Sintesi
La Sicilia mostra il paradosso di una transizione energetica molto annunciata e ancora incompleta: secondo la Regione, l’Isola conta circa 3 GW (gigawatt) già installati, oltre 10,7 GW autorizzati e altri 30 GW in istruttoria, a fronte di un obiettivo 2030 di circa 10,5 GW, ma nei primi 4 mesi del 2026 Terna registra ancora 1,1 TWh (terawattora) di saldo elettrico in ingresso dal Continente. Il punto non è soltanto quante autorizzazioni vengono rilasciate, ma quanta energia rinnovabile viene davvero prodotta, connessa, accumulata e utilizzata quando serve. La Regione ha approvato norme per velocizzare il PAUR (Provvedimento autorizzatorio unico regionale) e sta lavorando al disegno di legge sulle aree idonee, con attenzione a BESS (Battery Energy Storage System, sistema di accumulo di energia a batterie), agrivoltaico avanzato, geotermico, idroelettrico, idrogeno verde, biogas e biometano. Tuttavia, senza rinforzi di rete, interconnessioni, accumuli adeguati, autoconsumo e contratti locali, i GW autorizzati rischiano di restare energia virtuale più che corrente reale. Anche il prezzo conferma la complessità: ad aprile 2026 il PUN (Prezzo unico nazionale), sostituito dal PUN Index dal 1 gennaio 2025, è stato pari a 119,5 euro/MWh (megawattora), mentre la zona Sicilia ha segnato 114,8 euro/MWh, con uno scarto favorevole di 4,7 euro/MWh che però non arriva automaticamente nelle bollette di famiglie e imprese.

Articolo
In Sicilia la retorica della corsa alle rinnovabili rischia di produrre più elettricità narrativa che energia disponibile. L’isola, nei documenti e nelle dichiarazioni ufficiali, appare già proiettata oltre il traguardo del 2030, ma la rete elettrica restituisce una fotografia meno trionfale e più concreta: autorizzare un impianto non significa averlo costruito, collegato alla rete, reso produttivo, dotato di accumulo e inserito in un sistema capace di assorbire l’energia nei momenti in cui viene generata.

La prima data utile per mettere ordine è il 2 luglio 2024, quando è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica) del 21 giugno 2024 sulle aree idonee, cioè le superfici nelle quali collocare con maggiore facilità gli impianti FER (fonti energetiche rinnovabili). Quel decreto ha fissato la cornice nazionale dentro cui le Regioni devono muoversi, evitando che la pianificazione locale diventi un blocco generalizzato o una liberalizzazione senza criterio. Il 12 dicembre 2024 è poi stato pubblicato il decreto legislativo 190 del 25 novembre 2024, il cosiddetto Testo unico sulle rinnovabili, entrato in vigore il 30 dicembre 2024, che ha riordinato i regimi amministrativi per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Dentro questa cornice nazionale si colloca la partita siciliana. La Regione rivendica numeri importanti: circa 3 GW installati, oltre 10,7 GW autorizzati e altri 30 GW ancora in istruttoria, rispetto a un obiettivo 2030 di circa 10,5 GW assegnato alla Sicilia dal cosiddetto burden sharing (ripartizione degli obiettivi tra territori). L’assessore regionale all’Energia e ai servizi di pubblica utilità, Francesco Colianni, ha presentato questi dati come prova di una traiettoria destinata a raggiungere e superare il traguardo. Tuttavia, proprio quei numeri mostrano il cuore del problema: tra potenza autorizzata e potenza installata esiste uno scarto enorme, perché un progetto può avere il via libera amministrativo ma restare fermo in attesa di finanziamenti, connessioni, stazioni elettriche, elettrodotti, cabine, autorizzazioni secondarie o condizioni economiche più favorevoli.

La verifica più netta arriva da Terna, gestore della rete elettrica nazionale. Nei primi 4 mesi del 2026 il saldo di scambio dal Continente verso la Sicilia è stato pari a 1,1 TWh, dato che conferma come l’isola continui ad assorbire energia dall’esterno nonostante la massa di progetti rinnovabili già autorizzati. Il motivo è tecnico prima ancora che politico: il fotovoltaico produce soprattutto nelle ore centrali della giornata, l’eolico dipende dal vento, mentre i consumi industriali, domestici e commerciali seguono ritmi diversi. Quando sole e vento non coincidono con la domanda o quando la rete non riesce a trasportare e gestire tutta la produzione, l’energia autorizzata rimane un valore potenziale e il sistema deve continuare a importare, bilanciare o fermare impianti.
La rete, infatti, è il vero banco di prova. Nel piano di sviluppo 2025-2034 presentato da Terna per la Sicilia sono previsti circa 3,5 miliardi di euro di investimenti, la cifra più alta tra le Regioni italiane, con opere pensate per aumentare sicurezza, capacità di trasporto, integrazione delle rinnovabili e riduzione delle congestioni. Nello stesso documento si indicano circa 81 GW di richieste di connessione per impianti rinnovabili in alta tensione e circa 53 GW di richieste per sistemi di accumulo, numeri che dimostrano una pressione enorme sulla rete. Tra le opere più rilevanti figurano il Tyrrhenian Link, collegamento HVDC (High Voltage Direct Current, corrente continua ad alta tensione) da 1.000 MW (megawatt) per ciascuna tratta tra Sicilia, Campania e Sardegna, il rafforzamento Bolano-Annunziata fino a 2.000 MW di capacità di interconnessione e diversi interventi interni, da Chiaramonte Gulfi-Ciminna a Caracoli-Ciminna, da Partinico-Fulgatore a Paternò-Pantano-Priolo.
Il 18 maggio 2026 la Regione ha annunciato l’approvazione della norma sul PAUR, il Provvedimento autorizzatorio unico regionale, con l’obiettivo di rendere più rapide le autorizzazioni ambientali e ridurre i tempi di 6-9 mesi. L’assessore al Territorio e all’ambiente, Giusi Savarino, ha spiegato che l’intervento si muove nel quadro del Testo unico nazionale sulle rinnovabili e della disciplina europea, con l’intento di semplificare senza rinunciare alla tutela di ecosistemi, biodiversità e paesaggio. La semplificazione, però, non cancella la domanda centrale: una procedura più veloce produce energia vera solo se, dopo il permesso, arrivano cantiere, connessione, accumulo, esercizio e consumo effettivo.
In parallelo procede il disegno di legge siciliano sulle aree idonee e sugli ambiti di accelerazione, ancora nel percorso politico e parlamentare dell’ARS (Assemblea regionale siciliana). Il testo punta a individuare ulteriori superfici compatibili, prevede limiti per le aree agricole attraverso il riferimento alla SAU (Superficie agricola utilizzata), richiama i SIN (Siti di interesse nazionale), le aree industriali, commerciali, artigianali e quelle vicine alle stazioni elettriche primarie, e assegna priorità a geotermico, idroelettrico, agrivoltaico avanzato, idrogeno verde, biogas e biometano. La stessa bozza interviene sui BESS, cioè gli impianti di accumulo a batterie, riconoscendo che senza magazzini energetici la crescita di fotovoltaico ed eolico rischia di diventare intermittente, disordinata e non sempre utilizzabile.
Qui si inserisce il commento più prudente degli operatori del settore. Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare, ha osservato che la Sicilia non ha più soltanto un problema autorizzativo, perché esiste già una quantità rilevante di impianti approvati che non si è trasformata in potenza installata, anche per l’aumento dei costi. Il nodo diventa quindi dove e quando usare l’energia prodotta: senza accumuli sufficienti e senza una gestione più flessibile, una parte della produzione può essere sprecata o gli impianti possono essere limitati. La stessa sfida riguarda l’agrivoltaico, che deve evitare di diventare una corsa alla superficie scollegata da rete, batterie e uso reale dell’elettricità.
Anche la giurisprudenza recente invita alla cautela. Con la sentenza 13 del 2026, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dalla Regione Siciliana su alcune parti del Testo unico delle rinnovabili, precisando che, per gli impianti a terra, il ricorso non era adeguatamente motivato e che, per gli impianti offshore (in mare aperto), la disciplina era stata nel frattempo modificata prevedendo il coinvolgimento della Regione costiera. Con la sentenza 184 del 2025, riferita alla Sardegna ma rilevante per il principio generale, la Corte ha inoltre chiarito che le Regioni possono pianificare e proteggere territorio e paesaggio, ma non possono introdurre divieti generalizzati, retroattivi o tali da paralizzare gli obiettivi nazionali sulle rinnovabili. In termini semplici, la Sicilia può governare la transizione, ma non può trasformare le aree idonee in un muro né in una concessione indiscriminata.
Resta infine il tema del prezzo, spesso usato in modo troppo sbrigativo nel dibattito pubblico. Dal 1 gennaio 2025 il PUN è stato sostituito dal PUN Index GME (Gestore dei mercati energetici), indice calcolato sul MGP (Mercato del Giorno Prima). ad aprile 2026 l’energia elettrica venduta nella zona Sicilia costava un po’ meno rispetto al prezzo medio nazionale di riferimento: 114,8 euro per ogni MWh (megawattora), contro 119,5 euro per ogni MWh. La differenza era quindi di 4,7 euro per MWh a favore della Sicilia.
Però questo non vuol dire automaticamente che i siciliani abbiano pagato bollette più basse, perché la bolletta non dipende solo dal prezzo dell’energia all’ingrosso. Dentro la bolletta ci sono anche costi di trasporto, gestione della rete, oneri di sistema, tasse, tipo di contratto sottoscritto, margini del venditore e altre voci. Quindi, anche se in quel mese l’energia “alla fonte” in Sicilia risultava leggermente meno cara, quel piccolo vantaggio può essere assorbito dagli altri costi e non arrivare direttamente a famiglie e imprese.
La conclusione è che la transizione siciliana non può essere misurata solo in comunicati, potenze autorizzate e obiettivi superati sulla carta. Un GW autorizzato non illumina case, non alimenta imprese e non abbassa bollette se resta fuori dalla rete o se produce quando il sistema non riesce ad assorbirlo. La Sicilia ha sole, vento, spazio industriale, imprese interessate, norme in movimento e investimenti di rete programmati, ma proprio per questo deve uscire dalla propaganda della rinnovabile virtuale. La vera prova non sarà annunciare altri 30 GW in istruttoria, ma trasformare i progetti utili in impianti connessi, accumuli funzionanti, reti robuste, prezzi comprensibili e benefici visibili per cittadini, territori e aziende.
L’opinione
Forse, a tanti con annessi e connessi, bastano e avanzano i soldi che vengono incassati con questi consistenti progetti (come notoriamente quanto dissimulato accade in molti altri settori). Infatti Il progetto deve comunque essere pagato, poiché l’incarico di progettazione è considerato un’obbligazione di risultato relativo: il professionista ha diritto al compenso per l’attività intellettuale svolta e per le spese sostenute, anche se l’opera non viene poi realizzata. Naturalmente conta il motivo per cui i lavori non partono: se il progetto è valido, fattibile e conforme alle norme, ma il committente privato o la Pubblica Amministrazione decide di non procedere per ragioni personali, economiche, di opportunità o per mancanza di fondi, il professionista deve essere pagato per le fasi progettuali già completate. Il resto in Sicilia si realizza anche con la propaganda nei media, social, eventi e convegni e con le pletore di seguiti.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









