Sintesi
Il narcisismo politico moderno, dalle presidenze delle potenze mondiali, ai nostrani Governi e Parlamenti, europei, nazionali e regionali, fino allo sgabello del più piccolo Ente locale, emerge dall’interazione tra dinamiche psicologiche, trasformazioni culturali e impatto dei media digitali che favoriscono visibilità e radicalizzazione. Il fenomeno appare trasversale e senza distinzione di età, estrazione, titolo e genere, coinvolgendo diverse fasce sociali e livelli, mascherando dissonanze cognitive profonde con atteggiamenti arroganti e insofferenti, mentre alimenta per fini elettorali l’esaltazione o sfruttamento delle attese popolari attraverso la propaganda (influenzando le opinioni, le emozioni, gli atteggiamenti e i comportamenti di gruppi sociali per raggiungere obiettivi politici predeterminati se non anche dissimulati) e la demagogia (pratica politica volta a ottenere il consenso delle masse con promesse e prospettive all’atto pratico astratte). Studi empirici collegano anche l’uso dei social all’aumento dei tratti egocentrici e simulati. Valutazioni recenti evidenziano come il narcisismo collettivo alimenti populismi e rafforzi strategie di consenso. In assenza di una disciplina giuridica specifica, il tema resta oggetto di analisi sociologica e psicologica, ma assume ormai un ruolo centrale nella comprensione della politica contemporanea.

Articolo
Il narcisismo nella politica contemporanea, dalle Super potenze, ai Governi e Parlamenti autoctoni quali europei, nazionali, regionali fino Amministrazioni locali, si configura di tutta evidenza come il risultato di un intreccio articolato tra fattori psicologici, mutamenti culturali e trasformazioni tecnologiche, sviluppatosi progressivamente nel tempo e documentato anche da contributi teorici e verifiche empiriche. Le radici concettuali possono essere ricondotte in termini sintetici agli studi dello psicologo polacco Andrzej Łobaczewski che, negli anni 80 del Novecento, elaborò il concetto di patocrazia, ovvero un sistema di potere dominato da individui con tratti patologici come narcisismo, psicopatia e assenza di empatia (in sostanza, una generalizzata schiera umana patologica, affetta da disturbi della personalità, quali psicopatia, narcisismo maligno o sociopatia, che prende il controllo di una società). Tale teoria, maturata nel contesto storico del secondo dopoguerra e diffusa successivamente a livello internazionale, descrive una degenerazione della governance trasformata in una forma di “malattia del potere” oggi più che mai, di tutta evidenza, pure a tutti i livelli e fasce sociali, amplificata dall’avvento dei globali social digitali.

Il palese fenomeno si manifesta in modo trasversale, senza distinzioni di età, estrazione sociale, titolo di studio o genere, toccando visibilmente tutte le fasce e livelli della società. Dietro atteggiamenti evidenti: discordanti, compiacenti e insofferenti, si nascondono comunemente profonde dissonanze cognitive (in parole semplicistiche, un meccanismo mentale che ci porta a mentire persino a noi stessi quando l’interiorità dei nostri pensieri, credenze o valori entrano in conflitto con le nostre esteriori parole, comportamenti e azioni), oggi il modo lapaissiano, oltremodo diffusesi ed emulate: individualmente e collettivamente, con l’avvento dei mondiali social network. Parallelamente per scopi elettorali viene sistematicamente alimentato lo sfruttamento delle aspettative popolari attraverso due strumenti principali: la propaganda, che mira a influenzare opinioni, emozioni, atteggiamenti e comportamenti per raggiungere obiettivi politici prestabiliti, anche occulti e la demagogia, che ottiene consenso offrendo promesse e prospettive seducenti ma sostanzialmente astratte e irrealizzabili.

In Italia, questa chiave interpretativa è stata progressivamente ripresa e adattata. Già nel 2013 il sociologo Stefano Allievi definiva il narcisismo come una “psicopatologia della politica”, individuando una deriva culturale fondata sull’autocelebrazione e sulla costruzione simbolica del consenso. Nel 2018 lo storico Giovanni Orsina, nel volume La democrazia del narcisismo, breve storia dell’antipolitica, ha descritto l’evoluzione dei sistemi democratici moderni evidenziando come i meccanismi di rappresentanza siano sempre più influenzati da logiche di auto-promozione e polarizzazione, spesso sintetizzate nella contrapposizione “amico-nemico”.
Nello stesso anno, uno studio congiunto tra Università Statale di Milano e Swansea University (un’importante università di ricerca nel Galles meridionale situato nella parte sud-occidentale del Regno Unito) ha fornito un riscontro empirico rilevante, dimostrando che l’uso intensivo dei social media, in particolare attraverso contenuti visivi come immagini e autoritratti digitali (selfie, autoscatto), può determinare un incremento dei tratti narcisistici pari al 25% in un arco temporale di 4 mesi. Questo dato suggerisce che la costruzione dell’identità pubblica nei contesti digitali non solo riflette ma amplifica tali caratteristiche, rendendole funzionali alla visibilità e alla competizione politica.
Il quadro teorico trova un precedente significativo nella riflessione dello storico e sociologo Christopher Lasch, autore nel 1979 de La cultura del narcisismo, in cui descriveva una società orientata all’immagine, all’autoaffermazione e alla ricerca costante di attenzione. Questa impostazione appare oggi rafforzata dal ruolo dei media digitali che privilegiano contenuti estremi e spettacolarizzati, incentivando comportamenti comunicativi improntati alla visibilità più che alla sostanza.
Nel dibattito italiano recente, il filosofo Umberto Galimberti ha sottolineato come il narcisismo contemporaneo rappresenti spesso una forma di compensazione di fragilità profonde, in cui l’arroganza e l’esibizione pubblica funzionano come meccanismi difensivi. Analogamente, interventi pubblici come quello dell’attore e intellettuale Moni Ovadia, intervenuto nel 2025 in sede istituzionale, hanno evidenziato la trasformazione della politica in un palcoscenico permanente, dove la visibilità e l’impatto emotivo prevalgono sulla complessità del dibattito.
Un ulteriore elemento di analisi riguarda il cosiddetto “narcisismo collettivo”, concetto sviluppato in ambito psicologico per indicare la convinzione che il proprio gruppo sia superiore ma non adeguatamente riconosciuto. Tale dinamica, confermata da ricerche accademiche recenti sui comportamenti elettorali, contribuisce ad alimentare fenomeni populisti trasversali, rafforzando identità contrapposte e semplificazioni ideologiche.
Dal punto di vista normativo, l’ordinamento italiano non prevede una disciplina specifica che regoli i tratti psicologici dei leader politici, trattandosi di un ambito extragiuridico. Le norme vigenti intervengono esclusivamente su aspetti indiretti come la diffamazione, l’hate speech (incitamento all’odio) e la trasparenza del finanziamento politico. La giurisprudenza non affronta il narcisismo come categoria autonoma, ma si limita a valutare le condotte rilevanti sotto il profilo penale o civile.
L’analisi convergente di studi teorici, dati empirici e interventi pubblici mostra come il narcisismo politico non rappresenti un’anomalia episodica ma una sorta di degenerazione strutturale delle democrazie contemporanee. Un evento diffuso e senza differenze di anni, origine, istruzione e sesso, che abbraccia vari strati sociali e ceti, celando vulnerabilità radicate con comportamenti egocentrici. Studi empirici collegano anche l’uso dei social all’aumento dei tratti egocentrici. La combinazione tra esposizione mediatica, competizione per l’attenzione e fragilità identitarie produce un ambiente in cui l’autoaffermazione diventa una condizione quasi necessaria per l’accesso e la permanenza nel potere, ridefinendo profondamente il rapporto tra cittadini, istituzioni e leadership.
La storia politica e umana conferma che leader con spiccati tratti narcisistici o narcisismo patologico, hanno spesso condotto le rispettive comunità se non anche i propri popoli, verso crisi profonde, conflitti o disastri economici. Nel secolo della globalizzazione, potrebbero anche spingere ad oltrepassare qualche soglia di non ritorno civile nel mondo degli umani. La combinazione di grandiosità, mancanza di empatia, delirio di peculiare missione, venalità incarnata e bisogno compulsivo di ammirazione, porta ovunque tali leader a prendere decisioni rischiose, a ignorare i consigli esperti e a manipolare la realtà per mantenere il potere.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









