Sudan, la guerra devasta i civili. Fame e tagli agli aiuti aggravano la tragedia

Il controllo dell’oro e le forniture di armi straniere alimentano il conflitto. Milioni di sfollati. Negoziati aperti, tregua ancora lontana

Sintesi

Il Sudan affronta la più vasta crisi umanitaria al mondo, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza. La guerra prosegue e gli attacchi raggiungono anche infrastrutture civili. Per milioni di famiglie trovare cibo, acqua e cure resta una lotta quotidiana.

Il Kordofan è uno dei principali fronti del conflitto, mentre il Darfur continua a subire le conseguenze degli assedi e delle violenze. A settembre il Programma alimentare mondiale ha segnalato ulteriori riduzioni dell’assistenza. Anche chi è riuscito a fuggire dipende da aiuti sempre più insufficienti.

L’ultima analisi nazionale disponibile ha rilevato 19,5 milioni di persone in grave insicurezza alimentare nel periodo febbraio-maggio 2026. Gli aggiornamenti successivi confermano un’emergenza ancora estesa, con condizioni estreme di fame e rischi di carestia. La mancanza di nutrimento mette in pericolo soprattutto i bambini.

Violenze sessuali, distruzione dei servizi e interruzione dell’istruzione accompagnano gli spostamenti forzati della popolazione. Almeno 8 milioni di bambini in età scolastica restano fuori dalla scuola. Il conflitto compromette anche la possibilità di costruire un futuro.

La guerra in Sudan è iniziata il 15 aprile 2023 tra l’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan e i paramilitari di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019 e il colpo di Stato del 2021, i 2 comandanti si sono scontrati sul controllo del Paese e sull’unificazione delle forze armate, prevista nella transizione verso un governo civile. La disputa riguardava chi avrebbe esercitato il potere e comandato l’esercito futuro.

Oro, risorse agricole e accesso al Mar Rosso alimentano gli interessi esterni, mentre armi e sostegno straniero prolungano il conflitto. Le indagini hanno individuato reti di rifornimento ai paramilitari e armamenti prodotti anche in Cina, Russia e Paesi europei. Il Sudan, che nel 2024 contava circa 50,45 milioni di abitanti, ha perso gran parte delle risorse petrolifere con l’indipendenza del Sud Sudan nel 2011. Controllare miniere, commerci e vie di trasporto significa disporre di denaro e influenza.

La caduta di El Fasher, il 26 ottobre 2025, ha aggravato le violenze e il rischio di divisione del Paese. L’OMS ha denunciato le segnalazioni dell’uccisione di oltre 460 pazienti e accompagnatori nell’ospedale della città. Nel 2026, 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza e almeno 8 milioni di bambini restano fuori dalla scuola. Ai tagli agli aiuti si aggiungono le carenze dei programmi contro la fame e le profonde disuguaglianze economiche africane. Le ricchezze del territorio non garantiscono alla popolazione cibo, cure e sicurezza.

Articolo

Una crisi umanitaria che continua ad aggravarsi

In Sudan (Stato dell’Africa nordorientale) 33,7 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, tra cui 17,3 milioni di bambini. Sono i dati riportati dall’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) nel rapporto sul primo semestre 2026. La guerra, entrata nel suo quarto anno, continua a provocare sfollamenti, distruzione delle infrastrutture e interruzioni dei servizi essenziali. L’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) descrive il Paese come teatro della più vasta crisi umanitaria al mondo.

L’emergenza si aggrava anche per la scarsità dei finanziamenti destinati ai soccorsi. Nel suo aggiornamento del 22 settembre, il WFP (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) ha segnalato ulteriori tagli alle razioni per gli sfollati e riduzioni dell’assistenza nei Paesi che accolgono chi fugge dal Sudan. La diminuzione degli aiuti colpisce persone che hanno già perso casa, lavoro e familiari.

Il fronte del Kordofan e gli attacchi con droni

Il Kordofan (regione del Sudan centrale) è divenuta uno dei principali centri dei combattimenti. Gli attacchi con droni colpiscono anche lontano dalle linee del fronte, danneggiando abitazioni, ospedali, scuole, mercati e impianti indispensabili per acqua ed elettricità. Il 7 settembre la missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha illustrato queste conseguenze al Consiglio dei diritti umani, indicando elementi che potrebbero configurare crimini di guerra commessi da entrambe le parti.

Tra gli episodi recenti, un attacco dell’8 settembre ha colpito il tribunale di Um Ruwaba (città del Kordofan settentrionale). Secondo l’organizzazione Emergency Lawyers (rete di avvocati impegnata nella documentazione delle violazioni dei diritti umani), circa 10 persone sono morte e decine sono rimaste ferite. Il giorno successivo un altro attacco ha danneggiato un istituto universitario a El Obeid (capoluogo del Kordofan settentrionale), uccidendo un addetto alla vigilanza. Reuters ha documentato i danni e raccolto testimonianze sul posto.

El Fasher e la fuga dal Darfur

Nel Darfur (regione del Sudan occidentale), la conquista di El Fasher da parte dei paramilitari nell’ottobre 2025 ha rappresentato un passaggio decisivo del conflitto. El Fasher (capoluogo del Darfur settentrionale) ha subito un lungo assedio, fame e violenze contro la popolazione. Un rapporto pubblicato il 1° luglio da Amnesty International (organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani), basato su 247 interviste, ha documentato condotte attribuite ai paramilitari che l’organizzazione qualifica come crimini contro l’umanità, tra cui uccisioni, torture, stupri e trasferimenti forzati.

Molti sopravvissuti hanno raggiunto Tawila (località del Darfur settentrionale), dove si è formato un vastissimo insediamento di sfollati. A settembre il Programma alimentare mondiale ha riferito di circa 950.000 persone assistite, con razioni insufficienti a coprire l’intero mese. Il taglio dei fondi riduce ulteriormente il sostegno a famiglie che hanno pochissime alternative per procurarsi da mangiare.

Milioni di persone lontane da casa

Il portale dell’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), aggiornato al 21 settembre, indica oltre 11,3 milioni di persone costrette allo spostamento nelle categorie considerate dalla rilevazione. Comprende circa 6,4 milioni di sfollati interni registrati dall’inizio della guerra, oltre 273.000 rifugiati già presenti in Sudan che si sono nuovamente spostati e circa 4,62 milioni di persone arrivate nei Paesi vicini. Quest’ultima cifra include circa 3,68 milioni di rifugiati e richiedenti asilo e quasi 939.000 persone rientrate nel proprio Paese d’origine.

I conteggi devono essere letti distinguendo periodo e popolazione considerata. Alcune rilevazioni comprendono anche chi era già sfollato prima dell’aprile 2023, mentre altre riguardano gli spostamenti prodotti dalla guerra attuale. Nel frattempo sono avvenuti milioni di rientri, che non equivalgono automaticamente al recupero di una casa abitabile, di un reddito o dei servizi essenziali. L’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni) continua infatti a prevedere interventi sia per gli sfollati sia per le comunità che ricevono persone di ritorno.

La fame e il rischio di carestia

L’analisi pubblicata il 14 maggio dall’IPC (sistema integrato di classificazione della sicurezza alimentare) ha stimato 19,5 milioni di persone in condizioni di crisi alimentare o peggiori tra febbraio e maggio 2026. Circa 135.000 erano nella categoria più grave, caratterizzata da privazioni estreme e rischio di morte. Il rapporto ha inoltre individuato un rischio di carestia in 14 aree del Darfur e del Kordofan meridionale in caso di intensificazione dei combattimenti e ulteriori ostacoli agli aiuti.

Nelle dichiarazioni del 14 settembre, Carl Skau (direttore esecutivo facente funzioni del Programma alimentare mondiale) ha indicato circa 20 milioni di persone in fame acuta e circa 200.000 in condizioni di privazione estrema. Il quadro resta quindi gravissimo, aggravato dalla difficoltà di raggiungere le comunità e dalla riduzione delle risorse.

La malnutrizione colpisce soprattutto i più piccoli.

Per il 2026 l’IPC ha previsto 825.000 bambini sotto i 5 anni con malnutrizione acuta grave, una condizione che aumenta il rischio di complicazioni e richiede cure tempestive. Fame, acqua non sicura e difficoltà di accesso agli ospedali si alimentano reciprocamente.

Ospedali danneggiati e malattie

Nel suo bilancio del 14 aprile, l’OMS ha riferito che il 37% delle strutture sanitarie del Paese non era funzionante, con condizioni particolarmente difficili nelle aree di combattimento. Alla stessa data aveva verificato 217 attacchi contro l’assistenza sanitaria dall’inizio della guerra, con 2.052 morti e 810 feriti. La perdita di ospedali, ambulanze, medicinali e personale costringe molti pazienti a viaggi lunghi e pericolosi.

L’organizzazione ha segnalato focolai di malaria, dengue, morbillo e altre malattie. L’ultima epidemia di colera descritta in quel rapporto è stata dichiarata conclusa nel marzo 2026, dopo una risposta sanitaria durata oltre un anno. Restano essenziali la sorveglianza delle infezioni, le vaccinazioni e l’accesso all’acqua sicura, particolarmente difficili dove i servizi sono stati distrutti.

Violenze sulle donne e istruzione interrotta

Gli abusi comprendono violenza sessuale, persecuzioni e attacchi contro persone in fuga. Le indagini di Amnesty International su El Fasher hanno documentato anche stupri e schiavitù sessuale. La missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha inoltre denunciato intimidazioni contro sopravvissuti, testimoni, giornalisti e difensori dei diritti umani, che rendono più difficile raccogliere prove e accertare le responsabilità.

La guerra ha compromesso profondamente l’istruzione.

Secondo le dichiarazioni presentate dall’UNICEF alle Nazioni Unite nell’agosto 2026, almeno 8 milioni di bambini in età scolastica sono ancora fuori dalla scuola, tra cui circa 4,1 milioni di bambine. Gli spostamenti forzati e l’interruzione delle lezioni privano i minori anche di un ambiente di protezione e continuità.

Le vittime e il difficile percorso verso una tregua

Il bilancio complessivo dei morti rimane incerto e largamente incompleto. Il Centro regionale d’informazione delle Nazioni Unite riporta una stima di oltre 150.000 persone uccise, indicandola come cifra riferita. Non si tratta di un censimento definitivo: la guerra rende difficile registrare tutte le vittime e distinguere le morti direttamente provocate dalle armi da quelle dovute a fame, malattie e mancanza di cure.

Sul piano diplomatico, il 30 settembre Reuters ha riferito delle contestazioni delle autorità legate all’esercito a una proposta statunitense di cessate il fuoco di 90 giorni, seguita da negoziati. Amjad Farid (consigliere del comandante dell’esercito per gli affari politici e internazionali) ha chiesto garanzie sul ritiro dei paramilitari dalle aree urbane, sostenendo che l’impostazione proposta potrebbe consolidare la divisione del Paese. Si tratta della posizione espressa dal consigliere, mentre la tregua resta oggetto di confronto.

L’origine della guerra

Il conflitto è iniziato il 15 aprile 2023 in Sudan (Stato dell’Africa nordorientale) tra le SAF (Forze armate sudanesi), guidate da Abdel Fattah al-Burhan (generale e comandante dell’esercito), e le RSF (Forze di supporto rapido), comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti capo della formazione paramilitare). Le prime costituiscono l’esercito regolare dello Stato, mentre le seconde sono una forza distinta, con propri combattenti, comandanti e fonti di finanziamento. I 2 uomini sono stati inizialmente alleati: dopo la caduta di Omar al-Bashir (presidente autoritario del Sudan dal 1989 al 2019), destituito l’11 aprile 2019, hanno assunto incarichi negli organismi della transizione e partecipato al colpo di Stato del 25 ottobre 2021, che ha interrotto la condivisione del potere con le componenti civili. La successiva rottura è maturata nella disputa su chi dovesse governare e su come integrare i paramilitari nell’esercito regolare.

Questo passaggio doveva accompagnare il ritorno a un governo civile, ma richiedeva di stabilire tempi, gerarchie e comando delle forze riunificate. Per Hemedti avrebbe comportato la perdita di una parte della propria autonomia; per al-Burhan, mantenere una seconda forza armata indipendente avrebbe significato convivere con un concorrente capace di sfidarlo militarmente. La contesa politica è così divenuta una guerra combattuta nelle città, nelle campagne e lungo le principali vie di comunicazione. Khartum (capitale del Sudan), situata alla confluenza del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, ha subito devastazioni che hanno compromesso il suo ruolo di centro amministrativo, commerciale e produttivo. Il Paese, che secondo la Banca mondiale contava 50,45 milioni di abitanti nel 2024, confina con Egitto, Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Etiopia ed Eritrea e si affaccia sul Mar Rosso: una posizione che rende la sua instabilità rilevante anche per gli Stati vicini e per le rotte commerciali internazionali.

La guerra nei territori e le conseguenze sulla popolazione

Nel Darfur (regione del Sudan occidentale suddivisa in 5 Stati federali), le violenze attuali si sono sovrapposte a quelle del conflitto iniziato nel 2003, durante il quale le milizie Janjaweed, dalle quali si sono sviluppate anche le RSF, hanno partecipato a massacri e persecuzioni. El Fasher (capoluogo del Darfur settentrionale) è caduta il 26 ottobre 2025, dopo un assedio iniziato nel maggio 2024: era l’ultimo grande centro della regione rimasto sotto il controllo dell’esercito e dei suoi alleati. Il 29 ottobre 2025, l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha denunciato le segnalazioni dell’uccisione, avvenuta il giorno precedente, di oltre 460 pazienti e accompagnatori nell’ospedale saudita di maternità, insieme al rapimento di 6 operatori sanitari. Le successive indagini delle Nazioni Unite hanno indicato almeno 6.000 persone uccise tra il 25 e il 27 ottobre, dentro la città e durante la fuga.

Nel febbraio 2026, una missione internazionale d’inchiesta ha ravvisato elementi indicativi di una campagna genocidaria, con attacchi diretti soprattutto contro comunità Zaghawa e Fur. Il fronte si è intanto concentrato anche nel Kordofan (regione del Sudan centrale), dove gli attacchi con droni danneggiano ospedali, scuole, mercati e impianti per acqua ed elettricità. La popolazione subisce quindi sia la violenza delle armi sia la perdita dei servizi necessari per sopravvivere. Nel 2026, 33,7 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e almeno 8 milioni di bambini restano fuori dalla scuola. L’ultima analisi nazionale disponibile ha rilevato 19,5 milioni di persone in grave insicurezza alimentare tra febbraio e maggio 2026; i dati successivi non coprono tutto il territorio e non permettono confronti diretti. Il bilancio complessivo dei morti rimane incerto: le stime superiori a 150.000 vittime non costituiscono un censimento definitivo.

Le ricchezze del territorio e il denaro che sostiene i combattimenti

Il controllo delle risorse economiche è parte della lotta per il potere: miniere, attività commerciali e vie di trasporto permettono di incassare denaro, acquistare armamenti e mantenere i combattenti. L’oro ha assunto un ruolo centrale nell’economia di guerra, attraverso circuiti commerciali regolari e traffici clandestini. Il petrolio, esportato dal 1999, ha rappresentato in passato una fonte decisiva di entrate, ma l’indipendenza del Sud Sudan (Stato dell’Africa centro-orientale), proclamata il 9 luglio 2011 dopo un referendum, ha modificato profondamente questo equilibrio. Gran parte dei giacimenti è rimasta nel nuovo Stato, mentre il Sudan ha conservato infrastrutture importanti per il trasporto e l’esportazione del greggio. I 2 Paesi sono pertanto distinti sul piano politico, ma ancora collegati da interessi e necessità economiche.

Il Sud Sudan, che nel 2024 contava 11,94 milioni di abitanti, accoglie inoltre persone in fuga dal conflitto del vicino. Nell’economia sudanese restano essenziali agricoltura e allevamento, con produzioni di cotone, arachidi, sesamo, sorgo, canna da zucchero e gomma arabica (resina naturale utilizzata anche nelle industrie alimentare e farmaceutica). La guerra rende pericoloso coltivare, interrompe i trasporti e sottrae alle famiglie terre, animali e reddito. Le stesse risorse che potrebbero sostenere lo sviluppo diventano così oggetto di contesa o strumenti per finanziare le ostilità. Il collegamento tra oro e conflitto è stato riconosciuto anche dall’Unione europea, che il 13 luglio 2026 ha adottato restrizioni sul commercio dell’oro sudanese, accompagnate da divieti sulle forniture di mercurio e cianuro, sostanze impiegate nell’estrazione. L’obiettivo dichiarato è ridurre il denaro a disposizione di chi perpetua la violenza. La ricchezza del sottosuolo non si traduce quindi automaticamente in benessere: quando i proventi alimentano apparati militari e reti di potere, alla popolazione possono mancare persino cibo, acqua e cure.

Armi straniere e interessi delle potenze esterne

La guerra sudanese si inserisce nella competizione tra potenze regionali e internazionali per risorse, mercati e influenza in Africa. Il sostegno esterno consente alle parti di continuare a combattere anche quando l’economia nazionale e le istituzioni sono devastate. Nel settembre 2026, la missione internazionale d’inchiesta dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) ha descritto reti di rifornimento alle RSF attraverso soggetti e collegamenti negli Emirati Arabi Uniti, in Ciad, nella Libia sudorientale e in Somalia, comprendenti armi, droni, addestramento, logistica e personale straniero. Gli Emirati negano di fornire sostegno militare ai paramilitari. Amnesty International (organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani), nell’indagine dell’8 maggio 2025, ha però individuato bombe guidate e obici di produzione cinese che considera quasi certamente riesportati dagli Emirati verso il Sudan. Il 14 novembre 2024 aveva inoltre documentato sistemi di protezione francesi installati su blindati emiratini utilizzati dalle RSF. Un’altra indagine, pubblicata nel luglio 2024, aveva identificato armamenti provenienti anche da Russia, Serbia, Turchia e Yemen. La presenza di un’arma prodotta in un Paese non dimostra, da sola, che quel governo l’abbia consegnata direttamente ai combattenti: occorre ricostruire esportazioni, intermediari e successive cessioni.

Sul fronte opposto, l’esercito sudanese ha ricevuto sostegno da interlocutori regionali, tra cui l’Egitto, mentre sono stati segnalati rifornimenti iraniani. La Russia ha coltivato rapporti con entrambe le parti e perseguito il progetto di una base navale sulla costa sudanese del Mar Rosso, che le offrirebbe una posizione strategica lungo una rotta commerciale internazionale. La più ampia proiezione russa in Africa è stata discussa nella conferenza del 19-20 dicembre 2025 al Cairo (capitale dell’Egitto): Sergej Lavrov (ministro degli Esteri russo) ha indicato un interscambio superiore a 27 miliardi di dollari nel 2024, cifra riferita al commercio e non agli investimenti. Questi elementi mostrano interessi diversi e talvolta concorrenti: oro, energia, porti, vendite militari e relazioni politiche. Non dimostrano però che tutti gli attori esterni perseguano lo stesso obiettivo o abbiano le medesime responsabilità nella guerra.

Le prospettive di pace e gli ostacoli a una tregua duratura

Esistono iniziative diplomatiche, ma non è stato raggiunto un accordo capace di fermare stabilmente la guerra. Le conferenze internazionali di Londra (capitale del Regno Unito), del 15 aprile 2025, e di Berlino (capitale della Germania), del 15 aprile 2026, hanno mantenuto aperto il confronto su cessate il fuoco, aiuti e futuro politico del Sudan. Tra l’8 e il 10 settembre 2026, rappresentanti di Unione africana, Unione europea, organismo intergovernativo dell’Africa orientale, Lega araba e Nazioni Unite hanno svolto una missione a Khartum per incontrare autorità e componenti della società sudanese. Una proposta statunitense prevede una tregua umanitaria di 90 giorni, da utilizzare per negoziare un cessate il fuoco permanente e riprendere la transizione verso istituzioni civili.

Il nodo principale resta il destino delle RSF (Forze di supporto rapido, comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti): l’esercito regolare sudanese (guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan) teme che un accordo permetta loro di mantenere i territori occupati e ottenere un ruolo nel futuro governo del Paese. Il 30 settembre 2026, Amjad Farid (consigliere di al-Burhan per gli affari politici e internazionali) ha sostenuto che la proposta, nella sua formulazione, potrebbe favorire una divisione simile a quella libica (la separazione di fatto della Libia tra autorità rivali nell’est, in Cirenaica, con centro a Bengasi, e nell’ovest, in Tripolitania, con centro a Tripoli).

Il rischio di frammentazione è comunque concreto anche per la costituzione di un’autorità parallela, annunciata il 26 luglio 2025 dalla coalizione guidata dalle RSF. Una pace duratura richiederebbe accordi sul comando delle armi, sul governo del Paese e sulla protezione della popolazione, insieme a controlli credibili sull’applicazione della tregua e alla riduzione dei rifornimenti militari esterni. Le organizzazioni umanitarie chiedono intanto accesso sicuro ai soccorsi e finanziamenti adeguati: nel settembre 2026 il Programma alimentare mondiale ha segnalato ulteriori riduzioni delle razioni per gli sfollati. Anche la qualità degli interventi conta.

Nella relazione speciale 20/2025, adottata il 23 settembre 2025, la Corte dei conti europea (istituzione indipendente di controllo delle finanze dell’Unione europea) ha riconosciuto benefici dei programmi di sviluppo contro la fame nell’Africa subsahariana, ma rilevato carenze nelle priorità, nel coinvolgimento delle comunità e nel controllo dei risultati.

Nel gennaio 2026, Oxfam (confederazione internazionale impegnata contro povertà e disuguaglianze) ha stimato che i 4 africani più ricchi possedessero complessivamente 59,9 miliardi di dollari. Sono i nigeriani Aliko Dangote (cemento, zucchero, fertilizzanti e raffinazione del petrolio) e Abdulsamad Rabiu (cemento, industria alimentare e altri settori industriali), e i sudafricani Johann Rupert (lusso, gioielleria e orologi, attraverso il gruppo Richemont) e Nicky Oppenheimer (patrimonio di origine mineraria, soprattutto legato ai diamanti e alla precedente partecipazione familiare in De Beers). La loro ricchezza superava i 52,4 miliardi detenuti complessivamente dai circa 750 milioni di persone che costituiscono la metà più povera della popolazione africana. Il confronto riguarda i patrimoni, non i redditi annuali, ed evidenzia la forte concentrazione della ricchezza nel continente.

Per il Sudan, la prospettiva di pace rimane dunque aperta ma fragile: una sospensione dei combattimenti può consentire i soccorsi, mentre la fine della guerra dipende dalla soluzione della contesa politica e militare che continua ad alimentarla.

Nell’immagine di copertina, Carl Skau incontra donne sfollate in Sudan, il trasporto degli aiuti alimentari ad Adré, in Ciad, e una coltivatrice sudanese con un operatore del Programma alimentare mondiale