Sintesi
Dopo il referendum sulla giustizia emerge la necessità di ricucire il dialogo istituzionale e affrontare criticità irrisolte. Il presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso richiama il rispetto dei principi fondamentali e denuncia l’assenza di interventi legislativi su temi sensibili come il fine vita. Si apre una fase di riorganizzazione nell’Associazione nazionale magistrati, mentre il clima tra Magistratura e Avvocatura resta teso. Le polemiche post voto evidenziano divisioni profonde e rischi di delegittimazione reciproca anche tra i Magistrati schieratisi per il Si o il No al referendum. Interventi autorevoli invitano alla sobrietà e al rispetto del ruolo istituzionale per evitare un deterioramento della fiducia pubblica.

Articolo
All’indomani del referendum sulla giustizia, il sistema istituzionale italiano si trova davanti a una fase di riassestamento complessa, segnata da richiami al dialogo e da tensioni ancora evidenti tra i diversi attori coinvolti. Nel suo intervento annuale sull’attività del 2025, Giovanni Amoroso ha sottolineato la necessità di “riannodare i fili” del confronto istituzionale, evidenziando come le criticità del sistema giudiziario richiedano risposte condivise e non contrapposizioni.

Nel ripercorrere cronologicamente l’attività della Corte Costituzionale, Amoroso ha ricordato che nel 2025 sono state pronunciate 219 decisioni, tra cui 160 giudizi incidentali e 36 giudizi in via principale, riguardanti il controllo di legittimità costituzionale delle norme. In continuità con la propria giurisprudenza (insieme delle decisioni interpretative dei Giudici), la Consulta ha ribadito che i principi fondamentali e supremi della Costituzione non possono essere alterati neppure attraverso leggi di revisione costituzionale, riaffermando così un limite invalicabile per il legislatore.

Particolare rilievo assumono i cosiddetti “moniti” (richiami formali della Corte al Parlamento), strumenti attraverso cui si sollecita l’intervento legislativo in presenza di criticità costituzionali. Tuttavia, come evidenziato dallo stesso Amoroso, tali richiami restano talvolta privi di seguito normativo, come nel caso della disciplina sul suicidio medicalmente assistito, ancora priva di una regolamentazione nazionale.
Sul piano politico-istituzionale, il periodo successivo al referendum ha segnato un punto di svolta nei rapporti tra Magistratura e Governo guidato da Giorgia Meloni. La vittoria del “No” ha infatti archiviato il progetto di riforma sostenuto dal centrodestra, aprendo una fase che tende a privilegiare il confronto rispetto allo scontro. In questo contesto, il ministero della Giustizia, attraverso il viceministro Francesco Paolo Sisto, ha manifestato la volontà di riavviare il dialogo con l’Associazione Nazionale Magistrati, puntando a “suturare le ferite” generate nei mesi precedenti.
Parallelamente, si registra una fase di riorganizzazione interna all’Associazione Nazionale Magistrati, segnata dalle dimissioni di Cesare Parodi e dall’avvio del processo per la nomina di una nuova guida. Tra i profili più accreditati emergerebbero: Rocco Maruotti (Pubblico Ministero presso la Procura di Rieti e Segretario generale dell’Anm); Chiara Salvatori (giudice a Roma e in Anm di Magistratura indipendente); Antonio D’Amato (nuovo procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Messina e presidente del Consiglio nazionale di Magistratura indipendente); Giuseppe Tango (magistrato della sezione Lavoro del Tribunale di Palermo ed esponente della corrente Magistratura Indipendente). Non di meno, le diverse correnti, tra cui Magistratura indipendente, Area e Unicost, starebbero lavorando per trovare un equilibrio interno.
Nonostante i segnali di apertura istituzionale, il clima resta segnato da forti tensioni, in particolare nel rapporto tra Magistratura e Avvocatura. Le polemiche esplose dopo il voto hanno evidenziato derive comunicative problematiche, con attacchi personali e accuse reciproche che rischiano di compromettere il confronto democratico. Le dichiarazioni attribuite al Magistrato di Cassazione Francesco Agnino hanno suscitato reazioni critiche per il loro contenuto ritenuto lesivo della dignità professionale dei legali.
La risposta dell’Avvocatura, formalizzata attraverso segnalazioni alle Istituzioni competenti, si configura come una difesa del perimetro costituzionale più che come una rivendicazione corporativa. In questo contesto, assume rilievo anche il dibattito interno alla Magistratura, con prese di posizione come quella dell’ex presidente dell’Anm Luca Poniz, che ha criticato duramente l’Avvocatura, contribuendo ad alimentare il clima di contrapposizione.
Di fronte a questa escalation, alcune voci istituzionali hanno invitato a un ritorno alla misura. Tra queste, il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha richiamato la necessità di mantenere sobrietà nei comportamenti pubblici, distinguendo tra comprensione delle reazioni emotive e legittimazione degli eccessi. Gratteri ha inoltre sottolineato che eventuali responsabilità disciplinari dovranno essere valutate dagli organi competenti, come il Consiglio Superiore della Magistratura, nel rispetto delle norme vigenti.
Il contesto post-referendario ha anche riportato al centro il tema della legittimazione democratica, considerando che oltre 12 miolioni di cittadini hanno sostenuto la riforma. Questo dato evidenzia la presenza di una significativa pluralità di posizioni all’interno del Paese, che non può essere ignorata o delegittimata senza compromettere il principio di rappresentanza.
Nel complesso, emerge un quadro in cui il nodo centrale resta la capacità delle Istituzioni di gestire il dissenso in modo costruttivo ed aprire una nuova alba nell’interesse della Nazione e dei cittadini. La qualità del confronto, più che l’esito del referendum, rappresenta il vero banco di prova per la tenuta democratica. In assenza di un linguaggio rispettoso e di un dialogo effettivo, il rischio è quello di una progressiva erosione della fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario.
La giustizia, privata della fiducia pubblica, rischia infatti di perdere la propria funzione di garanzia e si trasforma in mero esercizio di potere, mettendo in discussione l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la stessa credibilità dell’ordinamento costituzionale.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









