stabile con lui. La convergenza solidale non cancella le distanze politiche interne, ma mostra che esistono momenti nei quali il rispetto peronale e tanto più istituzionale precede la polemica di parte.

Resta però un problema più profondo. Ogni giorno, sui media e sulle piattaforme digitali, si alternano tuttologi che giudicano presidenti, premier, guerre, economie, psicologie personali e destini del mondo con una sicurezza spesso sproporzionata rispetto alle conoscenze reali di cui spesso si possa disporre (casi come Russia e Cina sono notoriamente significative). Le analisi diventano diagnosi, le opinioni si travestono da verità, le appartenenze politiche anticipano le conclusioni e la complessità viene ridotta a etichette comode. Così Trump, Putin, Macron, Meloni e qualunque altro vertice pubblico diventano personaggi di una rappresentazione permanente, più che soggetti da comprendere dentro contesti storici, sociali e istituzionali.

Questo meccanismo non nasce solo dall’alto. È alimentato anche dal basso, da una società che chiede continuamente semplificazioni, appartenenze nette, nemici riconoscibili e conferme emotive. La regressione collettiva consiste proprio in questo: non si approfondisce più per capire, ma si cerca ciò che rafforza il proprio recinto mentale. Il cittadino si illude di essere libero mentre viene guidato da impulsi, slogan, paure, risentimenti e desiderio di appartenenza. L’ego personale si fonde con l’ego del gruppo e il risultato è una folla connessa ma sempre meno riflessiva.

In questo scenario, anche la tecnologia ha un ruolo decisivo. L’intelligenza artificiale, cioè la capacità di sistemi informatici di generare testi, immagini, analisi e risposte simulando alcune funzioni cognitive umane, apre possibilità enormi, ma amplifica pure il rischio di una comunicazione senza profondità. Se usata come strumento critico può aiutare a ricostruire fatti, date, documenti e nessi storici. Se usata come moltiplicatore di impulsi può invece accelerare disinformazione, vanità, manipolazione emotiva e produzione infinita di contenuti privi di verifica.

Forse servirebbe un lavoro comune tra storici, studiosi della mente, sociologi, giuristi e persone capaci di collegare il presente al passato senza nostalgia e senza propaganda. L’umanità non è nuova alla seduzione del capo, alla retorica dell’uomo forte, alla folla che applaude l’eccesso e alla fragilità nascosta dietro la potenza. La novità è la velocità tecnologica con cui oggi tutto questo si diffonde, si replica e si trasforma in identità collettiva. Prima un delirio restava confinato a un palco. Oggi può attraversare il pianeta in pochi secondi.

Il punto conclusivo è che l’offesa alla Meloni non riguarda soltanto Giorgia, né soltanto Trump. Riguarda un modello di potere che umilia per affermarsi, un sistema mediatico che amplifica lo scontro, una cultura pubblica che fatica a riconoscere il valore del limite e una società che confonde l’energia con la sopraffazione. La premier italiana può essere contestata nelle sue scelte, nelle sue alleanze e nelle sue contraddizioni, ma non ridotta a caricatura servile. E una donna che guida un Governo dovrebbe poter essere chiamata anche “la presidente” senza che il femminile sembri sottrarle autorità.

Il disturbo del secolo, allora, non è soltanto l’ego dei potenti, ma l’adorazione diffusa dell’ego come misura della riuscita. Finché politica, istituzioni, categorie, media e cittadini continueranno a premiare chi urla, chi domina, chi insulta, chi semplifica e chi occupa la scena, sarà difficile tornare mantenere una condizione di civiltà moderna. Fino a quando reggerà questo inquietante generale teatro non è dato saperlo. Ma ogni volta che un capo di Stato usa la propria posizione per umiliare un’alleata, e ogni volta che una società lo trasforma in spettacolo, si vede più chiaramente la soglia verso cui stiamo andando e che potrebbe trasformarsi in un non ritorno.

Immagine realizzata con Ia.