Sintesi
La fantascienza immaginava robot capaci di sostituire o affiancare gli uomini nelle fabbriche. Mitsubishi Motors e la startup giapponese Highlanders hanno ora avviato un progetto per sviluppare umanoidi destinati agli stabilimenti automobilistici e verificare la possibilità di produrli nell’impianto di Kyoto dall’inizio del 2027. L’obiettivo industriale indicato pubblicamente arriva fino a 1.000 unità al mese. Il robot umanoide sta passando dal laboratorio alla catena produttiva.

Dietro l’accelerazione giapponese c’è anche la demografia. Il Recruit Works Institute ha stimato per il 2040 una carenza complessiva di circa 11 milioni di lavoratori, dei quali 1,124 milioni nelle mansioni legate ai processi produttivi. BMW ha già sperimentato Figure nelle proprie linee, Hyundai introdurrà Atlas dal 2028 e Toyota Research Institute con Boston Dynamics sta sviluppando sistemi capaci di apprendere nuove attività attraverso dimostrazioni umane. In parole povere, in alcuni Paesi il robot viene cercato anche perché gli operai disponibili stanno diminuendo.

Nel frattempo la Cina ha trasformato gli umanoidi anche in una vetrina tecnologica. Ai Giochi mondiali conclusi a Pechino il 26 agosto 2026, Tiangong Ultra ha corso i 100 metri in 8,64 secondi. È un tempo inferiore al record umano di Usain Bolt, che resta però naturalmente il primato ufficiale dell’atletica e non è stato “scippato” da un robot. Più significative per l’industria sono state le prove autonome di manipolazione, assemblaggio, logistica e ricarica dei veicoli. In pratica, la corsa spettacolare mostra la rapidità dei progressi, ma la vera partita economica si gioca nelle fabbriche.

I numeri del mercato tuttavia richiedono prudenza. Interact Analysis ha stimato oltre 20.000 umanoidi prodotti nel 2025, quasi 10 volte il 2024, ma soltanto circa il 10% risultava impiegato in applicazioni reali. Sul primo semestre 2026 circolano poi stime molto diverse: un rapporto cinese ha indicato più di 40.000 unità spedite dalla Cina, mentre Smart Analytics Global ha calcolato circa 19.100 spedizioni mondiali. Il settore sta crescendo rapidamente, ma le statistiche non sono ancora essere rese omogenee.
La corsa tecnologica si intreccia infine con gli investimenti cinesi in Europa. Nel 2025 i capitali diretti provenienti dalla Cina nell’Unione europea e nel Regno Unito sono saliti del 67%, a 16,8 miliardi di euro. La Commissione europea ha proposto l’Industrial Accelerator Act per collegare maggiormente investimenti e sostegni pubblici a occupazione, ricerca, forniture e capacità industriali europee. Il provvedimento è ancora in discussione e non è una legge già operativa. L’Europa non vuole soltanto ospitare fabbriche: vuole che dentro quelle fabbriche rimangano anche competenze, innovazione e decisioni.
Il robot umanoide non si limita più, come le precedenti macchine statiche, a eseguire programmi prestabiliti: oggi osserva, impara, decide e agisce, arrivando a svolgere compiti nuovi e, in alcuni casi, persino creativi.
Articolo
La fantascienza è arrivata nello stabilimento
Per decenni cinema e letteratura hanno immaginato robot con forma umana capaci di camminare tra gli operai, impararne i movimenti e svolgerne il lavoro. Quella rappresentazione non appartiene più soltanto alla fantascienza. Il passaggio decisivo sta avvenendo quando l’umanoide smette di essere un prototipo dimostrativo e viene inserito in un normale processo industriale.
Uno degli esempi più recenti è arrivato dal Giappone. Il 9 luglio 2026 Mitsubishi Motors Corporation (casa automobilistica giapponese con sede a Tokyo, capitale del Giappone) e Highlanders Inc. (startup di robotica fondata nel 2023 e nata da un progetto dell’Università di Tokyo) hanno sottoscritto un Memorandum of Understanding (promemoria d’intesa) per sviluppare robot umanoidi destinati agli stabilimenti Mitsubishi e, contemporaneamente, verificare la loro produzione su scala industriale. Il comunicato ufficiale di Mitsubishi Motors ha indicato espressamente le 2 direttrici: impiego degli umanoidi nelle fabbriche automobilistiche e produzione dei robot Highlanders nello stabilimento di Kyoto (città del Giappone e capoluogo dell’omonima prefettura).
Mitsubishi ha previsto di utilizzare edifici attualmente inutilizzati dell’impianto di Kyoto e di verificare la possibilità di iniziare la produzione già nei primi mesi del 2027. Il documento ufficiale non fissa però un volume mensile. L’obiettivo di arrivare a una capacità di circa 1.000 robot al mese è stato indicato successivamente in occasione della presentazione pubblica del progetto e riportato dalla stampa tecnologica giapponese.
Takao Kato (presidente e amministratore delegato di Mitsubishi Motors) ha spiegato che l’azienda intende utilizzare direttamente gli umanoidi per accumulare dati, esperienza operativa e know-how (competenze tecniche e operative), mettendo a disposizione di Highlanders la propria esperienza nella produzione di massa, nel controllo della qualità, nella sicurezza e nell’affidabilità. Mitsubishi ha inoltre già investito nella startup e ha annunciato ulteriori investimenti.
Un robot chiamato N e l’intelligenza artificiale che diventa fisica
Highlanders sta sviluppando umanoidi destinati soprattutto ad attività industriali. Tra i modelli presentati figura N, progettato per operare in ambienti costruiti originariamente per le persone anziché in spazi ripensati attorno alle macchine.
È uno dei passaggi che distinguono la nuova generazione di robot dai tradizionali bracci industriali. Questi ultimi sono estremamente efficienti, ma solitamente rimangono ancorati a una postazione e ripetono movimenti prestabiliti. L’umanoide prova invece a utilizzare lo stesso spazio dell’uomo, camminando, afferrando oggetti, riconoscendo ciò che lo circonda e adattando il movimento al compito.
Highlanders definisce il proprio campo Physical AI (intelligenza artificiale fisica): sistemi nei quali l’intelligenza artificiale non si limita a produrre testi, immagini o calcoli, ma percepisce il mondo attraverso sensori e telecamere e agisce materialmente mediante braccia, mani, gambe e articolazioni. La società sta sviluppando anche Kepler, una piattaforma software destinata a raccogliere i dati provenienti dai robot e dalle interazioni con gli operatori per migliorare progressivamente le capacità delle macchine.
Il principio è quello dell’apprendimento attraverso l’esperienza. L’operatore può mostrare un’azione al robot mediante teleoperazione, cioè controllandone a distanza i movimenti, mentre il sistema registra dati e sequenze. Aumentando le dimostrazioni e l’esperienza accumulata, il modello cerca poi di generalizzare il comportamento senza dover programmare manualmente ogni singolo gesto.
Toyota e Boston Dynamics, il robot impara guardando l’uomo
Una strada analoga è stata percorsa dal Toyota Research Institute (centro di ricerca statunitense del gruppo automobilistico Toyota) insieme a Boston Dynamics (società statunitense specializzata in robotica avanzata). Nell’agosto 2025 i 2 gruppi hanno mostrato Atlas mentre completava lunghe sequenze nelle quali locomozione e manipolazione venivano gestite da un Large Behavior Model (modello comportamentale di grandi dimensioni).
L’aspetto tecnologicamente rilevante non è stato soltanto che Atlas riuscisse a prendere e spostare oggetti. I ricercatori hanno spiegato che nuove competenze potevano essere aggiunte attraverso dimostrazioni umane, riducendo progressivamente la necessità di programmare separatamente ogni comportamento.
È questo che rende l’evoluzione più profonda rispetto alla robotizzazione del secolo scorso. L’automa tradizionale eseguiva ciò che un tecnico aveva preventivamente descritto. Il nuovo obiettivo è costruire una macchina che possa osservare esempi, ricavarne un modello e applicarlo anche a situazioni non identiche.
Il Giappone e gli 11 milioni di lavoratori che potrebbero mancare
Nel caso giapponese l’innovazione si sovrappone a un problema molto concreto: la diminuzione della popolazione in età lavorativa.
Il Recruit Works Institute (centro studi giapponese sul mercato del lavoro) ha stimato che, senza cambiamenti significativi, nel 2040 al Giappone potrebbero mancare circa 11,004 milioni di lavoratori. L’offerta di lavoro passerebbe da circa 65,87 milioni di persone nel 2022 a 63,37 milioni nel 2030 e 57,67 milioni nel 2040, con una discesa destinata ad accelerare attorno al 2027.
Per i lavori direttamente legati alla produzione, in Giappone potrebbero mancare circa 221.000 lavoratori nel 2030 e 1,124 milioni nel 2040, cioè il 13,3% del personale necessario.
Un sondaggio realizzato da Nikkei Research per Reuters tra il 1° e il 15 maggio 2026 su 492 grandi aziende giapponesi, con 220 risposte anonime, ha mostrato che il 4% utilizzava già robot dotati di intelligenza artificiale, il 5% progettava di introdurli e il 25% li stava valutando. Tra i produttori di mezzi di trasporto la quota delle aziende che li utilizzavano o li stavano prendendo in considerazione arrivava all’80%.
Questo modifica anche il dibattito sul lavoro. In Giappone la spinta alla robotica umanoide non nasce esclusivamente dalla volontà di sostituire personale per ridurre i costi, ma anche dalla necessità di continuare a produrre quando una parte della manodopera rischia semplicemente di non esserci.
BMW, dal Figure 02 al Figure 03
La sperimentazione è già uscita dai laboratori anche in Europa e negli Stati Uniti. BMW Group (gruppo automobilistico tedesco) ha utilizzato Figure 02, sviluppato dalla statunitense Figure AI, nello stabilimento di Spartanburg (città della South Carolina, Stati Uniti).
Secondo i dati diffusi dalle aziende, il precedente programma ha contribuito alla produzione di oltre 30.000 BMW X3. Figure AI ha quantificato l’attività in oltre 90.000 componenti movimentati e circa 1.250 ore operative. Il compito riguardava soprattutto il posizionamento di parti metalliche destinate alle successive lavorazioni.
BMW ha poi avviato nel giugno 2026 una nuova fase con Figure 03. Questa volta il compito è cambiato: il robot è stato destinato alla logistica e al sequenziamento dei componenti, cioè alla preparazione dei pezzi nell’ordine necessario alla produzione. Una fotografia ufficiale BMW del 25 giugno 2026 documenta già 2 Figure 03 nell’ambiente produttivo di Spartanburg.
Hyundai punta su 30.000 robot l’anno
Hyundai Motor Group (gruppo automobilistico sudcoreano che controlla Boston Dynamics) ha annunciato un programma ancora più ampio. Atlas dovrebbe entrare progressivamente nei processi produttivi dal 2028, iniziando dal sequenziamento dei componenti e allargando successivamente l’impiego ad altre attività di assemblaggio. Il gruppo ha indicato l’obiettivo di costruire entro il 2028 una capacità produttiva nell’ordine di 30.000 robot all’anno.
In Corea del Sud il passaggio ha aperto anche un confronto sindacale. Nell’agosto 2026 il sindacato Hyundai, che rappresenta circa 40.000 lavoratori, ha inserito la sicurezza dell’occupazione collegata all’introduzione dell’intelligenza artificiale e della robotica tra i temi della vertenza aziendale. L’intesa preliminare raggiunta nei giorni successivi ha previsto la prosecuzione del confronto su occupazione, nuove tecnologie e automazione.
A Pechino il robot corre in 8,64 secondi
La velocità con cui la tecnologia sta avanzando è stata resa visibile in modo spettacolare dalla seconda edizione dei World Humanoid Robot Games (Giochi mondiali dei robot umanoidi), disputata a Pechino (capitale della Cina) dal 22 al 26 agosto 2026.
Durante le prove preliminari del 22 agosto il robot Lightning aveva corso i 100 metri in 9,32 secondi. Quel risultato aveva attirato l’attenzione perché risultava inferiore ai 9,58 secondi con cui Usain Bolt (ex velocista giamaicano e primatista mondiale umano dei 100 metri) ha stabilito nel 2009, a Berlino, il record mondiale dell’atletica.
Ma il dato è diventato vecchio nel giro di pochi giorni. Tiangong Ultra ha registrato 9,39 secondi nelle qualificazioni, è sceso a 8,86 in semifinale e il 26 agosto ha vinto la finale in 8,64 secondi. Il robot ha quindi corso, in quella competizione robotica, più velocemente del tempo del record umano. Non ha però “tolto” alcun primato a Bolt: sono categorie, condizioni e organismi sportivi completamente differenti e il record mondiale ufficiale umano rimane 9,58 secondi.
Il salto compiuto in appena 1 anno è comunque notevole. Alla prima edizione del 2025 Tiangong Ultra aveva vinto i 100 metri in 21,50 secondi. L’interesse scientifico della corsa riguarda il controllo dell’equilibrio, la coordinazione degli arti, la risposta in tempo reale e la capacità di mantenere stabilità a velocità crescenti.
La gara decisiva non è però quella dei 100 metri
L’aspetto industrialmente più importante dei Giochi di Pechino è rimasto lontano dalle piste. Le competizioni hanno compreso prove costruite attorno ad attività concrete: collegamento di cavi, riconoscimento e manipolazione degli oggetti, allineamento di componenti, assemblaggio industriale, servizi di ristorazione e ricarica dei veicoli elettrici. In oltre il 40% dei test ambientati in scenari reali era richiesta la completa autonomia della macchina. Correre molto rapidamente dimostra che motori, controllo e algoritmi stanno migliorando. Ma trasportare per ore un componente senza farlo cadere, riconoscere un oggetto diverso da quello usato durante l’addestramento, lavorare accanto a una persona senza colpirla e ripetere lo stesso compito migliaia di volte con precisione sono prove assai più vicine a ciò che determinerà il successo commerciale degli umanoidi.
Ventimila robot, ma soltanto una parte lavora davvero
Anche i grandi numeri richiedono qualche cautela. Interact Analysis (società internazionale di analisi dei mercati tecnologici) ha stimato che nel 2025 siano stati prodotti nel mondo più di 20.000 robot umanoidi, contro meno di 2.000 nel 2024. La crescita sarebbe stata quindi vicina a 10 volte in 1 solo anno. Lo stesso studio contiene tuttavia un dato meno appariscente ma probabilmente più importante: soltanto circa il 10% delle unità prodotte risultava utilizzato in vere applicazioni sul campo. La grande maggioranza serviva ancora per ricerca, sviluppo, raccolta di dati, dimostrazioni o intrattenimento. La distinzione è essenziale. Contare quanti umanoidi escono da uno stabilimento non equivale a contare quanti robot sono economicamente produttivi.
Sul primo semestre 2026 esiste poi una discrepanza che impedisce di presentare un unico numero come dato certo. Un rapporto dell’industria cinese diffuso in occasione della World Robot Conference ha indicato oltre 40.000 umanoidi spediti dalla Cina nei primi 6 mesi dell’anno, pari al 97% del totale mondiale. Smart Analytics Global, utilizzando una propria metodologia di mercato, ha invece stimato circa 19.100 spedizioni mondiali nello stesso periodo, con produttori cinesi comunque oltre il 97%. Le 2 valutazioni concordano quindi sulla schiacciante predominanza cinese, ma non sul numero assoluto delle macchine. La differenza, superiore a 2 volte, segnala che criteri di classificazione e perimetri statistici del giovanissimo mercato degli umanoidi non sono ancora uniformi.
Unitree, dalla corsa in Borsa al richiamo della realtà
La febbre della robotica si è vista anche sui mercati finanziari. Unitree Robotics (società cinese specializzata in robot umanoidi e quadrupedi) ha debuttato alla Borsa di Shanghai il 19 agosto 2026. Il titolo ha raggiunto durante la prima seduta un rialzo massimo vicino al 629%, ma non ha chiuso con quel guadagno. Alla fine della giornata l’incremento si è attestato attorno al 460%. Nei giorni successivi la quotazione è arretrata sensibilmente dai massimi, alimentando il dibattito sulla distanza tra aspettative finanziarie e capacità industriale effettiva. È un altro segnale della fase nella quale si trova il settore: le aspettative corrono, forse per ora, persino più rapidamente dei robot.
La Cina produce già quasi un terzo della manifattura mondiale
Per comprendere perché la competizione sugli umanoidi abbia assunto una dimensione geopolitica occorre guardare alla struttura industriale generale. Secondo l’United Nations Industrial Development Organization, UNIDO (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale), la quota cinese della produzione manifatturiera mondiale è passata dal 2,8% del 1990 a circa il 32% nel 2024.
La Cina non è quindi più soltanto un Paese che cerca spazio nelle esportazioni mondiali. È il principale sistema manifatturiero del pianeta e possiede filiere particolarmente forti proprio nei settori che alimentano la nuova automazione: batterie, motori elettrici, elettronica, sensori, componentistica, veicoli elettrici e robotica. Questo cambia anche il significato dell’export. Quando dazi, tensioni commerciali e politiche di sicurezza economica rendono più difficile vendere direttamente dalla Cina, per le imprese diventa conveniente produrre più vicino al consumatore finale.
Negli anni Novanta il capitale entrava in Cina, ora la direzione è anche inversa
Il confronto con gli anni Novanta è suggestivo, ma deve essere precisato. Non fu soltanto “l’Europa” a investire in Cina. Furono imprese europee, statunitensi, giapponesi e di molte altre economie a partecipare alla grande apertura agli investimenti esteri avviata da Pechino con le riforme economiche. L’Organisation for Economic Co-operation and Development, OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), ha documentato il ruolo svolto dagli investimenti diretti esteri nella crescita industriale e nell’acquisizione di tecnologia da parte cinese. Le joint venture (società a partecipazione congiunta) hanno rappresentato per molti anni uno degli strumenti centrali di quel modello. La successiva adesione della Cina alla World Trade Organization, WTO (Organizzazione mondiale del commercio), avvenuta l’11 dicembre 2001, ha ulteriormente integrato il Paese nell’economia globale.
Oggi il movimento è diventato bidirezionale. Adesso le imprese cinesi non si limitano più a esportare verso l’Europa: costruiscono stabilimenti, acquisiscono società e partecipazioni e cercano di collocarsi direttamente dentro le filiere europee.
In Europa 16,8 miliardi di investimenti cinesi
Secondo il rapporto pubblicato nel maggio 2026 da Rhodium Group (società internazionale di ricerca economica) e Mercator Institute for China Studies, MERICS (centro europeo di studi sulla Cina), nel 2025 gli investimenti diretti cinesi nell’Unione europea e nel Regno Unito hanno raggiunto 16,8 miliardi di euro, il 67% in più rispetto all’anno precedente e il livello più alto dal 2018.
La crescita ha riguardato entrambe le modalità principali: le fusioni e acquisizioni hanno raggiunto circa 7,9 miliardi di euro; i nuovi insediamenti produttivi, definiti greenfield (investimenti realizzati partendo da un nuovo impianto), circa 8,9 miliardi. L’Europa ha assorbito quasi un quarto degli investimenti diretti cinesi mondiali.
Nel settore dell’auto la penetrazione industriale viene da più lontano. Un censimento richiamato dal Financial Times sulla base dei dati Rhodium ha individuato investimenti cinesi in oltre 130 produttori europei di componentistica automobilistica dalla metà degli anni Duemila.
La domanda per l’Europa non è quindi semplicemente se accettare o respingere il capitale cinese. È capire quanto valore europeo rimanga sul territorio dopo l’investimento.
Bruxelles prova a legare gli investimenti a lavoro, ricerca e fornitori europei
Il 4 marzo 2026 la Commissione europea (organo esecutivo dell’Unione europea con sede principale a Bruxelles, in Belgio) ha presentato l’Industrial Accelerator Act, IAA (proposta di regolamento per accelerare la capacità industriale e la decarbonizzazione nei settori strategici). Non è ancora una legge definitivamente approvata. Deve completare il negoziato tra Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea.
Tra gli aspetti più delicati figurano proprio gli investimenti provenienti da Paesi terzi in settori strategici nei quali il Paese dell’investitore dispone di una quota molto elevata della capacità produttiva mondiale. Il testo proposto comprende batterie, veicoli elettrici, fotovoltaico e materie prime critiche e, per i grandi investimenti interessati, introduce condizioni volte a impedire che il territorio europeo diventi soltanto una sede di assemblaggio.
Le condizioni prospettate comprendono, secondo l’articolazione della proposta: almeno il 50% della forza lavoro proveniente dall’Unione europea; una strategia per portare almeno il 30% degli approvvigionamenti da fornitori europei; una spesa in ricerca e sviluppo pari ad almeno l’1% dei ricavi annui lordi; accordi riguardanti proprietà intellettuale e trasferimento tecnologico; limiti alla quota di controllo estero in determinate fattispecie. Non si tratta quindi di un generale obbligo già vigente per qualsiasi azienda cinese che apra una fabbrica in Europa, ma di condizioni inserite in una proposta normativa ancora negoziata e legate alle fattispecie previste dal regolamento.
Il Senato italiano ha già esaminato la proposta
In Italia la 4ª Commissione permanente del Senato (Commissione Politiche dell’Unione europea) ha concluso l’esame dell’Industrial Accelerator Act il 1° luglio 2026 approvando la risoluzione Doc. XVIII-bis n. 40. Il ha richiamato la necessità di rafforzare competitività, resilienza e autonomia strategica europea e ha dato conto anche del negoziato già avviato in Consiglio.
Il 14 luglio Adolfo Urso (ministro delle Imprese e del Made in Italy) ha chiesto di accelerare l’attuazione dell’Industrial Accelerator Act nel quadro della crisi dell’automotive europea. La posizione del ministro, espressa durante il tavolo nazionale sul settore, è stata quella di anticipare gli strumenti europei destinati a sostenere la capacità industriale anziché attendere gli anni successivi.
Il punto economico è facilmente riassumibile: una fabbrica può sorgere fisicamente in Europa e tuttavia dipendere quasi completamente da componenti, programmi informatici, brevetti, dati e decisioni provenienti dall’estero. La presenza dello stabilimento, da sola, non garantisce autonomia industriale.
Anche i robot dovranno rispettare le regole europee di sicurezza
L’arrivo degli umanoidi nelle fabbriche pone infine una questione meno spettacolare ma decisiva: la sicurezza delle persone che lavoreranno accanto a macchine capaci di muoversi e modificare il proprio comportamento.
Il regolamento europeo sulle macchine 2023/1230, destinato a trovare applicazione da gennaio 2027, ha aggiornato il quadro proprio tenendo conto delle nuove tecnologie e comprende tra gli elementi di sicurezza anche software e componenti con comportamento autoevolutivo basato sull’apprendimento automatico.
A questo si aggiunge l’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, che considera ad alto rischio alcune applicazioni di IA quando fanno parte dei sistemi di sicurezza di prodotti soggetti a specifici controlli di conformità. Mediterranea24 ha già ricostruito il calendario e i principali obblighi del regolamento. Per evitare ripetizioni, qui interessa soprattutto un altro aspetto: quando l’intelligenza artificiale viene inserita in un robot capace di muoversi ed esercitare forza fisica accanto a un lavoratore, la sicurezza del software e quella della macchina diventano un unico problema.
Dai semiconduttori all’umanoide, la stessa competizione industriale
Mediterranea24 aveva già affrontato una parte della stessa trasformazione, tra cui il sito STMicroelectronics di Catania, descritto come una “piattaforma strategica integrata” destinata, tra l’altro, a sostenere intelligenza artificiale, robotica, energia, centri dati e calcolo ad alte prestazioni.
Quello che sta emergendo adesso completa il quadro. Prima vengono i semiconduttori, cioè i componenti elettronici che consentono ai sistemi di elaborare informazioni, insieme ai sensori, alla capacità di calcolo e ai modelli di intelligenza artificiale. Poi arriva la macchina capace di utilizzare quella capacità digitale per osservare l’ambiente, muoversi, riconoscere oggetti, afferrarli, imparare nuovi compiti e intervenire direttamente nel processo produttivo.
In questo senso, il polo di Catania raccontato da Mediterranea24 rappresenta una parte della stessa catena industriale che oggi porta ai robot umanoidi: senza chip avanzati, sensori, elettronica di potenza e capacità di calcolo non esisterebbero macchine in grado di percepire ciò che le circonda e trasformare le decisioni dell’intelligenza artificiale in movimenti fisici. Il collegamento tra semiconduttori e robotica non è quindi soltanto tecnologico, ma anche industriale e strategico.
La sfida, quindi, non è più stabilire se fra qualche anno nelle fabbriche lavoreranno robot umanoidi: i primi stanno già entrando negli stabilimenti. La questione riguarda piuttosto chi li progetterà, chi possiederà i modelli di intelligenza artificiale che li governano, dove verranno raccolti e conservati i dati, chi produrrà i componenti fondamentali, quali lavoratori ne controlleranno l’attività e, soprattutto, quale parte del valore economico e delle competenze resterà nei Paesi che ospitano queste nuove fabbriche.
La fantascienza aveva immaginato uomini e macchine uno accanto all’altro. La realtà del 2026 ha aggiunto una domanda che il cinema lasciava spesso sullo sfondo: non soltanto che cosa saprà fare il robot, ma anche chi controllerà la tecnologia, i dati e la fabbrica nella quale lavorerà. Il robot, inizialmente, era una macchina che si limitava a eseguire programmi prestabiliti. Oggi osserva l’ambiente, impara dai gesti umani, agisce con crescente autonomia e, in alcuni ambiti, riesce persino a creare: in fabbrica può riconoscere e spostare componenti, apprendere una lavorazione per imitazione e adattarsi a compiti nuovi. Il vero salto, quindi, non è soltanto nella forza o nella velocità, ma nella capacità di trasformare dati ed esperienza in decisioni e azioni.
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Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









