Al Teatro Antico di Taormina sessant’anni di musica diventano memoria, emozione e presente

Sessant’anni sono un tempo enorme per una band. Sono abbastanza per attraversare mode, generazioni, trasformazioni della musica e del costume. Ma diventano qualcosa di diverso quando, dopo tutto questo tempo, migliaia di persone continuano a conoscere le parole delle stesse canzoni e a cantarle insieme.

È quello che è accaduto al Teatro Antico di Taormina con i Pooh e il loro “POOH 60 – La nostra storia – Estate”.

E forse la misura più autentica della loro longevità non sta nei numeri, pur impressionanti, né soltanto nella quantità dei successi. Sta nel modo in cui il pubblico reagisce quando quelle melodie ricominciano a suonare.
Perché lì, davanti al palco, il tempo smette per qualche ora di essere una linea e diventa memoria.
È questa, probabilmente, la vera forza della serata.
Sul palco Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian e Riccardo Fogli non portano soltanto un repertorio sterminato. Portano con sé il tempo. Quello che è passato, quello che abbiamo attraversato senza accorgercene, quello che alcune canzoni hanno saputo fermare per qualche minuto.
E il Teatro Antico, davanti a una platea così ampia e partecipe, diventa quasi una macchina della memoria.
Per chi ha vissuto i Pooh negli anni della loro esplosione, ogni brano può avere il volto di una persona, una stagione della vita, un’estate, un amore, una perdita, una fotografia rimasta da qualche parte. Per chi li ha incontrati dopo, attraverso i genitori o semplicemente attraverso la radio e la televisione, quelle stesse canzoni appartengono a una memoria più recente.
È il privilegio delle grandi canzoni: non invecchiano insieme a chi le ha scritte. Cambiano significato mentre cambiamo noi.
Ed è forse proprio questo che si percepisce maggiormente durante la serata taorminese. Non c’è soltanto il desiderio di celebrare un anniversario. C’è il bisogno, da parte del pubblico, di ritrovare qualcosa di sé.
I Pooh hanno costruito una parte importante della musica popolare italiana proprio su questa capacità: parlare dell’amore senza vergognarsi della parola amore, raccontare la solitudine, il tempo, le partenze, i ritorni, la vita quotidiana e quella dimensione sentimentale che oggi rischia spesso di essere considerata fuori moda.
A sessant’anni dalla loro nascita, quelle emozioni non sembrano affatto fuori moda.
Anzi.
La musica dei Pooh dimostra che la contemporaneità non coincide necessariamente con la novità. A volte significa riuscire ancora a dire qualcosa che credevamo di avere già sentito.
E poi c’è il rapporto con il pubblico.
È difficile non accorgersi di quanto sia profondo. Non è il semplice meccanismo dell’artista che canta e della platea che ascolta. È un riconoscersi reciproco. Le voci degli spettatori accompagnano, anticipano, completano. Perché quelle canzoni, dopo tanti anni, non appartengono più soltanto a chi le ha scritte.
Appartengono a chi le ha cantate.
A chi le ha ascoltate in macchina.
A chi le ha dedicate.
A chi le ha associate a una persona che oggi non c’è più.
A chi le ritrova improvvisamente, magari dopo decenni, e scopre che dentro quelle note era rimasto custodito un pezzo della propria vita.
È qui che il sessantennale smette di essere un semplice anniversario.
Diventa una fotografia collettiva dell’Italia che siamo stati e, in qualche modo, siamo ancora.
La dimensione musicale resta naturalmente centrale: una storia costruita su melodie riconoscibili, arrangiamenti, armonie vocali e sulla personalità di musicisti che hanno attraversato epoche profondamente diverse senza smettere di interrogarsi sul proprio rapporto con il pubblico.
Ma la sensazione più forte, uscendo dal Teatro Antico, è un’altra.
Non abbiamo assistito soltanto alla celebrazione di sessant’anni di Pooh. Abbiamo assistito alla celebrazione di sessant’anni della nostra memoria.
E forse è per questo che, quando arrivano le ultime note, nessuno ha davvero voglia che finisca.
Perché certe storie non finiscono quando termina un concerto.
Continuano a vivere ogni volta che qualcuno preme play, ogni volta che una voce ricomincia a cantarle, ogni volta che una canzone riesce ancora a farci riconoscere in ciò che eravamo.
A Taormina, la storia dei Pooh è tornata a essere presente.
E il pubblico glielo ha fatto capire molto bene, restituendo alla band una partecipazione che va oltre il semplice concerto.
Ma il racconto non si ferma qui. Questa sera, 25 agosto, il Teatro Antico tornerà ad accogliere i Pooh per la seconda delle due date taorminesi di “POOH 60 – La nostra storia – Estate”. Un altro appuntamento per attraversare, ancora una volta, quella memoria musicale che appartiene a più generazioni e che, evidentemente, non ha ancora finito di raccontare la nostra.
Mariella Musso©Tutti i diritti riservati
Vice direttrice di Mediterranea24, giornalista pubblicista. Docente di Musica e di Sostegno nella scuola pubblica e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo per la formazione degli insegnanti specializzandi sul sostegno. Laureata in Psicologia Comportamentale e Cognitiva Applicata, con una solida formazione accademica in ambito musicale e tecnologico. Coreografa e professionista della danza, ha maturato una lunga esperienza nella didattica artistica e coreutica. Ha lavorato come corrispondente e giornalista televisiva per la TV regionale, curando servizi e approfondimenti per Futura Production su Messina e la Costa Ionica. Scrittrice, è autrice del romanzo contemporaneo Ghost Love – Tra noi niente eppure tutto. Si occupa di cultura, educazione, inclusione e territorio.







