Sintesi
Negli ultimi decenni il sistema giudiziario italiano è stato interessato da numerose riforme legislative, interventi organizzativi e consultazioni referendarie finalizzate a migliorarne efficienza, imparzialità e tempi di risposta. Anche dopo il dibattito politico e istituzionale culminato nelle consultazioni referendarie del 2026, una parte significativa dell’opinione pubblica continua tuttavia a percepire la giustizia come lenta, complessa e onerosa. L’accesso ai tribunali comporta spesso costi rilevanti legati ad avvocati, contributo unificato, consulenze tecniche, perizie e altri adempimenti processuali. Nei procedimenti più articolati i tempi possono protrarsi per molti anni attraverso diversi gradi di giudizio fino al passaggio in giudicato della sentenza. A ciò si aggiungono periodiche polemiche sui rapporti tra magistratura e politica, alimentate da incarichi istituzionali, candidature elettorali e vicende che hanno coinvolto il Consiglio Superiore della Magistratura. Nonostante gli interventi normativi introdotti negli ultimi anni per accelerare i processi e rafforzare la trasparenza, associazioni forensi, rappresentanti delle imprese e osservatori indipendenti continuano a indicare nella riduzione dei tempi, nella semplificazione delle procedure e nel contenimento dei costi le principali sfide ancora aperte. Sul piano costituzionale resta fermo il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura, mentre il confronto politico e istituzionale di Governo e Parlamento, sulla riforma della giustizia, di fatto e da tempo, continua a occupare un indolente dibattito pubblico nazionale. Vanno rammentate le parole di quasi 40 anni addietro attribuite al Magistrato Paolo Borsellino, ancora odierne, il quale evidenziava che Cosa Nostra prospera quando lo Stato e la giustizia non danno risposte concrete, permettendo all’organizzazione criminale di proporsi come mediatrice e protettrice.

Articolo
La giustizia italiana continua a rappresentare uno dei temi più discussi e controversi della vita pubblica nazionale. Nonostante decenni di riforme, interventi legislativi, modifiche organizzative e programmi finanziati anche nell’ambito del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), una parte consistente dei cittadini continua a percepire il sistema giudiziario come eccessivamente lento, burocratico e costoso.

Il dibattito è tornato ad intensificarsi dopo le consultazioni referendarie del 2026 e dopo i numerosi interventi normativi che negli ultimi anni hanno interessato sia il processo civile sia quello penale. Tuttavia, secondo molte associazioni professionali, organizzazioni imprenditoriali e rappresentanti dei consumatori, le criticità strutturali non risultano ancora superate.

Per chi decide di intraprendere un’azione giudiziaria o di difendersi in tribunale, il percorso può comportare costi significativi. Oltre alle parcelle dei legali, occorre sostenere il pagamento del contributo unificato, delle consulenze tecniche, delle perizie, delle eventuali controperizie e delle attività affidate ai CTU (Consulenti Tecnici d’Ufficio) nominati dal Giudice. In alcuni procedimenti penali si aggiungono inoltre le consulenze disposte dal Pubblico Ministero e le ulteriori spese necessarie alla produzione della prova.
La durata dei procedimenti continua a rappresentare uno dei principali motivi di insoddisfazione. Sebbene le statistiche del Ministero della Giustizia evidenzino negli ultimi anni una progressiva riduzione dell’arretrato in diversi uffici giudiziari, numerose controversie civili particolarmente complesse, così come alcuni processi amministrativi e penali, continuano a richiedere tempi molto lunghi prima di arrivare a una decisione definitiva passata in giudicato.
Questa situazione alimenta una percezione diffusa secondo cui l’accesso effettivo alla tutela giudiziaria risulti più agevole per soggetti economicamente solidi, grandi aziende, enti organizzati e realtà dotate di adeguate risorse finanziarie. Al contrario, famiglie, pensionati, lavoratori autonomi e piccole imprese lamentano spesso difficoltà nel sostenere i costi e i tempi necessari per affrontare una controversia giudiziaria.
Il Magistrato Paolo Borsellino, assassinato nella strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992 insieme agli agenti della sua scorta, aveva più volte spiegato che Cosa Nostra cresce e si rafforza quando lo Stato e la giustizia non riescono a fornire risposte tempestive ed efficaci ai cittadini. In queste condizioni, anche l’organizzazione mafiosa tende a presentarsi come un’autorità alternativa, offrendo una forma di “giustizia” privata e distorta che si sostituisce alle istituzioni. Nei suoi interventi pubblici e negli incontri con gli studenti, Borsellino evidenziava come la vera forza della mafia non risieda soltanto nella violenza, ma soprattutto nel consenso sociale e nella capacità di insinuarsi negli spazi lasciati vuoti dalla legalità, proponendo soluzioni rapide a problemi reali e alimentando così una pericolosa percezione di efficienza rispetto allo Stato. Una frase a lui atribuita riportata sulla Rete e tutt’ora di tutta notorietà ancora odierna: La mafia è una istituzione alternativa che opera sul territorio ponendosi in alternativa allo stato, non lottando con lo stato andando all’assalto dei palazzi comunali o dei palazzi delle regioni, ma cercando di conquistarli dall’interno con il sistema della collusione, della corruzione, della contiguità. Esiste perché ha consenso, perché dove lo stato è debole o non si sa presentare con la forza imparziale delle leggi, il consenso non va allo stato, va a qualcuno che risolve i problemi o che può risolvere i problemi in modo alternativo allo stato. Perché la forza della mafia si basa soprattutto su questo. La forza della mafia si basa sulla capacità di offrire o di apparire offerente di servigi che lo stato non riesce a dare. E basta pensare, e ogni siciliano lo sa, alla giustizia, la mafia appresta anche il servizio di giustizia. Perché qualsiasi siciliano sa che è inutile ricorrere ad un tribunale per riscuotere una cambiale non pagata, perché la causa si vincerà fra dieci anni.
Alle questioni legate all’efficienza si affiancano quelle riguardanti il rapporto tra Magistratura e Politica. Negli ultimi anni il dibattito pubblico è stato frequentemente alimentato dalle discussioni sugli incarichi governativi ricoperti da magistrati, sulle candidature politiche di esponenti delle toghe e sul fenomeno delle cosiddette “porte girevoli”, cioè il passaggio tra incarichi giudiziari e ruoli politici o amministrativi. Le vicende che hanno coinvolto il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), organo di autogoverno della magistratura previsto dall’articolo 104 della Costituzione, hanno ulteriormente accresciuto il confronto tra sostenitori e critici dell’attuale assetto istituzionale.
Dal punto di vista normativo, negli ultimi anni il legislatore è intervenuto con la riforma Cartabia, con le misure collegate al PNRR e con ulteriori modifiche procedurali finalizzate a ridurre i tempi della giustizia e ad aumentare l’efficienza degli uffici giudiziari. La Corte Costituzionale e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo hanno inoltre più volte ribadito il principio della ragionevole durata del processo quale componente essenziale del diritto alla tutela giurisdizionale.
Resta comunque aperta la discussione sull’effettiva capacità delle riforme di incidere sulle criticità storiche del sistema. Una parte della dottrina giuridica, del mondo forense e delle organizzazioni economiche ritiene che gli interventi finora adottati abbiano prodotto miglioramenti parziali ma non ancora sufficienti a modificare radicalmente il funzionamento della macchina giudiziaria.
Il confronto politico continua pertanto a ruotare attorno a temi ricorrenti: la responsabilità dei magistrati, la riduzione dei tempi processuali, la digitalizzazione degli uffici, la semplificazione procedurale e il contenimento dei costi di accesso alla giustizia.
Sul piano costituzionale, tuttavia, rimangono invariati i principi di autonomia e indipendenza della magistratura sanciti dagli articoli 101, 104 e seguenti della Costituzione. Proprio il difficile equilibrio tra efficienza, garanzie processuali e indipendenza dell’ordine giudiziario continua a rappresentare uno dei nodi più complessi della vita istituzionale italiana.
A distanza di molti anni dalle prime grandi riforme della giustizia e nonostante i numerosi interventi succedutisi nel tempo, la richiesta più frequente proveniente da cittadini, professionisti e imprese resta la stessa: ottenere una giustizia più rapida, meno onerosa, maggiormente comprensibile e realmente accessibile a tutti, indipendentemente dalla condizione economica o dal ruolo sociale di chi chiede tutela davanti alla legge.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









