Sintesi
Negli ultimi 15 anni la temperatura media in Italia è aumentata di circa 1,8°C con incrementi più accentuati nelle città del Nord dove la crescita arriva a 2,3°C secondo le analisi del centro meteorologico 3bmeteo e dell’ufficio studi del Sole 24 Ore. Il 2025 ha registrato numerosi fenomeni estremi tra cui 17 ondate di calore, 14 episodi di caldo estremo e circa 80 notti tropicali oltre a precipitazioni sempre più concentrate e periodi siccitosi in aumento. Il quadro climatico europeo mostra che il Mediterraneo rappresenta una delle aree più vulnerabili agli effetti del riscaldamento con conseguenze sulla salute pubblica e sull’economia. Le ricerche paleoclimatiche basate su ghiacciai, sedimenti e anelli degli alberi dimostrano che negli ultimi 2000 anni il clima ha attraversato diverse fasi di caldo e freddo tra cui l’optimum climatico romano, il periodo caldo medievale e la piccola era glaciale. Gli studiosi sottolineano che l’attuale riscaldamento si inserisce in cicli naturali ma può essere amplificato dalle attività umane e richiede politiche di adattamento per la gestione delle risorse idriche, forestali ed energetiche.

Articolo
L’inizio del 2026 è caratterizzato da condizioni meteorologiche insolite per la stagione. Nei primi giorni di marzo in molte aree italiane le temperature hanno raggiunto valori compresi tra 20 e 21 gradi, livelli tipici della primavera avanzata e non della fine dell’inverno quando normalmente le massime dovrebbero oscillare tra 12 e 14 gradi. Questa situazione è legata alla presenza persistente dell’anticiclone africano, una vasta area di alta pressione proveniente dal Nord Africa che favorisce stabilità atmosferica e temperature elevate.

La fase calda segue però un periodo quasi opposto registrato tra l’inizio dell’anno e la metà di febbraio quando numerose regioni italiane sono state interessate da precipitazioni intense e venti forti. Tra gli episodi più rilevanti si ricorda la tempesta Harry che ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna con accumuli di pioggia superiori a 300 millimetri in circa 4 giorni accompagnati da mareggiate e raffiche di vento.

Secondo le elaborazioni di 3bmeteo (società italiana specializzata in meteorologia e previsioni climatiche) realizzate insieme all’ufficio studi del quotidiano economico Il Sole 24 Ore, l’analisi delle rilevazioni meteorologiche di 112 città capoluogo dimostra che la temperatura media annua in Italia è cresciuta di circa 1,8 gradi tra il 2010 e il 2025. L’aumento più significativo riguarda il Nord del Paese dove l’incremento medio raggiunge 2,3 gradi mentre nelle città del Centro la crescita è pari a 1,9 gradi e nel Mezzogiorno circa 1,3 gradi. Il meteorologo Alessandro Conigliaro evidenzia che la trasformazione del clima si manifesta soprattutto nella rapidità con cui si alternano situazioni opposte. Periodi molto piovosi e ventosi vengono seguiti da fasi anticicloniche con temperature sopra la media stagionale, segno di una crescente instabilità del sistema climatico.
In alcune città settentrionali come Varese, Monza, Lodi, Torino e Cuneo l’incremento della temperatura media ha superato i 3 gradi rispetto ai valori del 2010. Tra i principali centri urbani si registrano aumenti rilevanti anche a Bologna con +2,84°C, Roma con +2,81°C, Milano con +2,66°C e Firenze con +2,15°C. In alcune zone meridionali come Palermo la temperatura media giornaliera nel periodo 2015-2025 ha raggiunto circa 19,6 gradi.
L’aumento delle temperature comporta anche una crescita degli eventi climatici estremi. Nel 2025 in Italia sono state registrate mediamente 17 ondate di calore all’anno cioè periodi di almeno 3 giorni consecutivi con temperature superiori a 30 gradi. Nello stesso anno sono stati rilevati 14 picchi di caldo estremo caratterizzati da temperature percepite oltre i 35 gradi e circa 80 notti tropicali cioè notti in cui la temperatura non scende sotto i 20 gradi.
Un altro effetto della trasformazione climatica riguarda il regime delle precipitazioni. Le analisi meteorologiche indicano che negli ultimi anni la quantità totale di pioggia non è diminuita in modo uniforme ma la sua distribuzione è cambiata. Lunghi periodi asciutti e anticiclonici favoriscono l’accumulo di umidità nell’atmosfera e vengono seguiti da precipitazioni molto intense concentrate in poche ore o pochi giorni. Un esempio significativo è l’esondazione del fiume Seveso avvenuta il 22 settembre 2025 nell’area settentrionale di Milano quando in 24 ore sono caduti circa 220 millimetri di pioggia causando allagamenti diffusi. Secondo gli studi meteorologici in Italia piove meno frequentemente ma quando le precipitazioni arrivano risultano molto più intense.
I dati mostrano anche un aumento dei periodi siccitosi. Nel 2025 circa il 12% dei giorni non piovosi è stato caratterizzato da lunghe sequenze senza precipitazioni con un incremento dell’1,3% rispetto al 2010 e dell’1,7% nel Sud. In alcune città come Trapani e Oristano i periodi secchi hanno raggiunto circa il 19% dei giorni complessivi.
Contemporaneamente si riduce il numero dei giorni freddi con temperatura percepita inferiore a 3 gradi. Nel 2025 la media nazionale è stata di circa 2,7 giorni contro i quasi 16 registrati 15 anni prima. Anche in questo caso il cambiamento è particolarmente evidente nelle regioni settentrionali dove i giorni freddi sono passati da circa 27,8 nel 2010 a 3,8 nel 2025.
Il riscaldamento si riflette anche sull’altitudine dello “zero termico”, cioè la quota atmosferica in cui la temperatura raggiunge lo zero. In Italia questo livello è passato da circa 2.560 metri nel 2010 a oltre 3.017 metri nel 2025, rendendo più difficile la formazione della neve alle basse quote. Per questo motivo negli ultimi anni la Pianura Padana non ha registrato nevicate significative per diversi inverni consecutivi.
Il fenomeno non riguarda solo l’Italia ma l’intero continente europeo. I dati del programma Copernicus (programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea) indicano che il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato in Europa dopo il 2024 e il 2020 con una temperatura media di 10,41 gradi. Le anomalie termiche più elevate si sono concentrate nell’Atlantico settentrionale, nel Mare del Nord e nel Mediterraneo sudoccidentale.
Secondo Lauro Rossi della Fondazione CIMA (Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale, istituto scientifico italiano specializzato nello studio dei rischi naturali) il Mediterraneo rappresenta una delle aree più esposte al riscaldamento climatico perché parte da temperature già elevate. Paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia risultano quindi particolarmente vulnerabili agli effetti delle ondate di calore.
Le conseguenze non riguardano soltanto l’ambiente ma anche la salute e l’economia. Il Comitato scientifico europeo sui cambiamenti climatici (ESABCC, European Scientific Advisory Board on Climate Change) ha stimato che nell’estate 2025 le ondate di calore hanno provocato circa 24.000 morti premature in Europa mentre i danni economici alle infrastrutture e ai beni materiali raggiungono circa 45 miliardi di euro all’anno.
L’impatto del caldo estremo riguarda anche il sistema energetico e produttivo. Durante i periodi di siccità aumenta la domanda di energia per il raffrescamento mentre diminuisce la disponibilità di acqua necessaria per la produzione elettrica e per il raffreddamento delle centrali termiche e nucleari. In alcuni casi questo fenomeno ha creato problemi operativi alle centrali nucleari francesi o alla navigazione fluviale sul Reno utilizzata per il trasporto del carbone in Germania.
Per comprendere meglio il cambiamento climatico attuale gli studiosi analizzano anche le trasformazioni avvenute nel passato. Le ricerche paleoclimatiche utilizzano indicatori naturali come i ghiacciai alpini, gli anelli di accrescimento degli alberi, i pollini fossili e i sedimenti alluvionali per ricostruire l’andamento del clima negli ultimi 2000 anni.
Queste indagini hanno individuato diverse fasi climatiche. Tra il I° secolo a.C. e il II secolo d.C. si verificò il cosiddetto “optimum climatico romano”, un periodo relativamente caldo che favorì l’espansione agricola e urbana dell’Impero Romano. Successivamente tra il V e il IX secolo si registrò un peggioramento climatico con piogge intense e numerose alluvioni documentate da depositi geologici e da testimonianze archeologiche.
Tra il X e il XIII secolo si sviluppò il cosiddetto periodo caldo medievale durante il quale i ghiacciai alpini si ritirarono e le foreste si espansero a quote più elevate. Questo periodo fu seguito dalla “piccola era glaciale”, una fase fredda iniziata nel XIV secolo e durata fino alla metà del XIX secolo caratterizzata da avanzata dei ghiacciai, gelate frequenti e numerose alluvioni.
Dalla seconda metà dell’Ottocento il clima ha intrapreso una nuova fase di riscaldamento documentata dal progressivo arretramento dei ghiacciai alpini e dall’innalzamento delle temperature medie. Gli studiosi sottolineano che i cambiamenti climatici sono influenzati da fattori naturali ma possono essere amplificati dall’attività umana attraverso l’emissione di gas serra e la trasformazione degli ecosistemi.
Per questo motivo numerosi esperti ritengono necessario affiancare alle politiche di riduzione delle emissioni anche strategie di adattamento. Tra le misure più citate vi sono la tutela delle risorse idriche, la gestione sostenibile delle foreste, la pianificazione urbanistica nelle aree a rischio idrogeologico e la realizzazione di infrastrutture urbane capaci di mitigare gli effetti delle ondate di calore.
Il cambiamento climatico non rappresenta quindi soltanto un fenomeno scientifico ma una questione economica, sanitaria e sociale destinata a influenzare in modo sempre più rilevante le politiche pubbliche dei prossimi decenni.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









