Sintesi
L’articolo sviluppa una mera ampia riflessione sul buon senso come capacità adattiva condivisa tra esseri umani e animali, mostrando come esperienza, memoria e valutazione oggettiva favoriscano maturazione e consapevolezza, mentre l’epoca attuale umana appare sempre più velata da una sorta di regressione diffusa caratterizzata da illogicità, superficialità e dissonanza cognitiva persino estrema, amplificata dalla polarizzazione delle presunte appartenenze e dai potenziamenti virali dei media e social, una condizione che risulta funzionale a sistemi politici autoreferenziali, democrazie leaderistiche e potentati economici finanziari, capaci di prosperare sull’erosione del pensiero critico, sull’apatia collettiva, sull’impotenza forzosa della partecipazione democratica, sul timore di varie conseguenze e sulla frammentazione delle credenze, contribuendo al peggioramento della qualità della democrazia, all’indebolimento dei meccanismi di controllo pubblico e all’aumento della corruzione e criminalità sparsa, rendendo improcrastinabile un recupero di coscienza realistica e contemporanea prima di una potenziale soglia di non ritorno (già significativo il crescente astensionismo elettorale con punte anche di oltre il 50%). L’autore esprime una sommessa indicazione: Lo Stato e quindi la Politica e le Istituzioni, dovrebbero formare urgentemente i nostri ragazzi: “argilla fresca”; al presente, al moderno, al progresso, limitando eventuali anacronistiche nostalgie e ideologie che erano rispettabilissimi in tempi ormai trascorsi, mentre per noi adulti, spesso come “cemento asciutto” nonché genitori a volte “figli solo cresciuti esteriormente”, gradualmente, goccia dopo goccia, ma quotidianamente, aggiornarci la mente, rendendoci almeno culturalmente più “umettati”, attraverso una ristrutturazione moderna, delicata e paziente.


Articolo
La ragionevolezza, intesa come facoltà di orientarsi nel reale attraverso l’esperienza, la memoria e la valutazione concreta delle situazioni, non è un’esclusiva dell’essere umano ma si manifesta in una certa misura, variabile da una specie all’altra, anche nel mondo animale. Un esempio emblematico è rappresentato dalle matriarche degli elefanti, che guidano il gruppo verso risorse vitali durante le siccità facendo leva su ricordi collettivi empirici sedimentati nel tempo. Questo comportamento adattivo, documentato pure da numerosi studi etologici sulle strutture sociali matriarcali anche umane, dimostra come la sopravvivenza derivi spesso da una conoscenza accumulata, condivisa, trasmessa e con il mutare dello spazio e del tempo. Nell’essere umano tale processo si arricchisce di una potente dimensione riflessiva ulteriore data dal nostro evoluto cervello, poiché la maturazione passa anche dall’esercizio continuo del pensiero critico e dalla capacità di elaborare, creare e immaginare persino all’infinito correggendo pure travisamenti percettivi, quando la vita consente di affrontare più volte situazioni analoghe.

Nonostante questa fantastica potenzialità evolutiva (tra l’altro forse unica nel mondo animale e avvenuta anche in brevissimo tempo, pochi secondi se raffrontata all’esistenza della vita complessa sulla Terra stimata in circa 550 milioni di anni: ne parleremo in un altro specifico articolo), pare osservarsi recentemente una tendenza opposta, una sorta di involuzione collettiva segnata da incoerenza logica, approssimazione argomentativa e dissonanza cognitiva accentuata. Con quest’ultima espressione si indica uno stato di disagio psicologico che emerge quando idee, valori o informazioni contrastanti vengono rifiutati o ignorati per preservare convinzioni pregresse, generando un conflitto interiore che la mente tenta di ridurre attraverso razionalizzazioni e giustificazioni. In pratica quel meccanismo mentale che ci porta a mentire persino a noi stessi quando l’interiorità dei nostri pensieri, credenze o valori entrano in conflitto con le nostre esteriori parole, comportamenti e azioni, così finendo di fatto per avvitarci nel mendace ed egocentrismo. Il concetto fu teorizzato nel 1957 da Leon Festinger, psicologo e sociologo statunitense nato a New York l’8 maggio 1919 e morto l’11 febbraio 1989, noto per avere elaborato la teoria della dissonanza cognitiva e la teoria del confronto sociale, superando il paradigma comportamentista dello schema “stimolo-risposta” e dimostrandone l’inadeguatezza nella comprensione del comportamento umano. Oggi questo fenomeno appare fortemente amplificato dalla polarizzazione sociale e dalla frammentazione delle credenze, che spingono individui e comunità a rifugiarsi in narrazioni autoreferenziali, evitando il confronto e irrigidendo le posizioni.
La dissonanza cognitiva si manifesta come tensione emotiva, senso di colpa o imbarazzo, incoerenza tra pensiero e comportamento e conflitto interno tra credenze contrapposte. Per ridurre questo disagio la mente tende a modificare il comportamento, a cambiare convinzioni, ad aggiungere giustificazioni, a sminuire l’importanza del conflitto o a evitare informazioni discordanti, un meccanismo ben rappresentato dall’esempio classico della favola della volpe che, non riuscendo a raggiungere l’uva, si convince che sia acerba per ristabilire una coerenza interna.
Questa dinamica individuale, traslata sul piano collettivo, alimenta una regressione cognitiva sociale che può essere descritta come un arretramento nel modo di pensare e di relazionarsi, soprattutto in condizioni di stress, ansia, frustrazione, insofferenza, invidia, insuccesso o pressione continua. In termini semplici, la regressione cognitiva indica la perdita temporanea o progressiva di abilità mentali precedentemente acquisite, come memoria, attenzione, linguaggio e capacità di ragionamento complesso. Sul piano sociale essa si traduce in riduzione dell’empatia, difficoltà di interazione, isolamento, aggressività o dipendenza emotiva, con un ritorno a modalità più primitive e meno elaborate di gestione della realtà.
Studi recenti del periodo 2024-2025, pubblicati su Communications Psychology e Nature Reviews Psychology, entrambe riviste del Nature Portfolio, divisione della casa editrice scientifica internazionale Springer Nature, confermano questa tendenza, collegando l’aumento della polarizzazione politica a modelli di pensiero manipolato simili alle distorsioni cognitive associate a stati di ansia e depressione, con un progressivo impoverimento della razionalità linguistica e del confronto aperto. Questa regressione cognitiva favorisce un sistema politico-istituzionale trasversalmente leaderistico e permeabile alla corruzione e altro, che si alimenta dell’apatia e della confusione collettiva.
Rapporti come il Democracy Index 2024 e l’Indice di Percezione della Corruzione di Transparency International evidenziano un deterioramento globale della qualità democratica e un incremento percepito della corruzione nelle democrazie indebolite. In Italia, ad esempio, le inchieste per corruzione nel 2025 risultano quasi raddoppiate rispetto al 2024, con una conseguente riduzione dei meccanismi di responsabilità e controllo pubblico. Si consolida così anche un assetto che tende a raccontare incessantemente il passato evitando il confronto con il presente, sostenuto da fidelizzate platee trasversali per età, provenienza, titolo di studio e genere. In questo contesto la dissonanza cognitiva diventa uno strumento di conservazione del potere e della poltrona fino allo strapuntino, in quanto per convenienza elettorale, di affermazione e remunerativa, si manipola anche la realtà, ma così anche riducendo implicitamente, tra l’altro, la capacità di controllo democratico, favorendo pratiche corruttive, rafforzando potentati economici e organizzazioni criminali.
Un contributo interpretativo rilevante proviene dalle analisi di Cass Robert Sunstein, professore presso la Harvard Law School, Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Harvard, e fondatore del Program on Behavioral Economics and Public Policy, un programma dedicato all’economia comportamentale e alle politiche pubbliche. Nei suoi studi sulla democrazia nell’epoca dei media digitali, Sunstein evidenzia come internet e le piattaforme online, seguendo il principio della sovranità dell’utente elettore e consumatore, moltiplicano ambienti informativi personalizzati che rafforzano le convinzioni individuali, aggiungo: di comunità, correnti, gruppi, fazioni e branchi. Gli algoritmi, notoriamente, selezionano contenuti affini alle preferenze dell’utente, generando fenomeni come le echo chamber, tradotte come “camere dell’eco” o “camere di risonanza”, e le filter bubble, ossia “bolle di filtraggio”, contesti nei quali l’esposizione a idee divergenti viene drasticamente ridotta.
Questo meccanismo, pur risultando efficace dal punto di vista commerciale e politico, compromette la democrazia deliberativa, intesa come processo di discussione pubblica orientato al bene comune. Il problema centrale risiede nella crescente indisponibilità degli individui a mettere in discussione le proprie convinzioni, tanto che persino l’esposizione a opinioni opposte tende al contrario a rafforzare le posizioni iniziali invece di aggiornarle, trasformando il confronto in uno scontro sterile, quasi da tifo da stadio con ognuno la rispettiva curva.
La regressione cognitiva contemporanea non rappresenta quindi un destino inevitabile, ma l’esito di scelte interessi culturali, tecnologiche, confessionali, economiche, politiche e istituzionali, spesso miopi e auto-celebrativi. Recuperare il buon senso significa ricostruire esperienze condivise, promuovere un’educazione critica solida e rafforzare i meccanismi di controllo democratico, formando le nuove generazioni alla comprensione del presente complesso e sin dai primi anni della scuola dell’obbligo, coinvolgendo implicitamente anche gli adulti, spesso altrettanto figli unicamente cresciuti anagraficamente. Solo così è possibile evitare che la società, privata della capacità di analisi e di confronto, scivoli nel medio o breve periodo verso una potenziale soglia di non ritorno (già eloquente il notevole astensionismo elettorale con percentuali che a volte hanno superato il 50%) perdendo quella coscienza pragmatica e contemporanea indispensabile per una sopravvivenza collettiva e per la tenuta stessa della democrazia.
Ma mentre per i giovani, come “argilla fresca”, si può ancora costruire una mentalità civile, aperta e aggiornata attraverso una formazione moderna e ragionata, noi adulti siamo spesso come “cemento asciutto“. Nel nostro caso di adulti, il lavoro non è più di costruzione, ma di ristrutturazione delicata e paziente. In parallelo, dovremmo avere il coraggio, noi adulti, di metterci in discussione, chiedendoci “e se mi sbagliassi ? E se ci sbagliassimo ?”. Quindi riconsiderare certe anacronistiche visioni, pregiudizi e abitudini rigide, seppure rispettabilissimi quando il sole girava intorno alla terra, in maniera di riallenare l’elasticità mentale, uscendo dalla zona di presunto comfort culturale e accogliere le novità civili senza un pregiudiziale timore e, soprattutto, dare l’esempio con coerenza, poiché i ragazzi guardano ciò che facciamo noi adulti molto più di ciò che riteniamo e diciamo.
Sempre riguardo noi adulti, lo Stato, dunque la Politica e le Istituzioni, invece di comunicarci di solito in modo paternalistico, con moralismo, sermoni e discorsi d’occasione, dovrebbero facilitare il predetto e giornaliero percorso di riammodernamento, valorizzando l’apprendimento continuo, anche mediante l’emittenza pubblica e via digitale (quindi corsi free agili – la formazione a pagamento degli ultimi anni, addirittura in luoghi specifici per corsi ed esami, quando siamo nell’era digitale e veloci collegamenti online, appare come una palese degenerazione politico-democratica italiana in forme di discriminazione economica e dissimulato razzismo sociale– riconoscimento dell’esperienza, informazione e formazione scientifica, tecnologica, civile, giurisprudenziale, linguistica, storica, europeista), favorendo anche spazi reali di confronto e associazionismo non monopolizzati e specialmente ridando il diritto democratico al cittadino di partecipare efficacemente alla Cosa pubblica, quanto meno del proprio Comune e non come ormai da alcuni decenni configurandolo ad una mera comparsa propositiva, così che l’individuo e la comunità possano sentirsi parte reale attiva e far sentire la propria voce. In pratica: meno assistenzialismo pseudo-clientelare, distrazioni (panem et circenses) e meno retorica (specialmente da palco estivo e mediatico); di contro più informazione e formazione diffusa, chiara e semplice (come se si stesse parlando ad un bambino di quinta elementare) su diritti, doveri, economia, scienza, psicologia e medicina attuale e senza propaganda né autoreferenze, accompagnata da vero empowerment: riconoscimento del merito, dell’impegno e del senso del dovere e doveroso dovere (quest’ultimo illustre misconosciuto).
Immagine creata con Ia (intelligenza artificiale)

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.







