Sicilia, cresce la differenziata ma la Tari resta cara. Differenziare di più non basta per pagare meno

Nove province a confronto nel 2022–2025. Catania la più cara d’Italia, Enna la meno cara dell’Isola. Palermo ultima per differenziata, Tari in risalita a Messina nel 2025. In Italia crescono raccolta e bollette

Sintesi

In Sicilia cresce la raccolta differenziata, ma il risparmio sulle bollette non è generalizzato. I dati ISPRA del 2024 collocano l’Isola al 55,51%, contro il 67,7% nazionale. Trapani guida la graduatoria provinciale, seguita da Ragusa, mentre Palermo rimane ultima. La spesa annua della famiglia tipo rilevata nei capoluoghi siciliani è passata dai 396 euro del 2022 ai 402 euro del 2025, rispetto ai 340 euro della media italiana. Nell’Isola si continua a pagare di più.

Tra il 2022 e il 2025 la Tari è aumentata in 6 capoluoghi siciliani su 9, mentre il saldo è stato favorevole a Messina, Siracusa e, in misura più contenuta, Ragusa. Anche i costi del servizio sono cresciuti: confrontando le rilevazioni ISPRA del 2021 e del 2024, l’aumento siciliano è stato di circa il 20%, contro il 10,4% nazionale. Separare meglio i rifiuti, da solo, non garantisce una tassa più leggera.

Più differenziamo, meno paghiamo: è il beneficio atteso da un sistema che premi chi produce meno rifiuti indifferenziati. Anche la normativa nazionale ha previsto strumenti per collegare la tariffa ai rifiuti conferiti dagli utenti, attraverso il decreto ministeriale del 20 aprile 2017. Il confronto 2022–2025 mostra però che la crescita della differenziata non ha portato a un risparmio generalizzato nei capoluoghi siciliani. Per molte famiglie, la bolletta è aumentata.

Articolo

La Sicilia migliora, ma resta ultima tra le regioni

La raccolta differenziata cresce, ma la Sicilia rimane la regione italiana con la percentuale più bassa. Nel 2024 ha raggiunto il 55,51% secondo il Catasto nazionale dei rifiuti, gestito dall’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). La media italiana è stata invece del 67,7%: una distanza di circa 12 punti percentuali.

Il miglioramento nel tempo esiste. L’Istat, nella rilevazione pubblicata il 7 ottobre 2026, segnala per la Sicilia una crescita della differenziata di circa 13 punti percentuali negli ultimi 5 anni. Il recupero non è però bastato a raggiungere le altre Regioni, né si è tradotto ovunque in una riduzione della spesa per le famiglie.

Le nove province, da Trapani a Palermo

La graduatoria provinciale ISPRA del 2024 mostra differenze profonde all’interno dell’Isola: Trapani raggiunge il 77,03% e Ragusa il 68,74%; seguono Caltanissetta al 66,44%; Enna al 66,34%; Messina al 65,64%. Questi 5 territori superano la soglia del 65%.

Nella parte più arretrata della stessa rilevazione provinciale si trovano Agrigento al 59,89%, Catania al 55,39%, Siracusa al 54,10% e Palermo al 36,90%. Tra il territorio trapanese e quello palermitano la distanza supera dunque i 40 punti percentuali.

Le percentuali provinciali comprendono tutti i Comuni del territorio, non soltanto il capoluogo. Il risultato di una provincia può quindi essere sostenuto dai centri minori anche quando la città principale presenta difficoltà. È una distinzione necessaria anche nel confronto con le bollette: i dati sulla Tari riportati di seguito riguardano esclusivamente i capoluoghi.

Quanto pagano le famiglie nei capoluoghi

Nel 2025 la Sicilia è stata la terza regione dove la tassa sui rifiuti è costata di più, dopo Puglia e Campania. Il rapporto 2025 di Cittadinanzattiva (organizzazione civica che tutela i diritti dei cittadini) ha rilevato nei capoluoghi siciliani una spesa media annua di 402 euro, contro i 340 euro della media italiana. Per la famiglia presa come esempio, vivere in un capoluogo siciliano ha quindi comportato una spesa di circa 62 euro in più all’anno, pari al 18%.

Per confrontare le città nelle stesse condizioni, l’indagine ha calcolato quanto paga una famiglia di 3 persone che vive in una casa di proprietà di 100 metri quadrati. È il caso scelto come riferimento, non l’importo pagato da tutte le famiglie. La bolletta effettiva può essere diversa se cambiano il numero delle persone, la superficie della casa o gli sconti previsti dal Comune.

Per questa stessa famiglia, nel 2025 la spesa annua è stata di circa 602 euro a Catania, 463 euro a Trapani e 456 euro ad Agrigento. Negli altri capoluoghi gli importi sono stati: Siracusa 397 euro; Ragusa 395 euro; Palermo 361 euro; Caltanissetta 337 euro; Messina 331 euro; Enna 278 euro. Catania è risultata la città più cara d’Italia: per la famiglia dell’esempio, la tassa è costata circa 324 euro in più rispetto a Enna, il capoluogo siciliano meno caro. Gli importi sono arrotondati all’euro e riguardano soltanto questi Comuni, non tutti i centri delle rispettive province. Fonte: Siracusa News, sui dati di Cittadinanzattiva.

Quattro anni di bollette, aumenti in sei città su nove

Per verificare se le famiglie abbiano risparmiato, il confronto prende in esame le quattro annualità 2022–2025, mantenendo lo stesso modello familiare. Il punto di partenza è il rapporto 2022 di Cittadinanzattiva. Gli importi non devono essere interpretati come tariffe del 2026.

Confrontando i valori iniziali con quelli del 2025, gli aumenti più consistenti risultano a Caltanissetta, da 264 a 337 euro, circa il 28%; Palermo, da 318 a 361 euro, circa il 14%; Trapani, da 412 a 463 euro, circa il 12%. Seguono Agrigento, da 427 a 456 euro, circa il 7%; Catania, da 594 a 602 euro, poco più dell’1%; Enna, da 276 a 278 euro, meno dell’1%. Le variazioni sono calcolate sugli importi arrotondati del rapporto 2022 e della rilevazione successiva. Fonte per gli importi 2025: Siracusa News.

Il saldo è invece favorevole a Messina, da 459 a 331 euro, con circa 128 euro in meno e una riduzione del 28%. Siracusa è passata da 413 a 397 euro, circa il 4% in meno, mentre Ragusa è scesa da 399 a 395 euro, intorno all’1%. Il confronto con il dato iniziale del 2022 riguarda gli importi nominali, senza correggerli per l’inflazione. Fonte per gli importi 2025: Siracusa News.

Messina ha risparmiato, ma nel 2025 la tassa è risalita

A Messina, per la famiglia presa come esempio nell’indagine (3 persone in una casa di 100 metri quadrati), la tassa sui rifiuti è diminuita soprattutto nel 2024. Secondo la ricostruzione di Federconsumatori Sicilia (associazione di tutela dei consumatori), la spesa è passata da 453 euro nel 2023 a 318 euro nel 2024: 135 euro in meno, con un risparmio vicino al 30%. Nel 2025 è però risalita a circa 331 euro, cioè 13 euro in più rispetto al 2024. È rimasta comunque molto più bassa dei 459 euro del 2022: rispetto ad allora, la famiglia dell’esempio ha pagato circa 128 euro in meno. Fonte per il 2025: Siracusa News.

Anche considerando la media dei capoluoghi siciliani, la tassa prima è rimasta stabile, poi è scesa e infine è aumentata. Per la stessa famiglia di riferimento, la spesa annua è stata di 396 euro nel 2022, 396 euro nel 2023 e 390 euro nel 2024, fino a raggiungere 402 euro nel 2025. Nel 2025 si sono quindi pagati circa 12 euro in più rispetto al 2024 e 6 euro in più rispetto al 2022, con un aumento complessivo dell’1,5% tra il primo e l’ultimo anno. Il piccolo risparmio del 2024 è stato cancellato dall’aumento successivo.

Il costo del servizio è cresciuto di circa il venti per cento

La bolletta pagata dalla famiglia e il costo sostenuto per organizzare il servizio sono due misure diverse. La Tari (tassa sui rifiuti) dipende anche dalla superficie dell’abitazione, dai componenti del nucleo e dalle regole comunali. Il costo del servizio comprende invece le diverse attività necessarie alla gestione dei rifiuti, come chiariscono le voci utilizzate da ISPRA: raccolta, trasporto, trattamento, pulizia delle strade e altre spese.

Per questi costi il confronto considera le quattro annualità complete 2021–2024 disponibili nelle rilevazioni consultate. In Sicilia la spesa media per abitante è passata da 198,20 euro nel 2021 a 209,59 euro nel 2022, poi a 217,13 euro nel 2023 e a 237,72 euro nel 2024. L’aumento complessivo è di 39,52 euro per abitante, circa il 20%.

Sono medie ricavate da campioni di Comuni la cui composizione cambia nel tempo, non il risultato di un identico gruppo di Amministrazioni seguito per quattro anni. Nel campione siciliano del 2024 rientrano 254 Comuni, corrispondenti a circa l’80% della popolazione regionale. I dati descrivono quindi l’andamento delle rilevazioni, ma non consentono di attribuire lo stesso aumento ad ogni Comune.

Nel 2024 il costo siciliano supera quello italiano di circa 23 euro per abitante. Anche il confronto sul peso dei rifiuti evidenzia una distanza: nelle medie ISPRA dello stesso anno si registrano 51,86 centesimi per chilogrammo in Sicilia contro 41,77 in Italia, circa il 24% in più.

In Italia aumentano sia la differenziata sia la Tari

Anche nel resto del Paese il miglioramento della raccolta non si è accompagnato a una riduzione generale delle bollette. La spesa annua della famiglia tipo è passata da 314 euro nel 2022 a 321 nel 2023 e 329 nel 2024, fino ai 340 euro del 2025. L’aumento complessivo è di 26 euro, circa l’8,3%.

La Sicilia ha dunque registrato un incremento medio della bolletta più contenuto, ma partendo da livelli già molto più alti. Per il costo nazionale del servizio, invece, la serie ISPRA indica il passaggio da circa 194,1 euro per abitante nel 2021 a 214,4 euro nel 2024, pari al 10,4% in più. Nello stesso intervallo, la crescita rilevata in Sicilia è stata quasi doppia.

Che cosa emerge dal nuovo rapporto sulle città

Oggi 26 ottobre 2026 è stato pubblicato il rapporto Ecosistema urbano 2026 di Legambiente, realizzato con Ambiente Italia (istituto di ricerca e consulenza ambientale) e Il Sole 24 Ore. Nei 106 capoluoghi esaminati è aumentata la parte di rifiuti raccolta separatamente, come carta, vetro, plastica e umido. La percentuale media è passata dal 65,14% della precedente edizione al 66,15%, arrotondato al 66,2%. Significa che, mediamente, circa 66 chili di rifiuti su 100 vengono separati dagli altri. Palermo è il capoluogo con la percentuale più bassa di raccolta differenziata tra quelli confrontati nel rapporto.

Se invece si considerano tutti i Comuni italiani, compresi quelli piccoli, nel 2024 la raccolta differenziata ha raggiunto il 67,7%, come riporta la rilevazione nazionale dell’Istat. I due numeri riguardano quindi territori diversi: il 66,2% soltanto i capoluoghi esaminati, il 67,7% l’intero Paese. Non indicano una diminuzione della differenziata, perché non si sta confrontando lo stesso gruppo di Comuni in due momenti successivi.

Separare i rifiuti, però, è soltanto il primo passaggio: non tutto quello che finisce nei contenitori della differenziata viene poi riciclato. I materiali devono essere selezionati e trattati negli impianti. Alcuni possono essere sporchi, mescolati con rifiuti sbagliati o non recuperabili e vengono scartati. Per questo, nel 2024, mentre la differenziata italiana è stata del 67,7%, la quota effettivamente preparata per essere riutilizzata o riciclata ha raggiunto il 52,3% secondo ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Considerando 100 chili di rifiuti urbani prodotti, circa 68 sono stati raccolti separatamente, ma solo circa 52 sono stati preparati per il riutilizzo o riciclati.

Perché differenziare meglio non basta a pagare meno

La bolletta finanzia un sistema che mantiene molte spese anche quando diminuisce il rifiuto indifferenziato. Restano personale, mezzi, raccolte separate, trattamento e pulizia delle strade. La legge n. 147 del 2013, articolo 1, comma 654, prevede la copertura integrale dei costi del servizio. Per ridurre stabilmente la tassa occorre quindi che il miglioramento ambientale si accompagni a una gestione economicamente più efficiente.

Sul settore hanno pesato anche gli aumenti dei prezzi. Nel documento di consultazione del 15 aprile 2025, ARERA (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) ha richiamato gli effetti dell’inflazione del 2022 e del 2023 e della crisi energetica. È una spiegazione della pressione generale sui costi, ma non dimostra da sola la necessità di ogni aumento locale.

Per verificare se l’impegno dei cittadini produca anche un risparmio, occorre leggere il piano economico finanziario del singolo servizio, cioè il documento che ne riporta costi e ricavi. Il rapporto di Cittadinanzattiva richiama proprio la necessità di rendere più trasparente la formazione delle tariffe. Ai cittadini serve sapere quanto costa ogni attività e quale beneficio economico deriva dai materiali recuperati, oltre alla percentuale di differenziata raggiunta.

Più differenziamo, meno paghiamo: questa aspettativa ha un fondamento negli strumenti previsti a livello nazionale. Il decreto ministeriale del 20 aprile 2017, richiamato nella documentazione del Senato, ha stabilito come misurare i rifiuti consegnati dagli utenti per applicare una tariffa più legata al servizio ricevuto. L’obiettivo è permettere che il comportamento di ciascuno incida su quanto paga, anziché calcolare la bolletta soltanto con criteri generali. Non era però una garanzia di riduzione automatica per tutti, perché il servizio deve comunque coprire i propri costi. Il confronto 2022–2025 lascia quindi aperta una domanda concreta: se ai cittadini viene chiesto di separare sempre meglio i rifiuti, quando e quanto questo impegno si traduce in un risparmio sulla bolletta?

Nell’immagine di copertina, i contenitori della differenziata; Palazzo degli Elefanti sede do Comune di Catania; e un’illustrazione creata con IA sull’aumento di raccolta e bollette in Italia.