Magistrati, scontro sugli aumenti. Perché il rifiuto di Meloni di firmare il decreto non ferma le sentenze

Arretrati e maggiori stipendi, conto stimato di 979 milioni. Le sentenze impongono di rifare i calcoli dei decreti Draghi del 2021 e Meloni del 2024. L’Anm pronta ai ricorsi

Sintesi

Il rifiuto di Giorgia Meloni di firmare il decreto sugli aumenti dei magistrati non cancella l’obbligo di eseguire le sentenze. La controversia nasce da conteggi degli stipendi giudicati sbagliati. L’Anm ha annunciato che valuterà il ricorso ai Giudici per ottenere quanto dovuto. In caso di inadempienza, un commissario potrebbe intervenire al posto dell’Amministrazione. Il pagamento non dipende soltanto dalla volontà politica.

La stima complessiva è di 979 milioni di euro, ma non rappresenta una somma da distribuire interamente nelle buste paga. Comprende arretrati, maggiori retribuzioni e oneri a carico dello Stato. Le ricostruzioni disponibili indicano circa 727 milioni per gli arretrati fino al 2026 e 252 milioni per gli effetti annuali successivi.

La contestazione del decreto Draghi era già in corso nel giugno 2022, quando il suo Governo era ancora in carica. Il Tar ha inizialmente respinto il ricorso, ma il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione nel luglio 2025, imponendo di rifare i calcoli. La controversia è quindi iniziata prima dell’insediamento del Governo Meloni.

Il Governo nazionale starebbe valutando una modifica del sistema di calcolo per limitare gli aumenti futuri. La proposta riguarderebbe il peso attribuito alle diverse categorie di dipendenti pubblici, i cui incrementi servono da riferimento per quelli dei magistrati. Cambiare le regole future, però, non equivale a cancellare i diritti già riconosciuti dalle sentenze.

Articolo

Una sentenza può obbligare lo Stato a rifare i conti degli stipendi anche quando il Governo nazionale considera quella spesa eccessiva. È questo il nodo del confronto tra Giorgia Meloni (presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia) e l’Anm (Associazione nazionale magistrati, che rappresenta i magistrati ordinari). Da una parte c’è il rifiuto della premier di firmare il provvedimento sugli adeguamenti. Dall’altra ci sono decisioni giudiziarie che impongono di correggere il metodo utilizzato per calcolarli. La vicenda riguarda quindi sia le risorse pubbliche sia il rispetto delle sentenze.

Perché i magistrati hanno ottenuto il ricalcolo

Gli stipendi dei magistrati non vengono aggiornati attraverso una normale trattativa tra sindacati e Stato. La legge prevede un adeguamento ogni 3 anni, prendendo come riferimento gli aumenti ottenuti dagli altri dipendenti pubblici nei 3 anni precedenti. Non si guarda direttamente a quanto sono aumentati i prezzi, ma a quanto sono cresciute le retribuzioni nel pubblico impiego.

Il primo provvedimento contestato dai magistrati è il Dpcm del 6 agosto 2021 (decreto del presidente del Consiglio dei ministri), adottato durante il Governo nazionale guidato da Mario Draghi, in carica dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022. Era un Governo di unità nazionale, cioè sostenuto da forze politiche di orientamenti diversi. Ne facevano parte, con propri ministri, Movimento 5 Stelle, Partito democratico, Lega, Forza Italia, Italia Viva e Liberi e Uguali, insieme a ministri tecnici, scelti per le loro competenze e non come rappresentanti di un partito. La maggioranza parlamentare comprendeva anche altre formazioni minori. Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni, era invece all’opposizione.

Quel decreto doveva stabilire di quanto aumentare gli stipendi dei magistrati dal 2021. Per fare il calcolo, lo Stato ha guardato agli aumenti ottenuti dagli altri dipendenti pubblici nel 2018, 2019 e 2020. Quei 3 anni servivano quindi come riferimento: non erano gli anni ai quali attribuire gli aumenti dei magistrati, ma quelli da osservare per determinare l’adeguamento del triennio successivo, 2021-2023.

Il decreto del Governo Draghi era già stato contestato mentre lo stesso Esecutivo era ancora in carica. Lo conferma una comunicazione dell’Anm del 15 giugno 2022, che invitava i magistrati iscritti a partecipare ai giudizi già avviati. Quella è la data dell’avviso dell’associazione, non del deposito del ricorso, che le fonti consultate non consentono di precisare. L’iniziativa è partita con un ricorso straordinario al presidente della Repubblica, poi trasferito al Tar Lazio, cioè al Tribunale amministrativo regionale. Il Tar ha inizialmente dato torto ai ricorrenti, con la sentenza n. 14991 del 23 luglio 2024. L’Anm e i magistrati interessati hanno presentato appello e il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 6004 del 9 luglio 2025, ha ribaltato quella decisione, imponendo all’amministrazione di rifare i conteggi.

Il secondo provvedimento impugnato dai magistrati è il decreto del 3 giugno 2024, adottato durante il Governo nazionale guidato da Giorgia Meloni, entrato in carica il 22 ottobre 2022. È un Governo di centrodestra, sostenuto dalla coalizione composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. Per stabilire di quanto aumentare gli stipendi dei magistrati dal 2024, lo Stato ha preso come riferimento gli aumenti ottenuti dagli altri dipendenti pubblici nel 2021, 2022 e 2023. Il risultato di questo calcolo è servito a determinare l’adeguamento degli stipendi per il triennio 2024-2026.

Il meccanismo è quindi questo: prima si misura quanto sono cresciuti gli stipendi degli altri dipendenti pubblici, poi si usa quel risultato per aggiornare quelli dei magistrati nei 3 anni successivi. I ricorsi hanno contestato il modo in cui sono stati fatti i conteggi alla base dei due decreti, adottati sotto Governi diversi.

Le sentenze del Consiglio di Stato hanno individuato 3 errori nel calcolo, con le sentenze n. 6003 e n. 6004 del 9 luglio 2025. La scheda ufficiale della sentenza n. 6004 riassume 3 errori nel calcolo: erano state lasciate fuori alcune somme che fanno parte della retribuzione; non erano state considerate tutte le categorie di dipendenti pubblici previste; era stata utilizzata una media che dava più peso alle categorie con più lavoratori, mentre, secondo i giudici, la legge richiedeva una media che attribuisse lo stesso peso a ogni categoria considerata. Lo Stato deve quindi rifare i calcoli degli stipendi e stabilire, per ciascun magistrato, quanti soldi in più avrebbe dovuto versare e deve ancora pagare.

La differenza tra le due medie, spiegata con un esempio

Con la media ponderata conta anche quanti lavoratori appartengono a ciascuna categoria. Con quella aritmetica, invece, ogni categoria considerata ha lo stesso peso. Un esempio soltanto illustrativo: se un comparto molto numeroso ottiene un aumento del 2% e uno piccolo del 10%, la media aritmetica è del 6%. Quella ponderata rimane più vicina al 2%, perché nel primo comparto lavorano molte più persone.

Sì, il significato è corretto. Per renderlo più semplice e preciso, lo scriverei così:

Il giudice deve interpretare la legge e verificare che sia stata rispettata anche nel calcolo degli stipendi. In questo caso, il Consiglio di Stato ha stabilito che il metodo utilizzato dall’amministrazione non rispettava i criteri previsti dalla legge. Per questo ha imposto di rifare i conteggi seguendo i criteri indicati nella sentenza.

Secondo i conteggi riportati nelle ricostruzioni della vicenda, il primo adeguamento passa dal 4,85% al 6,22%, mentre quello successivo dal 6,69% al 12,32%. Inoltre, il secondo incremento si applica a una retribuzione di partenza già corretta verso l’alto. Questo spiega perché gli effetti economici del secondo provvedimento siano molto maggiori.

Quanto vale il conto fino al 2024 e fino al 2026

Un importo autonomo degli arretrati maturati soltanto fino al 31 dicembre 2024 non risulta ricavabile dai dati pubblici dettagliati disponibili nelle fonti consultate. Non appare possibile al momento attribuire a quella data i 241 milioni riferiti al primo decreto, quella cifra distingue gli effetti di un provvedimento, non fotografa automaticamente il debito accumulato entro il 2024.

La ripartizione delle stime ministeriali pubblicata dal Foglio (quotidiano nazionale) è questa: 241 milioni per gli effetti del primo decreto, dei quali 209 milioni di arretrati e 32 milioni di maggiore spesa annuale; 738 milioni per il secondo, dei quali 518 milioni di arretrati e 220 milioni di maggiore spesa annuale. Sommando le voci si arriva a 727 milioni di arretrati e 252 milioni di effetti annuali, per un totale di 979 milioni. Si tratta di stime attribuite ai tecnici ministeriali dalla stampa, non di un prospetto analitico integralmente verificabile nei documenti pubblici consultati.

Per la fine del 2026 il riferimento è quindi ai circa 727 milioni di arretrati stimati. Il totale di 979 milioni comprende anche gli effetti sulle retribuzioni del 2027: presentarlo interamente come debito arretrato maturato entro il 2026 confonderebbe due voci diverse. Il Sole 24 Ore (quotidiano economico-finanziario) collega infatti la copertura agli arretrati del 2021-2026 e alle conseguenze sull’anno successivo.

Perché non significa 100mila euro netti a ciascuno

Il costo sostenuto dallo Stato comprende somme che non arrivano tutte sul conto corrente del magistrato: retribuzioni prima delle imposte, contributi a carico dell’Amministrazione e altri effetti previdenziali. Il ricalcolo può incidere anche sul Tfs (trattamento di fine servizio, la liquidazione prevista per il personale interessato). Inoltre, gli importi individuali cambiano secondo anzianità, stipendio e periodo lavorato.

Giuseppe Tango (presidente dell’Anm), nel chiarimento riportato nel resoconto fornito, ha precisato che le precedenti stime dell’associazione riguardavano il decreto del 2021, senza comprendere gli effetti del secondo. È una distinzione determinante. La componente da 738 milioni rappresenta circa il 75,4% del totale stimato. Il costo complessivo per il bilancio pubblico non trasforma in un pagamento netto identico per ogni beneficiario.

Il rifiuto di Meloni e la risposta dell’Anm

Il 18 ottobre 2026 la premiser Giorgia Meloni ha dichiarato all’Adnkronos (agenzia di stampa): “Non firmerò”. Ha motivato la posizione richiamando le difficoltà economiche e altre priorità di spesa, tra cui gli interventi per l’autotrasporto. Nella stessa intervista ha aperto alla possibilità di ascoltare le associazioni dei magistrati per cercare una soluzione.

L’Anm ha risposto annunciando la disponibilità a utilizzare gli strumenti giudiziari. Stefano Celli (vicesegretario dell’associazione) ha spiegato che verrà valutato un ricorso per far valere i diritti riconosciuti dall’ordinamento. È quindi l’annuncio di una possibile iniziativa, non la prova che un nuovo ricorso sia già stato depositato.

Che cosa accade se il decreto non viene firmato

Il rifiuto politico non annulla una sentenza. Quando l’Amministrazione non esegue una decisione, gli interessati possono chiedere al Giudice di imporne l’attuazione attraverso il giudizio di ottemperanza (il procedimento che serve a far rispettare quanto stabilito). Il Giudice può anche nominare un commissario ad acta (un soggetto incaricato di compiere gli atti necessari al posto dell’amministrazione). Non è una sostituzione automatica, richiede l’intervento giudiziario previsto dalla legge.

Le decisioni sui due decreti si trovano in fasi diverse. Sul decreto del 2021 si è già pronunciato il Consiglio di Stato e la questione sui criteri di calcolo è stata decisa in via definitiva. Sul decreto del 2024, invece, si è pronunciato il Tar Lazio che ha dato ragione ai magistrati, ma il Governo può ancora presentare appello, cioè chiedere al Consiglio di Stato di riesaminare quelle decisioni. Secondo la ricostruzione pubblicata il 24 ottobre dal Foglio, i termini per farlo non erano ancora tutti scaduti.

È prevedibile che anche sul secondo decreto venga confermata la necessità di rifare i calcoli, in quanto il Tar ha seguito i criteri già indicati dal Consiglio di Stato per il primo. Tuttavia, finché è possibile presentare appello e manca una decisione definitiva, non si può descrivere anche questa seconda controversia come già conclusa.

La norma che il Governo starebbe studiando

Secondo quanto riportato il 22 ottobre dal Sole 24 Ore, sarebbe allo studio una disposizione per reintrodurre la media ponderata negli adeguamenti futuri, limitando la crescita della spesa. Il prossimo aggiornamento triennale è previsto nel 2027 e prenderà come riferimento l’andamento delle retribuzioni pubbliche nel 2024-2026. Nelle fonti consultate questa possibilità risulta ancora un’ipotesi di intervento, non una norma già approvata.

Modificare la legge per il futuro è diverso dal disattendere una sentenza già definitiva. Una nuova disciplina dovrebbe rispettare i limiti costituzionali e i diritti definitivamente accertati. Il confronto riguarda quindi due questioni separate: come dare esecuzione alle decisioni già intervenute e quali regole utilizzare per gli aumenti successivi.

Mediterranea24 aveva già ricostruito l’origine degli arretrati e il loro ingresso nella manovra, distinguendo la spesa pubblica dalle somme effettivamente incassate dai magistrati. È questa distinzione, insieme al diverso stato delle sentenze, che permette di comprendere la controversia senza confondere aumenti, arretrati e costo complessivo per lo Stato.

Nell’immagine di copertina, Giorgia Meloni e Giuseppe Tango, affiancati con IA; a destra, la targa del Consiglio di Stato la cui sede è nel Palazzo Spada a Roma; e in basso un fascicolo giudiziario

Nota

Scorrendo l’articolo emerge che il primo decreto contestato risale al Governo Draghi del 2021, sostenuto anche dalle forze di centrosinistra, insieme a Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia. La contestazione era già in corso nel giugno 2022, quando Draghi era ancora presidente del Consiglio, come documenta una comunicazione dell’Anm del 15 giugno 2022. Il Tar ha inizialmente respinto il ricorso, ma il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione il 9 luglio 2025, giudicando illegittimi i criteri utilizzati e imponendo di rifare i conteggi. Un precedente che oggi sembra essere passato in secondo piano nel dibattito pubblico: la controversia è iniziata prima dell’insediamento del Governo Meloni.