È accaduto durante una conferenza stampa del Festival di Sanremo, nei giorni della kermesse, quando le Bambole di Pezza, prima band punk interamente femminile in gara, si sono confrontate con la stampa.

C’è un momento preciso in cui capisci che una discussione non è neutra. È quando chi fa la domanda non sta cercando una risposta, ma una conferma del proprio punto di vista. È quello che è successo durante la conferenza stampa di Bambole di Pezza, prima band punk interamente femminile a salire sul palco del Festival di Sanremo, e dichiaratamente femminista.

A una band che porta testi politici, identitari e radicalmente contemporanei, viene chiesto se il femminismo non sia ormai “superato”. Non in senso storico o culturale, ma come se fosse un vezzo ideologico, una moda fuori tempo massimo. La premessa implicita è sempre la stessa: se esistiamo, allora il problema è risolto.

La risposta delle Bambole di Pezza è stata lucida, misurata, fin troppo elegante per il contesto. Hanno ricordato che femminismo non significa contrapposizione, ma richiesta di parità; non guerra ai maschi, ma costruzione di una società più giusta. Un concetto semplice, che dovrebbe essere patrimonio comune. E invece no.
Perché il problema non era la risposta. Il problema era la necessità di ribadire che la parità esiste già. Che la società non è patriarcale. Che “a casa mia comanda mia moglie”. Frasi che non dimostrano nulla, se non quanto il potere venga ancora confuso con il controllo domestico, e la giustizia sociale con l’aneddoto personale.
È qui che il discorso si svela per quello che è: non un confronto, ma una resistenza. La resistenza di chi vive il femminismo come un’accusa invece che come una richiesta di equità. Di chi scambia l’eccezione per la regola e il privilegio per normalità.
Quando Caterina Kaj Dolci risponde che non si tratta di “comandare in casa”, ma di avere potere ovunque, sposta l’asse del discorso dove dovrebbe stare da sempre: nello spazio pubblico, nel lavoro, nella rappresentazione, nelle opportunità. Non nella cucina, non nel salotto, non nella retorica rassicurante del “da noi funziona”.
Dire che il femminismo è superato mentre si tenta di zittirlo, ridimensionarlo o ridicolizzarlo è una contraddizione evidente. Se fosse davvero inutile, non farebbe così paura. Se fosse davvero archiviato, non ci sarebbe bisogno di difendersi con frasi fatte.
Il femminismo non è superato.
È ancora necessario.
E soprattutto, è ancora profondamente scomodo.
Ed è proprio per questo che serve.
Vice direttrice di Mediterranea24, giornalista pubblicista. Docente di Musica e di Sostegno nella scuola pubblica e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo per la formazione degli insegnanti specializzandi sul sostegno. Laureata in Psicologia Comportamentale e Cognitiva Applicata, con una solida formazione accademica in ambito musicale e tecnologico. Coreografa e professionista della danza, ha maturato una lunga esperienza nella didattica artistica e coreutica. Ha lavorato come corrispondente e giornalista televisiva per la TV regionale, curando servizi e approfondimenti per Futura Production su Messina e la Costa Ionica. Scrittrice, è autrice del romanzo contemporaneo Ghost Love – Tra noi niente eppure tutto. Si occupa di cultura, educazione, inclusione e territorio.









