Svimez: la Sicilia hub energetico. Ma reti e accumuli frenano il taglio delle bollette. È l’ora di decidere

La crisi di Hormuz conferma quanto l’Italia dipenda ancora dalle fonti fossili. Svimez indica nel Mezzogiorno e nella Sicilia il centro della transizione energetica, ma senza reti, accumuli e regole stabili l’energia pulita rischia di non alleggerire davvero famiglie e imprese

Sintesi

La crisi dello Stretto di Hormuz ha mostrato che petrolio e gas restano ancora centrali e che ogni tensione sui mercati internazionali può trasferirsi rapidamente su bollette, carburanti, trasporti e prezzi alimentari, colpendo soprattutto le famiglie con redditi più bassi. In questo scenario, la transizione energetica diventa una scelta necessaria per l’autonomia strategica europea e una possibile leva industriale per il Mezzogiorno, anche grazie al PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) e agli obiettivi del PNIEC (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima). La Sicilia è già decisiva per gli approvvigionamenti, perché ospita i punti di ingresso gas di Mazara del Vallo e Gela, come anche la Puglia a Melendugno in provincia di Lecce, e può diventare hub (polo) mediterraneo anche per l’idrogeno. Gli studi Svimez indicano che entro il 2030 servono 54 GW (gigawatt) aggiuntivi di capacità rinnovabile in Italia, 27 GW nel Sud e quasi 8 GW in Sicilia, con 62 miliardi di investimenti nazionali, 30,5 miliardi nel Mezzogiorno e oltre 8,7 miliardi nell’Isola. La Sicilia ha però un paradosso evidente, in quanto conta circa 10,7 GW autorizzati a fronte di un obiettivo attorno a 10,5 GW, ma gli impianti realmente installati sono circa 3 GW e altri 30 GW restano in istruttoria. Il 16 giugno 2026 il PUN Index GME (Prezzo unico nazionale indice del Gestore dei mercati energetici) risultava intorno a 132,62 euro/MWh (megawattora), mentre la Sicilia continuava a registrare valori più alti, anche per le congestioni della rete. La Sicilia è davanti a una scelta decisiva: diventare davvero il cuore mediterraneo della transizione energetica, puntando su rinnovabili, idrogeno, biocarburanti, reti, accumuli e nuove competenze, oppure restare ferma tra grandi annunci, autorizzazioni senza cantieri, impianti non collegati e bollette ancora alte. A fare la differenza non saranno sole e vento, già abbondanti, ma capacità amministrativa, infrastrutture rapide, trasparenza e volontà di trasformare l’energia pulita in un beneficio concreto per famiglie, imprese e territori.

Articolo

La crisi dello Stretto di Hormuz ha ricordato con durezza che la dipendenza dalle fonti fossili non è un tema teorico, ma un costo concreto che arriva nelle case, nelle imprese e nei supermercati. Quando petrolio e gas diventano più cari o più incerti, l’effetto non si ferma alla bolletta elettrica. Si trasferisce sui carburanti, sui trasporti, sulla logistica, sui fertilizzanti, sulla trasformazione alimentare e infine sulla spesa quotidiana. Per le famiglie con redditi bassi, già esposte all’aumento dei prezzi, l’energia diventa così un fattore di fragilità economica e sociale.

In questo quadro, le regioni più deboli rischiano di pagare il prezzo maggiore. La Sicilia, che potrebbe essere una delle aree più avvantaggiate dalla nuova geografia energetica, continua invece a subire il peso di un sistema incompleto. L’Isola ha sole, vento, posizione mediterranea, porti, aree industriali, collegamenti con il Nord Africa e una lunga storia energetica. Ma tutto questo non basta se la produzione rinnovabile resta sulla carta, se la rete non riesce ad assorbirla e se gli accumuli non consentono di conservare l’energia quando è disponibile per usarla quando serve.

La transizione energetica non è quindi solo una scelta ambientale. È anche un’esigenza di sicurezza, competitività e autonomia strategica europea. L’Italia, per uscire dalla logica dell’emergenza, dovrebbe ridurre la dipendenza dalle fonti fossili importate, aumentare il peso delle rinnovabili, elettrificare i consumi finali e investire in reti e sistemi di stoccaggio. In caso contrario, ogni crisi internazionale continuerà a incidere sui prezzi interni, mentre famiglie e imprese resteranno esposte a rincari difficili da governare.

Il Mezzogiorno ha già un ruolo decisivo nella sicurezza energetica nazionale. Nel Sud si trovano i punti di ingresso del gas di Mazara del Vallo, Gela e Melendugno, centrali nei flussi provenienti dal Mediterraneo. Questa posizione rende il territorio meridionale un hub logistico tra Nord Africa, Italia ed Europa e apre una prospettiva ulteriore sull’idrogeno, anche attraverso il progetto SoutH2 Corridor (corridoio meridionale dell’idrogeno), pensato per collegare Nord Africa, Italia, Austria e Germania. Il punto, però, è trasformare la posizione geografica in valore industriale e non limitarsi a essere area di passaggio.

Gli studi Svimez, insieme ad A2A e ANEA (Agenzia napoletana energia e ambiente), collocano il Mezzogiorno al centro della transizione. Per raggiungere gli obiettivi del PNIEC, l’Italia dovrà aumentare la capacità rinnovabile installata di circa 54 GW entro il 2030. La metà di questo incremento dovrebbe arrivare dal Sud, con 27 GW aggiuntivi, mentre alla Sicilia è attribuito un contributo vicino a 8 GW. Le ricadute sarebbero rilevanti: oltre 62 miliardi di investimenti a livello nazionale, 30,5 miliardi nelle regioni meridionali, 73mila nuovi occupati nel Sud, circa 15mila under 35 (sotto i 35 anni) e, per la Sicilia, oltre 8,7 miliardi di investimenti e 19.700 posti di lavoro, di cui 3.850 giovani.

Questi numeri spiegano perché la transizione possa diventare anche una risposta alla fuga di competenze. Svimez parla da tempo di diritto di stay (restare), cioè della possibilità per i giovani meridionali di non essere costretti ad andare via per trovare un lavoro qualificato. Le rinnovabili, se accompagnate da filiere locali, ricerca, manutenzione, progettazione, cantieristica, servizi digitali e industria, potrebbero creare occupazione stabile e ben retribuita. Ma il passaggio non è automatico. Autorizzare un impianto non significa costruirlo, collegarlo, farlo produrre e distribuire i benefici sul territorio.

Il caso siciliano mostra esattamente questa distanza. Secondo i dati circolati nelle ultime settimane, l’Isola ha circa 10,7 GW di potenza autorizzata, a fronte di un obiettivo al 2030 vicino a 10,5 GW. Gli impianti già installati sono però circa 3 GW, mentre altri 30 GW restano in fase istruttoria. A questo si aggiunge un volume ancora più ampio di richieste di connessione, che Terna ha aggiornato nel 2025 a circa 81 GW per impianti rinnovabili e 53 GW per sistemi di accumulo. È la dimostrazione che la Sicilia è molto appetibile per gli investitori, ma anche che il collo di bottiglia non è più soltanto il permesso amministrativo. Il problema è la capacità del sistema di trasformare le autorizzazioni in energia disponibile, stabile e conveniente.

Il risultato è un paradosso: tanta energia pulita potenziale, ma bollette ancora pesanti. Dal 2025 il vecchio PUN (Prezzo unico nazionale) è stato sostituito dal PUN Index GME, che mantiene continuità con il meccanismo precedente e riflette il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica sul MGP (Mercato del giorno prima). Il 16 giugno 2026 il valore medio nazionale era indicato intorno a 132,62 euro/MWh, mentre la Sicilia restava più alta, con valori segnalati attorno a 143,56 euro/MWh. La differenza è legata anche alle congestioni della rete, cioè ai limiti fisici che impediscono all’energia prodotta dove è abbondante di arrivare dove è richiesta.

Come osserva l’ingegnere Ivano Midulla, amministratore e fondatore della IDEA srl, un’impresa di ingegneria e tecnologia con sede a Porto Empedocle in provincia di Agrigento “le rinnovabili non sono care: care sono le infrastrutture che non abbiamo costruito”. Il nodo è il funzionamento del mercato elettrico e la sua dipendenza dal gas. Anche quando una parte consistente dell’energia arriva da sole e vento, il prezzo viene spesso determinato dall’ultima centrale necessaria a coprire la domanda, che in Italia è frequentemente alimentata a gas. A questo si aggiungono oneri, imposte e costi fissi, che pesano in maniera rilevante sulla bolletta e non dipendono direttamente dal costo di produzione dell’energia rinnovabile.

Per questo il solo aumento degli impianti non basta. Servono reti più robuste, accumuli, PPA (Power Purchase Agreement, contratti di acquisto di energia a lungo termine), tariffe orarie dinamiche, agrivoltaico (un sistema che unisce agricoltura e fotovoltaico sullo stesso terreno. Prevede l’installazione di pannelli solari montati su strutture sopraelevate, abbastanza alti da consentire il passaggio di trattori e la coltivazione sottostante o il pascolo), incentivi reali all’autoproduzione e sistemi di pompaggio idroelettrico dove tecnicamente praticabili. Le batterie BESS (Battery Energy Storage System, sistema di accumulo elettrochimico) consentono di conservare parte della produzione solare ed eolica e di rilasciarla quando la domanda cresce. Senza questi strumenti, nelle ore di sovrapproduzione la rete può essere costretta a ridurre o scollegare gli impianti rinnovabili, sprecando energia a basso costo.

La cronologia delle infrastrutture spiega perché il tema sia così delicato. Nel 2016 è entrato in esercizio il collegamento Sorgente-Rizziconi tra Sicilia e Calabria, fondamentale per aumentare la capacità di scambio attraverso lo Stretto. Successivamente è avanzato il rafforzamento della Sicilia orientale con il tracciato Paternò-Pantano-Priolo, completato nella sua parte decisiva nel 2025, così da collegare meglio l’area catanese e siracusana e servire i poli industriali. Nel 2024 è stato autorizzato il nuovo Bolano-Annunziata, destinato a potenziare ulteriormente il collegamento fra le 2 sponde dello Stretto di Messina. La parte più attesa resta l’elettrodotto Chiaramonte Gulfi-Ciminna, destinato a collegare in alta tensione l’Est e l’Ovest dell’Isola e a chiudere l’anello a 380 kV (chilovolt). L’opera ha subito una lunga battuta d’arresto dopo il contenzioso amministrativo del 2018, legato a profili autorizzativi e paesaggistici. I lavori sono stati avviati nel 2025 e l’investimento aggiornato viene indicato in circa 440 milioni di euro, con un tracciato di circa 170 km (chilometri) che attraversa 6 province e 24 Comuni. Finché questa infrastruttura non sarà pienamente operativa, una quota importante dell’energia rinnovabile prodotta nella Sicilia occidentale continuerà a incontrare difficoltà nel raggiungere la domanda più concentrata nella parte orientale.

A questa rete interna si aggiungono 2 grandi collegamenti strategici. Il Tyrrhenian Link, cioè il nuovo cavo sottomarino in corrente continua tra Sicilia, Sardegna e Campania, dovrebbe aumentare la flessibilità del sistema elettrico nazionale. Elmed, il collegamento elettrico tra Tunisia e Sicilia, cofinanziato dall’Unione europea, rafforzerà invece la dimensione mediterranea dell’Isola. In prospettiva, la Sicilia potrebbe ricevere, produrre, accumulare e smistare energia pulita tra Africa ed Europa. Ma perché ciò si traduca in risparmio per i cittadini servono tempi certi, autorizzazioni coerenti e una rete capace di reggere la nuova quantità di energia.

Dentro questa trasformazione si colloca anche l’idrogeno verde. Il 15 giugno 2026 la Regione ha autorizzato il primo impianto siciliano di produzione a Giammoro frazione sulla costa tirrenica più grande e popolosa del comune di Pace del Mela ubicato sulle pendici dei Peloritani nell’entroterra del golfo di Milazzo in provincia di Messina. Il progetto, guidato da Duferco Energia, una società del Gruppo Duferco con ssede a Genova attiva nel mercato energetico italiano che opera a 360° nella filiera, ha ricevuto l’AIA (Autorizzazione integrata ambientale) dopo il parere favorevole della CTS (Commissione tecnica specialistica) e sarà finanziato con 10 milioni di euro del PNRR. La produzione avverrà tramite elettrolisi, cioè separando l’idrogeno dall’ossigeno dell’acqua con energia da fonti rinnovabili. L’attività sarà sottoposta a un piano di monitoraggio ambientale con il coinvolgimento di ARPA (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente).

L’assessore regionale all’Energia Francesco Colianni ha definito l’impianto una tappa rilevante per fare della Sicilia un hub mediterraneo delle tecnologie pulite, ricordando anche i 31 milioni di euro di fondi FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale) 2021-2027 destinati alla filiera dell’idrogeno. L’assessore al Territorio e all’Ambiente Giusi Savarino ha sottolineato il controllo sulle prescrizioni ambientali. Il sindaco metropolitano e di Messina, Federico Basile, ha richiamato l’esigenza di coniugare innovazione, salute, territorio e vocazioni produttive dell’asse Milazzo-Giammoro-Barcellona. Sono dichiarazioni diverse, ma convergenti su 1 punto: la transizione può creare sviluppo solo se non viene percepita come imposizione e se resta verificabile nei suoi effetti ambientali e sociali.

Anche Gela racconta questa doppia anima. Il 16 giugno 2026 Eni ha avviato proprio lì le celebrazioni per i 100 anni della propria storia industriale, iniziata con Agip il 3 aprile 1926. La città è stata uno dei luoghi simbolo della stagione di Enrico Mattei, della ricerca dell’indipendenza energetica italiana e poi della lunga riconversione industriale. Oggi il sito riunisce attività diverse: gas, bonifiche, fotovoltaico, bioraffinazione, biocarburanti e SAF, il carburante sostenibile per l’aviazione. La bioraffineria utilizza in prevalenza materie prime di scarto, come oli alimentari esausti, grassi animali e residui agroalimentari, per produrre HVO (Hydrotreated Vegetable Oil, olio vegetale idrotrattato), bio GPL (gas di petrolio liquefatto biologico), biojet e altri prodotti.

La presenza dei progetti Argo e Cassiopea nel Canale di Sicilia dimostra però che la transizione non cancella da un giorno all’altro il gas. Al contrario, per alcuni anni il sistema vivrà una fase ibrida, nella quale la sicurezza degli approvvigionamenti continuerà a passare anche da risorse nazionali e infrastrutture fossili meno emissive rispetto ad altre fonti. La vera questione è evitare che questa fase intermedia diventi un alibi per rallentare le rinnovabili. Gela, in questo senso, è un laboratorio complesso: da una parte il passato industriale e ambientale, dall’altra la promessa di decarbonizzazione, biocarburanti e nuova occupazione.

Sul piano normativo, l’Italia ha già costruito una cornice più favorevole, ma non ancora del tutto stabile. Il decreto legge 181/2023, convertito nella legge 11/2024, ha introdotto misure urgenti per la sicurezza energetica, le fonti rinnovabili e le imprese energivore. Il decreto ministeriale del 21 giugno 2024 ha definito la disciplina delle aree idonee per gli impianti FER. Il D.Lgs. 190/2024, entrato in vigore il 30 dicembre 2024, ha riordinato i regimi amministrativi per costruzione, esercizio, modifica e potenziamento degli impianti alimentati da fonti rinnovabili. In Sicilia, la norma regionale sul PAUR, approvata nel 2026, punta a rendere più rapidi i procedimenti ambientali per chi investe nella produzione rinnovabile.

La giurisprudenza più recente va nella stessa direzione di semplificazione ragionevole. Il Consiglio di Stato, con la decisione 1099/2026, ha chiarito l’interpretazione delle aree idonee, valorizzando il favor (favore) legislativo per l’installazione degli impianti rinnovabili. Altre pronunce hanno ribadito che le Regioni non possono introdurre vincoli ulteriori e incoerenti rispetto alla disciplina statale, specie quando ciò finisce per svuotare gli obiettivi nazionali ed europei. Questo non significa cancellare paesaggio, agricoltura e tutela ambientale. Significa, piuttosto, bilanciare gli interessi senza trasformare ogni progetto in un percorso indefinito.

Anche l’Unione europea ha chiarito la propria linea. La Commissione ha aperto a margini di flessibilità di bilancio per investimenti energetici, fino allo 0,3% del PIL (Prodotto interno lordo) all’anno nel periodo 2026-2028 e con un limite cumulato dello 0,6%. Ma la spesa deve servire a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, non a finanziare sconti generalizzati su accise o carburanti. In altre parole, Bruxelles distingue tra misure che tamponano il sintomo e investimenti che curano la causa. Aiuti mirati alle famiglie vulnerabili restano necessari, ma il taglio indiscriminato del prezzo dei fossili rischia di prolungare la dipendenza che si vorrebbe superare.

La Sicilia si trova dunque davanti a una scelta concreta. Può essere davvero il cuore mediterraneo della transizione, con rinnovabili, idrogeno, biocarburanti, reti, accumuli e nuove competenze. Oppure può restare il luogo dei grandi annunci, delle autorizzazioni che non diventano cantieri, degli impianti che non si connettono e delle bollette che non scendono. La differenza non la farà la quantità di sole o di vento, che già esiste. La faranno la capacità amministrativa, la velocità delle infrastrutture, la trasparenza verso i cittadini e la volontà di trasformare l’energia pulita in vantaggio reale per famiglie, imprese e territori.

Immagine realizzata con Ia.